
Il 25 novembre è la “Giornata internazionale contro la violenza sulle donne”: non è una data scelta a caso. È’ il giorno in cui il mondo ricorda le sorelle Mirabal, tre attiviste dominicane brutalmente assassinate nel 1960 dal regime di Rafael Trujillo per il loro impegno politico e la loro lotta per i diritti delle donne. La loro uccisione, emblema della violenza di Stato e della violenza di genere, scosse profondamente tutta la comunità internazionale. È in loro memoria che, nel 1999, l’Assemblea delle Nazioni Unite ha istituito ufficialmente la “Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne”. Da allora questo giorno è diventato un appuntamento globale che non può essere ignorato: un richiamo a guardare negli occhi una realtà sempre più dolorosa, che riguarda il cuore del nostro Paese. Anche Caselle ha ricordato questo giorno. Alle vetrate di Informagiovani sono stati affissi disegni a tema in collaborazione con l’ Associazione Commercianti, la Biblioteca di Caselle ha proposto letture di sensibilizzazione, Il Palazzo Comunale si è tinto di rosso, il colore che richiama il sangue versato, la memoria, ma anche l’urgenza del cambiamento. È un gesto simbolico, potente, ma non sufficiente. Per sradicare davvero la violenza sulle donne serve un impegno quotidiano, profondo, culturale. In Italia, da gennaio sono state uccise 73 donne, mamme, sorelle, madri. Dietro ogni femminicidio non c’è la casualità: c’è una cultura che ancora oggi accetta, giustifica o minimizza il controllo, la gelosia, la sopraffazione. È ancora vivo e vegeto il patriarcato, una struttura antica che continua a permeare linguaggi, abitudini, ruoli e relazioni. Il patriarcato non è, come purtroppo si sente dire, un fantasma ideologico, è in frasi come “è stato un raptus”, “lei voleva lasciarlo”, “era geloso perché l’amava”. È nei silenzi, nelle risate, nelle battute che sembrano innocue ma che sono la base di una mentalità che permette alla violenza di crescere senza essere vista. È in questo scenario che arriva la nuova proposta di legge approvata nel 2025, che introduce nel Codice penale il reato autonomo di femminicidio. La norma riconosce che uccidere una donna, per motivi di dominio o odio di genere è un crimine diverso, con radici culturali precise, per questo prevede l’ergastolo. Ma una legge, per quanto importante e urgente, non basta. Non basta inasprire le pene se non affrontiamo l’origine del problema: la cultura che permette alla violenza di germogliare. Se non cambiamo il modo in cui parliamo di amore, rispetto, libertà. Se non smontiamo gli stereotipi che soffocano le donne e diseducano gli uomini. È qui che una comunità può fare la differenza. Si può scegliere di portare avanti percorsi educativi nelle scuole, momenti di formazione per le famiglie, iniziative che parlino di consenso, rispetto e relazioni sane. Come ricordava Michela Murgia:” Il patriarcato non è un’idea astratta: è una struttura che ci attraversa tutti. O lo combatti o lo sostieni”. E allora, il rosso sul Palazzo Comunale non sia solo un colore: sia un impegno. Un impegno a cambiare la cultura, prima ancora delle leggi. Un impegno a dire che nessuna donna deve essere controllata, zittita, punita perché vuole essere libera.
25 novembre, Caselle si è tinta di rosso
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