La disponibilità di acqua da bere, per irrigare, per produrre energia è stata fondamentale fin dagli albori delle civiltà. Coloro che hanno popolato le regioni del nord Italia sono sempre stati favoriti dall’avere acqua in abbondanza rispetto ad altre regioni che, anche volendo restare in Italia, non hanno avuto questa fortuna e ne sono state carenti o quasi del tutto prive.
Ricordiamoci che prima del 1800 avere abbondanza di corsi d’acqua corrispondeva ad avere l’equivalente odierno di numerose centrali elettriche. La forza idraulica era il motore che azionava le macchine, i mulini per il grano, i frantoi per le olive e, di primaria importanza per il nostro paese, i magli che pestavano gli stracci di cotone posti a macerare al fine di farne una poltiglia dalla quale ottenere la carta.
L’acqua è quindi stata una presenza costante e abbondante nella nostra regione e ciò ha portato molti a considerarla un bene acquisito e dato per scontato. Purtroppo le alterazioni climatiche degli ultimi due decenni stanno cambiando le carte in tavola. Non appena ci siamo trovati di fronte alla scarsità in certi periodi abbinata a piogge torrenziali e anomale in altri, le famose “bombe”, abbiamo subito riacquistato la consapevolezza che l’acqua è un bene primario e che dobbiamo attivarci tutti per non sprecarla e per immagazzinarla nei limiti del possibile per permetterne un uso ragionato e sostenibile. Mentre tutti siamo chiamati a evitarne lo spreco, la creazione di grandi opere che ne permettano l’accumulo ed una fornitura costante è di pertinenza dello Stato e degli enti preposti.
A tal fine, già nel 1980 si cominciò a parlare di invasi, grossi bacini artificiali, destinati ad accumulare l’acqua, trattenuta tramite dighe, per poi distribuirla più uniformemente nel corso dell’anno. Uno di questi progetti ci riguarda da vicino poiché prevede la costruzione di un invaso da 50 milioni di metri cubi in alta val di Viù, in località Combanera. Un primo progetto risale al 1993 con relative autorizzazioni del 1996. Purtroppo in 27 anni non si è visto nulla di concreto.
Nel marzo 2023 il presidente della SMAT, l’ing. Paolo Romano, dichiarò in un’intervista che la Regione aveva stanziato 2,8 milioni di euro per: “riprendere completamente in mano il progetto dell’invaso della Combanera, adeguarlo agli attuali vincoli ambientali e relativi al deflusso della risorsa idrica nei vari corsi d’acqua”. Insomma una bella cifra di soldi pubblici stanziata per “rifare completamente il progetto”, progetto da 600 milioni di euro di investimento totale con termine lavori prevista entro il 31 dicembre 2029.
Considerando che dal marzo 2023 sono passati un bel po’ di mesi (30 per la precisione), ad inizio settembre scorso Cose Nostre ha contattato la SMAT per chiedere novità in merito allo studio di fattibilità sull’invaso della Combanera. Dopo numerose chiamate e solleciti la SMAT ci ha finalmente detto che, al momento, non hanno nessuna dichiarazione da fare al riguardo.
C’è quindi ben poco da aggiungere a tale dichiarazione, se non menzionare l’amaro che lascia in bocca il vedere come alcuni enti si sentano in diritto di fagocitare notevoli quantità di denaro pubblico senza sentire minimamente il dovere di aggiornare o informare la gente, dalle cui tasche originano i fondi erogati, su cosa sia stato fatto – o non fatto – in questi due anni e mezzo. Magari le prossime bombe d’acqua e le successive siccità riporteranno l’attenzione sul tema e chissà… forse sarà necessario stanziare ulteriori fondi per rivedere e aggiornare la fattibilità del progetto di fattibilità “lanciato” nel lontano 2023. Forse
Invaso della Combanera: ma la SMAT non ha nulla da dire?
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