
Da anni a Ceretta la Santa Cecilia si festeggia circa un mese prima della data di calendario, in modo da godere di un autunno ancora ricco di foglie colorate e un tempo ancora gradevole. Così com’è stato quest’anno, un bel concerto la sera del sabato 24 ottobre ed una festosa ricorrenza religiosa la domenica 25 mattina, a ricordare i musici che ci hanno preceduto e ora riposano. Il tutto seguito da una bella abbuffata, come da copione.
Il maestro Andrea Marchi ha scelto di aprire Il concerto con una marcia molto nota, la “Raffaella”. Questo mi dà lo spunto per qualche riflessione sul tema delle marce comuni da sfilata, o “marcette” come a volte vengono chiamate un po’ sprezzantemente. Forse per distinguerle da composizioni più altolocate scritte da grandi compositori europei del passato (Beethoven, Schubert, Rossini) o dalle cosiddette marce sinfoniche molto apprezzate ed eseguite nel nostro Meridione che hanno una finalità eminentemente artistica e sono adatte più a un teatro che a una strada chiassosa. Un universo a parte le grandi bande americane e i loro impareggiabili compositori come J.P. Sousa “The March King”.
Non avendo lo spazio e tanto meno le competenze per una discussione completa, mi limito a condividere con i lettori alcuni pensieri personali. A volte anche lapalissiani, come ad esempio il fatto che le marce sono pensate per essere suonate …marciando. La marcia è la prima cosa che le reclute imparavano al CAR (quando c’era la leva) una volta arruolati. Camminare in formazione ordinata in file e colonne, allineati e coperti, al ritmo uno/due – sinistra/destra. Per sviluppare il senso di organizzazione, coordinamento e sincronia. Stessa cosa per i musici della banda, con l’aggiunta della cadenza dei tamburi e l’attacco di un brano musicale a preciso comando.
Dal punto di vista musicale le nostre marce hanno una struttura codificata in modo rigoroso, con pochissime eccezioni. Il tempo è binario sincronizzato con il passo, iniziando sul piede sinistro. La tonalità è maggiore, per comunicare un senso di allegria e leggerezza.
Lo schema della composizione è semplice: dopo una piccola introduzione inizia il primo ritornello con un molto piano che cresce gradatamente fino alla ripetizione, poi di nuovo piano. Il secondo ritornello al contrario inizia con forza ed è suonato all’unisono dagli strumenti gravi, poi si stempera fino alla ripresa. Infine, cambiando tonalità, parte il “trio”. Chiamato così perché anticamente era suonato solo da tre strumenti, è la parte più delicata e cantabile di tutto il brano, forse evoca lo struggimento dopo la foga della lotta.
Il nostro pubblico si aspetta che la banda suoni le marce – anche nei concerti – e le suoni a dovere con intonazione e controllo del suono. Perché è la tradizione, perché piacciono e non stufano anche se già ascoltate molte volte.
Infine una parola sugli autori. Sono in genere musicisti minori di estrazione popolare e fama locale anche se di grande cultura. Spesso sono gli stessi direttori di banda che con la loro esperienza ed il loro gusto hanno saputo creare dei piccoli capolavori. Come il compianto maestro Silvio Caligaris che per tanti anni ha diretto a Caselle. Non avete mai sentito la sua “Misurina”? Impossibile, la riconoscerete già dalla prima battuta.







