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Comune di Caselle Torinese
venerdì, Gennaio 23, 2026

    Le cartiere ottocentesche dei fratelli Capuccino

    Più volte su queste pagine si è parlato delle cartiere che a Caselle, fin dal medioevo, hanno avuto una grande importanza nell’economia del paese.
    Visto le numerose cartiere e il lungo periodo temporale di queste attività, la loro storia è complessa, e ben lungi dall’essere scritta, tanto che le ricerche portano sempre a nuove considerazioni e revisioni di quanto già pubblicato.
    Questo mese vediamo in particolare come erano strutturate le tre cartiere dei fratelli Capuccino in un periodo ben preciso dopo il periodo napoleonico, ossia nel 1830 durante la Restaurazione, poco prima che, a seguito della morte dell’ultima erede, passarono alla famiglia Della Valle.

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    Le origini dei Capuccino
    Secondo quanto scritto da Don Miniotti, la famiglia era originaria del Biellese e Giovanni Antonio Capuccino giunse a Caselle attorno al 1680 per affittare un battitoio di carta di proprietà di Giuseppe Andrea Georgis.
    All’inizio del 1700, lui, forse già con i suoi figli, acquistò una cartiera in regione Montrucca sulla “bealera dei Molini”, poi denominata “Belgrado”, iniziando una fiorente attività.
    In merito all’esatto nome della famiglia, i documenti, nel tempo, non sono univoci, e riportano il cognome in varie forme, il più delle volte Capucino, ma molte altre volte Cappuccino, oppure Cappucino o Capuccino che è la dicitura scelta in questo testo in quanto maggiormente usata nei documenti esaminati dell’inizio dell’Ottocento.
    Alla morte di Giovanni Antonio l’edificio passò ai figli e nel catasto del 1746 la cartiera risulta di proprietà dei due fratelli Gaspare Antonio e Giuseppe.
    Nel 1770 i fratelli Capuccino acquistarono, dal marchese Agostino Lomellino di Genova, i cinque battitoi, che le monache di S. Chiara avevano messo all’asta nel 1765, per pagare i debiti del loro monastero, e che lo stesso marchese si aggiudicò, con la mediazione di Francesco Ferrero.
    Con sei cartiere in Caselle, l’attività si espanse notevolmente, e con essa la loro ascesa sociale.
    Al tempo era consuetudine che i nuovi “ricchi borghesi” testimoniassero la loro importanza acquisendo la nobiltà dai Savoia, e così fecero anche i Capuccino, fregiandosi di un blasone «Troncato da due fasce, di cui una staccata di argento e di rosso, l’altra di azzurro a tre stelle; il primo d’argento all’aquila coronata di nero, il secondo d’argento».
    Intanto la famiglia si allargava e, di successione in successione, le cartiere alla fine del XVIII Secolo si divisero tra i due rami principali dei Capuccino, che allargarono ulteriormente l’attività acquisendo una cartiera a Pinerolo e soprattutto dirigendo l’importante cartiera ducale sita in Torino al Regio Parco a fianco della manifattura tabacchi, cartiera che da sola produceva un terzo della carta fabbricata nella provincia di Torino.

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    Le cartiere dei Cappuccino all’inizio del XIX secolo
    Nel 1812 Gaetano Capuccino, secondo il catasto francese, era proprietario di tre “moulins à papier”, quello di Santa Clara in regione Montrucca, quello di Sant’Antonio in regione San Grato e quella denominata di San Bartolomeo in regione Ruatta (poi diventato parte del lanificio Laclaire), mentre l’altra cartiera detta Belgrado sempre in regione Montrucca era di proprietà del cugino Giuseppe con i suoi fratelli.
    A seguito del fallimento di Gaetano, il 23 dicembre 1818 tutti i suoi beni vennero venduti all’incanto e assegnati al notaio Lorenzo Magnetti. La cartiera di San Bartolomeo passò poi ai Laclaire, mentre le altre due furono acquisite dai figli del suo cugino Pietro, ossia i fratelli Giuseppe, Carlo e Gaspare, che erano già proprietari della cartiera Belgrado, proveniente dalla successione paterna.
    I tre fratelli continuarono la collaborazione con il Governo del Regno di Sardegna, già intrapresa dai loro predecessori, e la carta prodotta nelle loro cartiere era tra le più rinomate.
    Come già detto all’inizio del XIX secolo la domanda di carta aumentò enormemente, anche grazie all’invenzione della stampa industriale e alla diffusione dell’alfabetizzazione, e così gli stracci, con cui fino ad allora era prodotta la carta, non erano più sufficienti a soddisfare l’enorme domanda.
    Così nella prima metà del secolo, tutte le cartiere provarono le materie prime più diverse per produrre la carta, come la paglia, la segatura e le fibre vegetali più disparate.
    Così successe anche nelle cartiere casellesi, e i Cappuccino furono tra i primi a usare nel 1825 “un tipo di carta ottenuto con pura sostanza di legno di pioppo, di salice e spiallicciatura di falegnami e steli di carta”.
    Nel 1830 a Caselle vi erano impiantate sette cartiere; quattro di esse erano poste sulla Bealera Sinibaldi, ossia quelle di Felice Fresia, quella di Giovanni Francesco Scotto, quella di Mauro Arghimenti e quella di Luigi Danesio, mentre le altre tre, tutte di proprietà dei fratelli Capuccino, erano poste lungo la “bealera dei Molini” a nord del paese.
    Nella relazione statistica del 1831, inviata dall’Amministrazione comunale di Caselle all’Intendente generale, così sono descritte:
    “Sette contansi le fabbriche da carta, tre delle quali e le più grandiose di spettanza delli Signori Giuseppe Carlo e Gaspare fratelli Cappucino, denominate
    1° – Santa Clara ossia Montrucca,
    2° – altra Belgrado,
    3° – Sant’Antonio ossia Battitore primo,
    quali vanno per loro conto, e fatto una medesima direzione tal che si possono dire una sola, si impiegano in essa un direttore, un sotto direttore, 74 lavoranti tra uomini, donne e garzoni per la fabbricazione della carta, due conducenti per l’andata delle medesime.
    Si impiegano annata comune R. 16 mila straccie siccome materia prima che si acquistano nei contorni dopo che non sono più in vigore i comparti, e ciò oltre ad altre materie accesorie.
    La spesa della fabbrica tra l’acquisto delle materie prime ed acesorie, di manutenzione della fabrica, ordegni e pagamento delli operai può presentare un movimento di Lire 84.000, il prodotto netto approssimativo di Lire 6.000 circa.
    Le macchine ed ordegni sono messi in moto dall’acqua e consistono primo in numero di dodici ruote sulla bealera quali mettono in attività otto batterie che compongono centotrentaotto pestoni, un cilindro, quattro magli e la pompa che porta l’acqua sino al terzo piano.”

    Le cartiere in dettaglio
    Una ben più dettagliata relazione del 1830, in cui i fratelli Capuccino consegnano le loro tre cartiere, descrivono l’attività anche se non divisa per fabbricato, ma come se fosse un’unica azienda.
    Dei tre fratelli solo Carlo era abitante a Caselle, mentre gli altri due risultavano dimoranti a Torino dove avevano anche il loro magazzino, ma in ogni caso gestivano le cartiere casellesi direttamente con l’ausilio di un solo direttore.
    Come detto da questa relazione, non è possibile descrivere le tre cartiere distintamente, ma nel loro complesso erano composte da 74 locali così suddivisi:
    Al piano terreno 22 locali erano destinate per i macchinari e le lavorazioni, di cui sei per le pile, due per le cilindre, una per i magli e la pompa, tre per il marcitore, tre per lo stracciatore, quattro per le tine, una per il buratto e due per le caldaie.
    Undici magazzini al piano terra erano destinati per gli stracci (tre), per il legno (tre), per il carbone (due), per il sale (tre), mentre i falegnami avevano tre laboratori (presumibilmente uno per edificio) per le riparazioni dei macchinari.
    Al primo piano vi erano le abitazioni per i dipendenti, di cui trenta camere per gli operai e otto per i proprietari e i dirigenti.
    Tutto il secondo piano di tutte e tre le fabbriche erano invece destinate per lo stendaggio e asciugatura dei fogli di carta prodotti e questi locali erano in pratica dei grandi sottotetti semiaperti e ben ventilati.

    Le materie prime
    Le materie prime impiegate erano ancora esclusivamente stracci di diversa qualità escluse però quelle di lana e di seta non adatte per la produzione di carta, e quelle bianche erano le più pregiate che costavano più di tre volte di quelle colorate.
    Provenivano dai paesi circonvicini e particolarmente da Montanaro, Chieri, Torino e Asti, e come avevamo visto nell’articolo del mese scorso, non sempre erano reperibili in quantità sufficiente, infatti nella relazione si lamenta il fatto che spesso si doveva interrompere la lavorazione proprio “per scarsità delle strazze che soventemente avvi atteso la fraudolosa uscita dai Regi Stati, e per l’illimitato e dannoso aumento delle Cartiere in Piemonte, essendo maggiore la fabbricazione della carta che il consumo”.
    Le materie coloranti e accessorie provenivano in genere dal Piemonte e principalmente consistevano in: carnuccio, azzurro berlino, allume, campeggio, verderame, olio, sapone, boscamenta da lavoro e per bruciare, ferro diverso lavorato, feltri, ceste e cestini, corda fina da stendaggio e corda da imballaggio.

    Le lavorazioni e gli operai
    La produzione della carta prevedeva le seguenti lavorazioni:
    “cernita delle straccie, tagliamento e divisione d’esse, marcimento d’esse, sfilacciatura d’esse nelle Pile idrauliche, raffinatura nelle Cilindre idrauliche, riduzione d’esse in carta nelle Tine, stendimento e raccoglimento d’essa, collaggio, successivo stedimento e raccoglimento dopo il collaggio, dispianamento d’essa mediante torchi, piegamento, formazione in risme, profilatura e imballaggio”.
    Per queste lavorazioni si impiegavano 73 lavoranti di cui: 27 donne addette alla preparazione degli stracci e alla stenditura, 5 lavoranti alle tine, 5 ponitori, 5 levandini, oltre a vari garzoni e apprendisti. Completavano gli addetti i falegnami, i macchinisti, gli addetti alle caldaie e due capi di fabbrica.
    Il salario variava a secondo il tipo di lavorazione e andava da 10 soldi al giorno per gli addetti allo “stendaggio”, a una lira e 11 soldi per gli addetti alle tine o 2.5 lire per i falegnami.
    Nella relazione si fa presente che la produzione era spesso soggetta diminuzione a causa “della grande quantità di febre terzane (febbre che compare a giorni alterni solitamente associata alla malaria), che nell’estiva stagione vanno soggetti li operaj stante l’aria umida delle Fabbriche”.

    I macchinari e la produzione
    Tutte i macchinari, azionati dalle ruote idrauliche, erano realizzate sul posto, tranne le parti in pietra che proveniva dai Comuni di Pont e di Melanaggio (località, presso Pinerolo), ed erano così descritti nella relazione:
    “otto batterie composte di n° 138 pestoni di legno di rovere con trenta chiodi di ferro caduno in 35 Pile di pietra;
    tre vasche grandi di pietra dette Cilindre con suo Rubatto caduna portante 33 lame in ferro, ed intagliato con piastra al di sotto metallo o di ferro tagliente per raffinare la pasta delle straccie;
    cinque masse di ferro con sua piatellina al di sotto, sita sopra un grosso massiccio di pietra per lisciare la carta;
    quattro caldaie di rame di cui 3 per fondere il carnuccio, ed una per tinture diverse”.
    Le macchine si fermavano interrompendo la lavorazione specialmente per mancanza d’acqua quando si eseguivano riparazioni alle fabbriche superiori, alle medesime e alle inferiori, oppure per scarsità e mancanza d’acqua nell’alveo della Stura nell’inverno.
    Altre soventi interruzioni per mancanza d’acqua avveniva per “li continui abusi nell’Estate nelle Comuni Superiori, ed in quella di Caselle nei così detti giorni della Samboira per l’irrigamento dei loro Beni non essendovi regolamenti al proposito”.
    Le cartieri casellesi dei Capuccino, producevano diversi tipi di carta e cartone, tra cui:
    la carta detta Grand’Aquila, quella detta Colombi, la Imperiale fine, la Reale fine, la Rispetto, la Bastarda fina, la Doppio Protocollo, la Protocollo, la Processo, la carta bleuastra e bleu, la carta grigia con colla e senza colla, oltre a cartoni ordinari.

    Dai Cappuccino ai Della Valle
    Alla morte di Gaspare Cappuccino, avvenuta molto probabilmente nel gennaio del 1840 e diventato nel frattempo unico proprietario, tutte le sue proprietà, comprese le cartiere, vennero ereditate dalla figlia Carolina, come disposto dal suo testamento dell’8 marzo 1836 e aperto con atto del 21 gennaio 1840.
    Carola Maria (Carolina) Capuccino, figlia di Gaspare e di Giuseppina Reale, sposò il 16 febbraio 1847 Candido Della Valle, che già negli anni precedenti aveva lavorato nella cartiera torinese della famiglia Cappuccino.
    Le cartiere restarono di proprietà di Carolina fino alla sua morte, che se ne occupò personalmente insieme al marito; in seguito le proprietà passarono agli eredi Della Valle, e qui di seguito elenchiamo brevemente i passaggi di proprietà fino ai giorni nostri.
    La cartiera Montrucca venne venduta dagli eredi Della Valle il 13 novembre 1917 ad Antonio Formaglio, Attilio Mario Bianco, Mario Brunati, che la trasformarono in “cuoificio”, poi il 19 ottobre 1921 l’edificio passò ad Angelo Verona, che lo convertì in “feltrificio”, che rimase in funzione fino al 18 ottobre 1923, quando venne venduto alla Società in accomandita semplice Gaudenzio Sella & Compagnia di Biella.
    Il 13 novembre 1933 la Montrucca venne affittata dalla Banca all’industriale tessile Edoardo Cesa in cui trasferì la sua filatura di cascami di cotone “Cesa Edoardo Filatura di Caselle”. Dopo circa cinque anni di affitto, il 17 febbraio 1938 Edoardo Cesa acquistò l’edificio mantenendo l’attività di filatura fino al 1968. L’edificio, che ora ospita diverse attività è tutt’ora di proprietà della famiglia Cesa.

    La cartiera Belgrado
    L’edificio restò di proprietà della famiglia Della Valle sino al 13 luglio 1926 quando venne venduto a Stefano Oberto, per poi passare con un ulteriore passaggio di proprietà del 22 giugno 1939, a Carlo Humbert. L’anno successivo Humbert vendette a Renzo Bechis, che a sua volta il 29 aprile 1941 lo cedette ai coniugi Ruella, detti Rivella.
    Per atto di compravendita del 19 giugno 1974 la proprietà passò dai Rivella alla Società SACT s.p.a. di Caselle Torinese per essere completamente ristrutturato e diventare dal 1975 un prestigioso albergo e ristorante.
    La cartiera Sant’Antonio (detta anche “Battoretto”) venne trasformata, già nel 1905, in filatura e ritorcitura di lana cardata, di proprietà degli eredi Della Valle sino al 18 novembre 1911, quando subentrò la ditta di sfilacciatura e filatura di lana e cotone “Canova e Compagnia”.
    L’industriale laniero Natale Canova ottiene in locazione l’edificio del “Battoretto”, di proprietà di Cesira Della Valle, adibito a filatura e ritorcitura fino al 20 maggio 1912, quando Canova costituisce con l’industriale tessile Federico Reda la società denominata “Filatura di Caselle Reda e Canova”, per la filatura e la sfilacciatura di lana e cotone, e dal 1917 diventò loro socio anche Edoardo Cesa.
    In tempi più recenti la cartiera diventò di proprietà della famiglia Leone che ne fece la sede della loro ditta oltre che loro abitazione.

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