La chiamano deformazione professionale, e sinceramente non so quanto “professionale” sia la mia, ma non riesco proprio a fare a meno di scomodare storia, statistica e una sana comparazione critica quando cerco di comprendere un fatto, una notizia complessa e interessante.
In un mondo dove l’informazione corre sull’onda del sensazionalismo, solleticando l’emotività di pancia e i social rilanciano, digitalmente, la vacuità del telefono senza fili o dei pettegolezzi da cortile, il rischio di vivere in una realtà deformata è altissimo.
Un esempio su tutti: la questione dell’immigrazione.
Ormai è abbastanza evidente come in Italia questo tema sortisca spesso un’immediata catena di associazioni di idee: immigrazione=clandestinità=disagio sociale=conflitto culturale=criminalità=paura=islam=terrorismo… e così via in un loop perverso e paranoico.
Titoli angoscianti e destabilizzanti imperversano sui quotidiani, immagini scioccanti di “stranieri” che commettono immani nefandezze solcano televisioni e social, un ministro della Repubblica arriva persino ad affermare che “Il vero problema non sono i ‘fantomatici’ carrarmati russi ma i clandestini!”
In sintesi potremmo dire che nell’immaginario di molti ormai l’idea di immigrato corrisponda più o meno a “uomo, giovane, povero e poco acculturato, propenso all’illegalità e alla delinquenza, per nulla disposto ad integrarsi…”
Proviamo allora a dare voce alla storia e alla statistica per cercare di chiarire alcuni punti oscuri della vicenda.
Gli Italiani negli Stati Uniti (1900-1950)
Nei primi 50 anni del Novecento si calcola che siano arrivati negli Stati Uniti circa 4,5–5 milioni di italiani.
Erano soprattutto uomini tra i 18 e i 35 anni, braccianti, piccoli proprietari terrieri impoveriti, artigiani o disoccupati del Mezzogiorno (Campania, Calabria, Sicilia, Basilicata, Puglia), ma anche di alcune zone del Nord (Veneto, Friuli, Piemonte) colpite da crisi agrarie.
La spinta era soprattutto economica: povertà rurale, disoccupazione, sovrappopolazione e difficoltà di sussistenza.
Spesso percepiti come “competitori sul lavoro” o “pericolosi”, furono fortemente associati alla criminalità (soprattutto al fenomeno del “crimine organizzato” o della cosiddetta Mano Nera). Il mito della “propensione al delitto” nacque da pregiudizi etnici e dall’eco dei casi di mafia e racket, che pur esistendo, riguardavano piccoli gruppi organizzati, non l’intera comunità.
Criminalità effettiva:
Fonti storiche (ad esempio rapporti di polizia a New York e Chicago) mostrano che meno del 2% degli italiani fu coinvolto in attività criminali.
La maggior parte erano reati minori (risse, piccola delinquenza). Una quota ancora più piccola riguardava il crimine organizzato (mafia, racket).
Il tasso di criminalità degli italiani era pari o inferiore a quello di altre comunità immigrate (irlandesi, ebrei dell’Est Europa), ma si aveva comunque una percezione sproporzionata rispetto ai dati reali, per via di alcuni casi eclatanti che alimentarono stereotipi.
L’immigrazione interna (1960-1980)
Dopo la Seconda Guerra Mondiale l’Italia visse un imponente esodo interno dal Sud e dalle campagne verso il Nord industrializzato.
Si calcola che circa 4 milioni di meridionali si siano trasferiti al Nord (Lombardia, Piemonte, Liguria, Veneto, Emilia-Romagna).
Erano prevalentemente giovani uomini tra i 18 e i 35 anni. Non mancavano adolescenti e giovanissimi (molti ragazzi abbandonavano precocemente la scuola per lavorare).
Provenivano in larga parte da contesti rurali poveri, braccianti o piccoli contadini. Molti erano disoccupati o sottoccupati nel Sud. Spesso vivevano inizialmente in condizioni precarie: baracche, quartieri dormitorio, case popolari.
I meridionali erano spesso visti come “arretrati, poco istruiti, rumorosi” e considerati meno civili e meno moderni rispetto ai settentrionali.
Venivano accusati di accettare salari bassi, di “rubare” lavoro ai locali, di abbassare la qualità della vita nei quartieri popolari.
Sui giornali, per fatti di cronaca nera, se il colpevole era di origine meridionale, veniva categoricamente indicata la regione di origine per ‘identificarlo’, così come accade oggi per l’extracomunitario.
Stranieri in Italia (1970-2020)
Oggi i residenti stranieri regolari sono circa 5,3 milioni (≈ 8,7% della popolazione), 450.000 gli irregolari
Provenienze: inizialmente Nord Africa e Filippine, poi Est Europa (Romania, Albania, Ucraina) e Africa subsahariana.
Coloro che arrivano in condizione di irregolarità sono in maggioranza uomini tra i 18 e i 35 anni. Molti arrivano da contesti di povertà estrema o da aree colpite da guerre, persecuzioni, crisi ambientali. Molti però non nascono poveri o “disperati”: alcuni erano studenti, operai qualificati, piccoli imprenditori. Il salto nell’irregolarità spesso dipende non dal loro status di partenza, ma dalla mancanza di canali legali di ingresso
Percepiti come “competitori sul lavoro” o “pericolosi”, hanno in media tassi di criminalità più alti in percentuale sulla popolazione residente, ma per lo più per reati minori (furti, irregolarità documentali). Il coinvolgimento in mafia e grande criminalità organizzata è molto limitato.
Molti reati riguardano irregolarità di soggiorno, impossibili per un cittadino italiano; sono più esposti a controlli di polizia e vivono spesso in condizioni di marginalità, disoccupazione e precarietà . Per reati gravi (omicidi, criminalità organizzata), la percentuale di stranieri è invece molto più bassa.
Provate adesso a rileggere il testo eliminando ogni riferimento storico ed etnico… scoprirete che in tutti e tre i casi la dinamica è molto simile: flussi massicci di persone povere, che arrivano per lavorare e migliorare le condizioni familiari, ma che vengono inizialmente stigmatizzati e associati alla criminalità, anche se la grande maggioranza lavora onestamente.
Questa la cruda realtà dei dati, a noi l’onestà di valutarli.







