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Comune di Caselle Torinese
venerdì, Gennaio 23, 2026

    Ma come si fa

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    Lo so, ci vorrebbe più leggerezza. Ma come si fa.
    Ovunque ti volti c’è qualcuno o qualcosa che ti spinge a dire che va sempre peggio, che non può esserci remissione. Che il buio della ragione ci sta avvolgendo nelle sue spire.
    Anche su questioni che più ecumeniche non potrebbero essere – data la tragicità delle stesse -, si trova il modo di dividerci, di ricondurre il tutto nella più becera curva da stadio, nel vivere ogni cosa col piglio d’un ultras.
    Ora si sono poste forse premesse di pace, ma in una questione come quella israelo-palestinese siamo stati messi di fronte a orrori così grandi che non si possono porre distinguo: c’è qualcosa di più bestiale nell’uccidere e mutilare inermi, affamare di proposito un popolo fino ad annullarlo, violentandolo, spingendosi deliberatamente sino al genocidio?
    Anche ora che il peggio sembra essere passato, non può esserci pena bastevole, girone dantesco appropriato per ciò che hanno cagionato Hamas e Netanyahu, provocando una spropositata criminale risposta armata e una nuova ondata di antisemitismo: pochi palestinesi sono terroristi ( mentre moltissime sono state le vittime innocenti), la maggior parte degli ebrei non è sionista e aborre ciò che hanno fatto il primo ministro israelita e i suoi coloni.
    Dopo aver assistito all’inerte incapacità delle organizzazioni sovranazionali e degli stati di porre fine a massacri e strazio, le piazze sono tornate a riempirsi per smuovere, per dare voce a troppo silenzio. Ma anche qui abbiamo trovato il modo per far sì che un messaggio evangelico venisse lordato dal desiderio di imporre parzialissime verità, sovrapponendo il pensiero, prevaricando, spingendoci una volta di più verso la fine della democrazia liberale oggi sancita da chi è giacobinamente convinto d’essere depositario della libertà e della giustizia.
    Le vittime di questa immane tragedia ci impongono il dovere e il silenzio della compassione, se no si lascia spazio all’esito creato da poche decine di facinorosi di professione che hanno sfasciato, vanificando tutto il bene che un popolo in cammino stava testimoniando.
    Ovviamente i pochi deprecabili momenti sono serviti a chi da tempo sta facendo suoi modelli autocratici.
    Una decina di giorni fa Paolo Giordano, sul Corriere, ha formulato un decalogo per apprendisti autocrati che ha validità universale:

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    1)Inventa un nemico esterno.
    2) Inventa un nemico interno.
    3) Non parlare con i giornalisti, non rispondere alle loro domande.
    4) Assicurati una quota sufficiente di giudici fedeli.
    5) Attribuisci la responsabilità di ogni misfatto ai tuoi oppositori
    6) Sovrascrivi il passato.
    7) Incuti paura, sempre più paura.
    8) Dai libero sfogo alla paranoia.
    9) Mostrati imprevedibile, capriccioso, lunatico.
    10) Denigra, scredita, diffama prima gli intellettuali, il resto verrà da sé.

    Ciò detto, se vi ricorda qualcosa di patrio forse è il caso di iniziare a preoccuparci seriamente.
    Ma del resto se continua ad andare a votare ubiquamente meno del 50% degli aventi diritto, meno del 50% che poi viene sbandierato come intera espressione del popolo sovrano, cos’altro c’è da dire?
    Già scritto e ripetuto: siamo in una perenne campagna elettorale, con turni squadernati con la cadenza d’una serie da piattaforma TV, per cui come si può pensare d’affrontare seriamente i problemi annosi di questo nostro disgraziato Paese?
    Ma non possiamo avere altro oltre a ciò che ci meritiamo. Ci lagniamo di governo e opposizioni ma sono esattamente lo specchio di chi e cosa siamo, visto che li abbiamo votati calandrinamente o ci siamo astenuti dalle urne come quelli che la sanno lunga o che “ siccome fanno tutti schifo, non voto”, stendendo red carpet alla più incapace delle classi politiche da che la Repubblica è nata.
    Ci lagniamo della condizione di scuole, strade e sanità pubblica ma basta un’indagine dell’organizzazione indipendente “ Itinerari previdenziali”, composta da docenti universitari, per capire perché.
    Cosa dice di bello questa inchiesta? Basandosi sugli esiti desunti dalle dichiarazioni dei nostri redditi targati 2023, salta fuori un quadro molto interessante. Intanto, come già ebbe a dire Giovanni Giolitti, il nostro non è un Paese difficile da governare: è inutile cercare di farlo, visto che pochissimi pagano le tasse e l’evasione è molto di più d’uno sport nazionale.
    A pagare sono soltanto quelli che sono obbligati a farlo, i lavoratori dipendenti e i pensionati, circa il 28% della popolazione italiana totale, mentre il 72% della nazione dichiara meno di 29.000 € lordi l’anno, cioè qualcosa come 1.000 € netti al mese, una cifra con la quale si fa fatica a sopravvivere. Il dato è ancora più inquietante e peloso se viene incrociato con i consumi, ché sul suolo natìo il tenore di vita è ben più alto. C’è qualcosa di strano, ma probabilmente risulta soltanto a pochi di noi, visto che il contrasto all’evasione continua a risultare sempre troppo complesso: si rischia di turbare troppe consorterie o Forze dell’Ordine e Magistratura hanno poche e spuntate armi?Ma possibile che, visto come siamo radiografati da ogni genere di device, non si riesca ad acciuffare chi continua a farla franca?
    Senza soldi nella casse dello Stato, avremo e sempre di più il degrado nelle scuole, nella sanità e nelle strutture e infrastrutture. Se continuerà a pagare sempre e solo Pantalone, il nostro mostruoso debito pubblico non potrà che allargarsi e lo appiopperemo sulle spalle dei nostri nipoti e delle generazioni che verranno. Difficile che possano poi rivolgersi a noi unendo cari ricordi.
    Siamo un Paese vecchio, con dinamiche vecchie e grande denatalità, che guarda all’immigrazione non come a un fattore positivo e capace di arrivare ad alimentare sia la domanda interna che la produzione e corroborare il welfare, ma come l’arrivo d’un’orda selvaggia. Che ci sia un problema legato alla sicurezza è vero, ma è un altro paio di maniche: se la Spagna viaggia a mille, con una crescita del 3,1% del PIL su base annua è perché ha attuato e sta attuando una seria politica di riforme, di diversificazioni, attingendo a piene mani dall’immigrazione e dall’integrazione.
    Noi sempre più spesso, per risolvere i nostri problemi siamo costretti a due domande: “ Quanto costa?”, “ Chi conosciamo?”
    La seconda la usiamo quando ci si prospetta un problema e, invece di attuare corrette analisi, tendiamo a semplificare favorendo un regime di sudditanza e simil-mafioso; la prima è triste uguale perché riduce a unico criterio il costo, azzerando visioni più ampie e prospettive. Vale per la cosa pubblica e vale per le sempre più magre nostre finanze. Siamo diventati un costo, siamo numeri. Più ostacoli che opportunità.
    Che fare?
    Anni fa, troppi anni fa, la risposta era nel vento. Ma prima o poi bisognerà convincersi, trovare il modo, perché il vento non lo puoi chiudere in una scatola.

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    Elis Calegari
    Elis Calegari
    Elis Calegari è nato a Caselle Torinese il 24 dicembre del 1952. Ha contribuito a fondare " Cose Nostre", firmandolo sin dal suo primo numero, nel marzo del '72, e, coronando un sogno, diventandone direttore responsabile nel novembre del 2004. Iscritto all' Ordine dei Giornalisti dal 1989, scrive di tennis e sport da sempre. Nel corso della sua carriera giornalistica, dopo essere stato collaboratore di prestigiose testate quali “Match Ball” e “Il Tennis Italiano”, ha creato e diretto “Nuovo Tennis” e “ 0/15 Tennis Magazine”, seguendo per più di un ventennio i più importanti appuntamenti del massimo circuito tennistico mondiale: Wimbledon, Roland Garros, il torneo di Montecarlo, le ATP Finals a Francoforte, svariati match di Coppa Davis, e gli Internazionali d'Italia per molte edizioni. “ Nuovo Tennis” e la collaborazione con altra testate gli hanno offerto la possibilità di intervistare e conoscere in modo esclusivo molti dei più grandi tennisti della storia e parecchi campioni olimpionici azzurri. È tra gli autori di due fortunati libri: “ Un marciapiede per Torino” e “Il Tennis”.

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