In occasione dell’ottantesimo Anniversario della Liberazione la sezione ANPI Santina Gregoris e il Comune di Mappano hanno presentato il libro di Francesco Veltri “Il mediano di Mauthausen”. Hanno dialogato sul testo: Federico Molinaro, nipote del calciatore, e Stefano Tubia, giornalista de “Il Risveglio”.
“Il mediano di Mauthausen: da calciatore a deportato” è la storia di Vittorio Staccione, la storia di resistenza e lotta del calciatore granata che odiava i soprusi.
Vittorio Staccione non era un calciatore qualunque. Nato a Torino nei primi del ‘900, la sua vita cambiò radicalmente un pomeriggio del 1915, quando il piccolo Vittorio venne notato da Enrico Bachmann, uno dei pilastri granata di quegli anni, che lo invitò a entrare a far parte delle giovanili granata. Da quel momento la vita del giovane mutò: in breve tempo diventò un elemento importante della squadra dimostrando di avere qualità eccellenti, in campo e fuori. Il libro racconta una storia di eroismo, di calcio, ma anche di normalità, in un periodo in cui la libertà di essere normali era negata. Vittorio Staccione veniva chiamato sovversivo, per le sue idee, e la sua è una storia di resistenza, quella delle idee, fatta di un’opposizione pacifica, senza armi, in nome della libertà. Giocherà la sua ultima partita a Mauthausen. E non solo metaforicamente, lasciò lì la sua giovane vita segnata da lutti atroci e violenze, ma anche letteralmente, costretto a scendere in campo con i soldati nazisti e la loro banalità del male. Staccione nel corso della sua carriera militò tra le fila del Torino, della Cremonese, della Fiorentina, del Cosenza, diventando ovunque una bandiera. Ma il suo nome, inviso al fascismo, non poteva mai essere scritto né pronunciato, tanto che i tabellini, sui giornali, sostituirono il suo nome con una X, nel tentativo, vano, di annientarne l’identità, di azzerare la forza delle sue idee.
Quando Enrico Bachman lo portò con sé nelle giovanili del Toro, Vittorio si immaginava un futuro radioso, che tale non sarà mai. Figlio e fratello di operai, Vittorio decise di militare dalla loro parte, facendo volantinaggio davanti alle fabbriche, rivendicando diritti che sembravano ovvi, ma che ovvi, nel ventennio, non lo erano. Vittorio era un mediano: faticava in campo, conquistando così il pubblico. Sudò e lavorò, fino alla conquista dello scudetto ( quello poi revocato) insieme a campioni come Julio Libonatti, Adolfo Baloncieri e Gino Rossetti. Ma nella vita di Vittorio ci furono anche la politica e le lotte sociali. E così decise di schierarsi, di essere partigiano. Le sue idee lo fecero finire subito nel mirino. Il suo nome passava di bocca in bocca, come tipo da tenere sotto controllo. Con il suo Torino arrivò in serie A nel 1923, poi partì per il servizio militare. Quando tornò a Torino, prima dell’inaugurazione del Filadelfia nel 1926, venne picchiato dai fascisti. Diventava pericoloso: era un tipo che era meglio non avere tra i piedi. Venne ceduto alla Fiorentina, prima, dove perse la moglie di parto insieme con la sua bimba. Poi arrivò infine a Cosenza ed entrò in campo anche con le costole rotte. In tutto l’OVRA, la polizia segreta, lo arrestò 39 volte, sempre senza alcun motivo. Lasciò il calcio a 31 anni e si stabilì a Torino, ma il suo destino, dopo la partecipazione all’organizzazione dello sciopero del primo marzo 1944, fu segnato. Venne arrestato dalla polizia di Madonna di Campagna, con l’ordine è di consegnarlo alle SS. Il commissario di polizia cercò invano di salvarlo: “Vai a casa, ti conviene; dove andrai farà molto freddo. Se vuoi puoi tornare a casa da solo per prendere qualche abito da portare con te…” Era un’occasione per fuggire. Ma Vittorio tornò con la sua valigia consegnandosi ai tedeschi. Qualche giorno dopo finì sul treno che lo porterà al campo di concentramento dove morirà di setticemia. Una settimana prima della liberazione.
ANPI, presentato il libro “Il mediano di Mauthausen”
Da calciatore a deportato, la storia di Vittorio Staccione
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