Verranno i miei amici a cena, cosa preparo? Sono al supermercato, che biscotti compro? Si è rotta l’auto, la porto dal meccanico… o sarebbe meglio cambiarla? Siamo sempre costretti a prendere delle decisioni, a volte per piccole cose, mentre altre siamo posti di fronte a grandi scelte. Ed è lì che entriamo in crisi: quale sarà la scelta giusta da fare? Ma esiste davvero la scelta giusta?
Ci sono delle persone che per loro natura sono indecise. Questa indecisione si traduce in un grande malessere quando la conseguenza della decisione cambia la vita, come quelle di avere un figlio, cambiare lavoro, interrompere una relazione. Più la vita ci offre possibilità, più diventa difficile rimanere convinti su ciò che si desidera e si rischia di… rimanere bloccati.
La situazione è stata perfettamente descritta nel paradosso dell’asino di Buridano, attribuito al filosofo francese Giovanni Buridano, vissuto nel quattordicesimo secolo. Il racconto descrive un asino molto affamato e molto assetato, che si trovava esattamente a metà strada tra il fieno ed un secchio d’acqua. Preso a lottare con sé stesso su cosa sarebbe stato meglio fare prima, dissetarsi oppure rifocillarsi, morì di stenti. La storia fa capire come sia difficile, quando nella vita troviamo delle opportunità equivalenti, optare per una piuttosto che per l’altra.
Quando prendiamo una decisione, le emozioni hanno un ruolo importante. Un esempio può essere la scelta degli studi: spesso si opta non per il percorso che porterà a un lavoro migliore, ma per quello considerato più piacevole ed interessante. Le emozioni, se da un lato possono guidare le nostre scelte, dall’altro potrebbero bloccarle. Sovente vedo persone che soffrono non perché hanno fatto la scelta sbagliata, ma perché non scelgono nulla. Ho l’impressione che la situazione riguardi soprattutto i giovani che si affacciano alla vita adulta: hanno tante decisioni da prendere, dagli studi, al lavoro, al partner e per l’ansia di sbagliare non scelgono. Sto pensando a molti ragazzi e ragazze che sono fermi nella loro vita perché ne sono spaventati: sono iscritti all’università ma non ne sono convinti, così non sostengono più esami, ma allo stesso tempo sono impauriti dall’idea di abbandonare ed entrare nel mondo del lavoro: soppesano vantaggi e svantaggi di ogni possibilità ma non decidono mai. Questa situazione impedisce loro di trovare una propria autonomia, e aumenta la frustrazione. Gli anni passano, la delusione verso se stessi e la consapevolezza di avere perso del tempo li indebolisce e li blocca ancora di più, le persone entrano in veri e propri circoli viziosi, sono stremate per il troppo pensare, ma non riescono ad agire. Proprio come è capitato all’asino di Buridano!
Come si fa ad aiutare una persona che si trova in questo stato? Bisogna trovare un modo per smuoverla, non si può decidere al suo posto. Uno psicoterapeuta a esempio può fornire un aiuto lavorando su ciò che blocca la persona, che di solito è troppa ansia, o, al contrario, un eccesso di impulsività. Avere tanta ansia indica che la decisione è molto importante, ma non che bisogna aspettare di essere tranquilli prima di decidere. Il processo decisionale è per sua natura ansiogeno e le grandi scelte non si fanno mai a cuor leggero, ma si fanno.
Come si fa a scegliere se accettare un nuovo lavoro, meglio pagato ma più stressante dell’attuale? Si devono considerare tutti i punti di vista, sia economici, ma anche personali, affettivi e si devono ascoltare le proprie emozioni. Ma come si fa a sapere che si sta facendo proprio la scelta giusta? Bisogna prendere in considerazione che non si debba mai pretendere di fare la scelta giusta, perché credo che di scelte giuste non ne esistano, ma si può fare la scelta migliore in un dato momento della vita, sapendo che sarà poi possibile correggere il tiro. La cosa fondamentale è guardare sempre avanti. Mai stare a rimuginare sul perché non ho fatto la scelta giusta (a esempio, “ho fatto male a cambiare lavoro, nel posto precedente ero più tranquillo”), ma piuttosto capire che se ho cambiato lavoro, ho sicuramente avuto i miei motivi. Se anche l’attuale lavoro non mi soddisfa, posso comunque darmi da fare per trovarne un altro. Questo tipo di mentalità è fondamentale anche in caso di scelte irreversibili, come quella di avere un figlio: in questo caso, se dopo la scelta mi sembra di essere pentito, ovviamente non posso riportare indietro il bebè, ma posso rivedere un po’ l’idea che mi ha portato a fare il genitore e renderla più in sintonia con il mio modo di essere. A esempio, ci sono donne che hanno il coraggio di confessare che si sono pentite di avere avuto figli: in questo caso, è meglio accettare di non essere portate per la maternità, e, pur facendo il meglio possibile per crescere bene il proprio bambino, è opportuno ricercare delle soddisfazioni in qualcos’altro, senza stare a rimuginarci su, con il rischio di deprimersi e vedersi senza vie d’uscita.







