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Comune di Caselle Torinese
martedì, Dicembre 9, 2025

    La favola più bella

     

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    Il recentissimo abbandono di Piazza Resistenza da parte della scuola secondaria Demonte per l’insediamento nei nuovi locali attigui ai già funzionanti di strada Salga allo scopo di favorirne l’ unificazione è, tra i molteplici commenti cittadini, anche un buon motivo per ricordare che sempre nel mese di settembre di vent’anni or sono, e sempre in strada Salga, venne inaugurata la nuova scuola per l’infanzia intitolata al maestro di fiabe Christian Andersen. Quel mattino di fine estate visitammo non senza qualche emozione i nuovi accattivanti locali in cui i bambini dal giorno dopo avrebbero imparato a conoscere luoghi e personaggi poi stabilmente presenti nella bella favola della loro vita. Che la vita sia infatti una bella favola, e non soltanto un abusato modo di dire, ancora oggi, noi che bambini siamo stati l’altro ieri quando correvano gli Anni Cinquanta, vogliamo continuare a crederlo anche se forse in tempi come questi la delicata Cappuccetto Rosso il lupo cattivo anziché nella solitudine del bosco lo troverebbe nel più domestico ma non meno pericoloso sottopasso della metropolitana; il naso di Pinocchio, celebre per le bugie del suo titolare, non crescerebbe nella bottega di un falegname bensì tra le pieghe di un governo sonnolento, e non sarebbe necessario scomodare la giovane e bella Biancaneve per scoprire frutta e mele avvelenate.
    È in quegli anni che nasce nel nostro Paese un grande fenomeno sociale capace di cambiare il volto delle principali regioni del settentrione. La prima grande immigrazione verso nord raggiungerà anche Caselle dove approderà uno sparuto drappello di pionieri provenienti in maggior parte dalla Campania e più precisamente dalla provincia di Caserta, che presto diventerà un piccolo esercito di coraggiosi o disperati, pronti come all’inizio di un sogno a vivere una nuova avventura che quantunque lontana dagli affetti familiari e immersa nel freddo pungente e nella sconosciuta nebbia del Nord avrebbe rappresentato un nuovo motivo di vita. Discesi dalla terza classe di un treno subito diventato famoso avevano sistemato nelle povere valigie, stipandoli tra gli scarsi indumenti di sicura provenienza americana e i pochi prodotti alimentari della terra d’origine, desideri e speranze necessari ad affrontare un nuovo presente che nell’immediato pareva essere ostile. Nascondeva invece quella agognata e concreta opportunità di lavoro finalmente non elemosinata e coniugata con la difesa di una irrinunciabile dignità personale, pretesa altrove come oggetto di baratto. Per falegnami, barbieri e calzolai si aprirono presto le porte di una nuova occupazione, in prevalenza presso gli artigiani locali, che per i lavoratori del legno significavano la bottega sulla piazza Boschiassi di Maria e Fede Ferrero dove trovò occupazione lo sfortunato Michele Desiato, il neonato laboratorio e mobilificio di Peppino Musci, oppure a Mathi il grande, importante stabilimento di Giacomelli, impegnato nella produzione di porte e finestre per sostenere l’edilizia della ricostruzione post bellica. Il giovane, occhialuto barbiere Gennaro dopo un primo periodo di lavoro presso il domicilio dei nuovi clienti sistemò provvisoriamente la propria bottega in due diversi locali di Via Leiny e poi in un accogliente saloncino sulla piazzetta della stazione dove sfoltendo chiome agli immigrati ritrovava il suono del dialetto di casa, antidoto alla nostalgia per la famiglia lontana che appena possibile ognuno cercò di ricomporre e sistemare nelle scarse opportunità abitative che offriva a quel tempo Caselle.
    Al nord era giunto anche Antonino Morabito, calzolaio, trascinando una grossa borsa colma di ferri del mestiere, di sogni, di speranze. Aveva sistemato il proprio deschetto in una piccola bottega di Via Carlo Cravero dove per anni l’enigmatico barbiere Battista aveva insaponato barbe e tentato con dubbio successo il moderno taglio dei capelli “all’Umberta”.
    Antonino risuolava scarpe, cuciva tomaie e imbastiva sogni per il domani dei propri figli che presto con la loro madre lo raggiunsero a Caselle adattandosi alla nuova realtà che significava anche per loro l’inizio di una favola. Franco vi trovò quegli amici, suoi coetanei, dai quali non si sarebbe più separato prima di incontrare Anna, ultima di quattro fratelli che, delicata e graziosa, abitava nel vicolo Balchis e mia zia chiamava affettuosamente Ninnella, bella bambina. Ho rivisto Ninnella dopo molti anni in una mattina di fine estate. Eravamo accorsi in molti per salutare Franco che andava a incontrare la sorella Natalina. Negli occhi di Anna, anch’essa donna del Sud, scorrevano lentamente, oltre alle immagini del tempo vissuto con Franco, quelle di una vita rifiutata al sole beffardo del proprio paese per immergersi tanti anni fa nel freddo pungente di una terra che all’inizio sembrava ostile ed era invece, ed è, soltanto severa e generosa, dove per lei e per Franco, che in quel mattino ci lasciava, era iniziata la più bella favola della vita che forse neanche Andersen avrebbe saputo scrivere.

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