L’altro giorno, mentre ero al computer con la radio accesa, quasi soprappensiero mi sono accorta di ascoltare un brano che conoscevo assai bene e ammiravo da sempre. Inevitabile chiedermi come fosse possibile che ai giorni nostri il suo autore venisse considerato poco più di un comprimario, mentre chiunque avesse scritto un lavoro come quello poteva solo essere fra i primi.
Parlo di Camille Saint-Saëns (1835-1921) e il brano che ascoltavo era la sua Terza Sinfonia per orchestra, organo e pianoforte .
Di lui ho già parlato anni fa, al tempo della rappresentazione al Teatro Regio del suo “Sansone e Dalila”, ma penso che valga la pena di tornarci sopra. Parigino di nascita, a tre mesi perse il padre, morto di tisi, e la madre dovette rivolgersi per aiuto a una zia paterna, che comprese subito le enormi doti del piccolo Camille: a tre anni suonava il piano, a quattro componeva i primi pezzi, a cinque si esibiva in pubblico. Uno degli enfant prodige più musicalmente dotati di tutti i tempi, la cui precocità non si limitò alla musica ma toccò quasi ogni campo dello scibile, botanica, geologia, archeologia, entomologia, oltre ad essere un eccellente matematico. Conosceva perfettamente sei lingue, tra cui il greco antico: se si pensa a quanto Beethoven abbia sofferto per non aver avuto la possibilità di studiare, oltre al latino, anche il greco, e come avesse tormentato il suo povero nipote Carl per fare di lui un grecista, si capirà come tutta la cultura di Saint-Saëns fosse qualcosa di abnorme, di mai visto né sentito. È celebre la frase spiritosa di uno dei suoi migliori amici, Hector Berlioz, che disse: “Egli sa tutto, ma manca d’inesperienza”.
Dopo la prima sinfonia, a sedici anni fu confermato organista, un incarico che divenne stabile nella Chiesa della Madeleine, dove le sue improvvisazioni incantavano il pubblico e spinsero Franz Liszt a dichiararlo “il più grande organista del mondo”. Da buon eclettico, sulle prime simpatizzò per Wagner, senza però mai abbandonare le sicure sponde del classicismo, e quando da più anziano si dedicò all’insegnamento poté vantarsi d’avere come allievo Gabriel Fauré. La sua intensa attività creativa si intrecciò sempre con quella di grande viaggiatore, Europa, Sud America, Nord-Africa, Sud-Est Asiatico, dappertutto avrebbe fatto tesoro di stili e tradizioni locali pur mantenendo la sua intrinseca “pariginità”. In genere noi lo conosciamo per alcuni brani caratteristici, come la “Danza Macabra”, la “Introduzione e Rondò Capriccioso”, il “Carnevale degli Animali”, amabili bazzecole che rivelano una felice adattabilità ai gusti correnti; ma il suo lascito, oltre a essere vastissimo, è di livello assai più elevato. Difficile parlarne in così poco spazio; mi limiterò a dire le mie preferenze.
Personalmente ammiro l’intera concertistica di Saint-Saëns; i suoi concerti per violino, soprattutto il terzo op. 61 scritto per il grande violinista Pablo de Sarasate, con quel suo gran tema curvo e profondo mi va subito al sangue. La stessa cosa succede con il concerto in la minore per violoncello op. 33, tre tempi fusi in un unico grande movimento dove spiccano commosse oasi liriche dai temi non dimenticabili. Dei cinque concerti per pianoforte (tutti basati su un virtuosismo vigoroso ed elegante) oso prediligere il secondo in sol minore ed il quinto detto “l’egiziano”, per lo splendore dei timbri e la profondità della visione. Venendo infine alle sue tre sinfonie, è la Terza, citata all’inizio, quella che potrei senza esagerazione definire la sua “opera magna”. Costruita in due blocchi (o quattro tempi), si basa su un’invenzione ciclica, cioè su un tema principale ripetuto, in questo caso le famose quattro note del “Dies Irae” tanto care ai compositori romantici. Quando Giuseppe Verdi sentì parlare di questa sinfonia, sbigottì, e chiese impressionato: “Che ci fa il pianoforte fra quei due giganti, che sono l’orchestra e l’organo?”. Ebbene, i due giganti, quasi in deroga alle leggi della gravità musicale, riescono ad esprimersi senza mai subissarsi l’un l’altro, il pianoforte a quattro mani, con interventi squillantemente ritmici, e l’organo, con interventi di concitazione poderosa che sul finale sembrano farci precipitare in una grandiosa festa barocca. Sinfonia bella da ascoltarsi alla radio, ma meravigliosa quando si sia così fortunati da sentirla dal vivo.
Saint-Saëns ebbe una grande sfortuna. Quella di vivere troppo a lungo, di vedersi superato dai tempi. La diceria che fosse un artista retrogrado, codino, gli fu appiccicata addosso mentre la marea dei musicisti “avanguardisti” prendeva il posto che era stato suo. Lui non riuscì ad amarli. Non seppe entrare nella loro logica. Specialmente non apprezzava Debussy, e questo fu il suo errore più grande. Venne preso di mira, si inventarono episodi (risultati poi falsi) che mettevano in burla il suo conservatorismo in musica, l’intera sua opera venne accantonata con spocchia, si lasciarono circolare solo le “bazzecole”. Nel dicembre del 1921, ad Algeri, una provvidenziale polmonite lo fece uscire dal gioco risparmiandogli più gravi amarezze.
Camille Saint-Saëns, “bazzecole”e opere magne
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