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martedì, Dicembre 9, 2025

    Minacce ottomane su Vienna: l’assedio del 1683


    L’Impero ottomano e l’Impero asburgico avevano siglato un trattato di pace ventennale all’indomani della sconfitta turca avvenuta per mano del conte Raimondo Montecuccioli nella battaglia di San Gottardo, sul fiume Raba, situato tra Austria e Ungheria, nell’anno 1664. Questo accordo non aveva però spento le ambizioni del sultano Maometto IV, che nel gennaio del 1682 ordinò la mobilitazione delle sue armate. I preparativi andarono per le lunghe e quando il 6 agosto dichiarò guerra, la stagione era ormai troppo inoltrata per procedere con le operazioni e l’invasione venne rimandata alla primavera successiva. Questo ritardo si rilevò prezioso per l’imperatore Leopoldo I, che ebbe così il tempo necessario per guadagnare alleati alla propria causa. Venne incaricato per questo lavoro diplomatico un frate cappuccino, Marco d’Aviano, inviato da papa Innocenzo XI con il mandato  di visitare le principali corti europee al fine di formare una nuova Lega Santa Cristiana. Al rifiuto del re di Francia Luigi XIV, il quale avrebbe avuto vantaggi da un indebolimento del Sacro Romano Impero, si contrappose l’appoggio del sovrano polacco, Jan III Sobieski. L’impresa era di enorme significato per due ragioni: prima di tutto perché fra i sovrani di Polonia e d’Austria non correva buon sangue e in secondo luogo perché Sobieski era a capo di una delle maggiori potenze militari dell’epoca.
    Il 1 aprile 1683 iniziò la lenta marcia dell’esercito ottomano verso Vienna. Le forze turche erano immense, solo l’avanguardia contava su 40 mila cavalieri tartari che avevano il compito di tenere sotto controllo le mosse dell’esercito asburgico. L’armata cristiana, guidata dal duca Carlo V di Lorena, poté far poco per contrastare l’avanzata turca in quanto decisamente più esigua nei numeri e dovette perciò ritirarsi. Vienna sarebbe stata difesa dal conte Ernst von Starhemberg, assistito dal borgomastro Liebenberg e poteva contare su 11 mila soldati, 5 mila cittadini e 300 cannoni. Quel che i Viennesi attendevano era l’arrivo delle forze provenienti dall’esterno, la cavalleria asburgica rimasta fuori dalle mura e soprattutto l’esercito polacco e i soldati dei maggiori stati tedeschi. Le difese della città, per quanto incomplete, erano moderne e ispirate alle nuove regole dettate dagli architetti militari italiani secondo i principi della “traccia bastionata”: un percorso murario irto di propaggini a punta di freccia, per favorire il tiro dei propri cannoni e rendere difficile quello avversario.
    Il sultano era rimasto a Belgrado, lasciando il comando dell’esercito nelle mani del gran visir Kara Mustafa. L’artiglieria ottomana era leggera, insufficiente per demolire le mura della città e Kara Mustafa divenne presto consapevole che l’assedio sarebbe stato lungo e che il ruolo principale l’avrebbero giocato i genieri. I giannizzeri iniziarono le opere di avvicinamento attraverso lo scavo di una serie di trincee a serpentina, chiamate parallele, che avrebbero permesso l’assalto protetto alla città. Inoltre furono realizzate anche le “mine”, gallerie scavate per far brillare la polvere di sparo sotto le fondamenta delle mura. La prima esplosione avvenne il 23 luglio e in agosto il combattimento assunse un ritmo metodico: la mattina i cannoni turchi bombardavano, la sera venivano fatte brillare le mine e di notte partivano gli assalti.
    Ma i difensori non rimasero a guardare e a fianco dei militari operarono compagnie di cittadini divisi per corporazioni. Non mancava anche il prezioso contributo delle donne, che si distinsero nello scavo di trincee. Anche la difesa della città acquisì con il passare dei giorni uno schema ripetitivo: le brecce venivano chiuse con barricate di fortuna e lì si attendeva l’attacco turco che nonostante venisse respinto, costava però un alto tributo in vite umane.
    I primi frutti della metodica tattica di assedio si colsero a inizio settembre, quando mine più potenti cominciarono a sgretolare ampie porzioni di bastioni e sulle cui rovine andarono a insediarsi i turchi. Con i piedi quasi in città, la vittoria sembrava ormai questione di giorni. In realtà, però, l’assedio stava fiaccando le  forze degli assalitori e la prudenza di Kara Mustafa nelle operazioni militari non veniva condivisa dai suoi.  Inoltre tutta la forza lavoro veniva impiegata per accelerare l’avanzamento delle opere d’assedio, lasciando l’enorme accampamento praticamente indifeso.
    Il 7 settembre gli eserciti della Lega Santa erano ormai radunati a pochi chilometri da Vienna, pronti a intervenire nel conflitto. Il 12 settembre giunsero in vista dell’accampamento turco e Kara Mustafa, al loro apparire, radunò velocemente alcune migliaia di uomini e ordinò un attacco senza una strategia precisa e con l’unico obiettivo di fermare l’avanzata dell’esercito cristiano. La battaglia si scatenò presso il Danubio e l’armata tedesca iniziò a respingere lentamente i turchi. Verso le quattro del pomeriggio l’esercito polacco emerse finalmente dalla foresta quando il gran visir era riuscito a dispiegare le sue truppe lungo una linea continua di quasi sei chilometri. Solo i giannizzeri stavano proseguendo nell’assedio alla città. Lo stesso Jan Sobieski guidò i tremila ussari alati e altri ventimila cavalieri in quella che viene ricordata come la più grande carica di cavalleria della storia. L’impatto sui turchi fu devastante. Provarono a contrattaccare ma i polacchi avevano fatto breccia minacciando di aggirare l’intero schieramento musulmano. Kara Mustafa provò inutilmente a ricomporre le schiere e alle sei di sera la battaglia poté considerarsi terminata con la fuga dei turchi. Il gran visir scappò a Belgrado dove venne strangolato con una corda di seta dai giannizzeri e la sua testa inviata al sultano in una preziosa valigia di velluto. Vienna non sarebbe mai più stata minacciata dall’Impero ottomano.

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