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martedì, Dicembre 9, 2025

    Passeggeri consapevoli

    C’è sempre meno tempo da dedicare alla riflessione, anche se questa, al punto in cui siamo, s’impone. Per provare a capire dove diavolo stiamo andando.

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    Presentare il libro di Luca Alberigo, “ Verso l’umanesimo digitale”, è servito proprio a questo: fermarsi anche solo un momento per provare a considerare ciò che sta accadendo attorno e dentro di noi. L’incursione, l’avvento nelle nostre vite dell’Intelligenza Artificiale sta proponendo, con un’accelerazione spasmodica, una vera rivoluzione non solo in campo tecnologico, ma anche in quelli economico e sociale.

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    Se da un lato c’è la percezione netta che l’IA agevolerà l’uomo sottraendogli, grazie alla robotizzazione, lavori usuranti, sia fisici che mentali, dall’altro non passa giorno che non giunga notizia di quale potenzialmente distopico futuro ci si pari davanti, con la regressione di intere categorie sociali verso una sempre più marcata indigenza. Dati alla mano, ad ottobre negli Stati Uniti – baciati dalla Golden Age di Trump -, a perdere il lavoro sono stati in 172 mila (+42% rispetto a un anno fa), 128 mila dei quali erano impiegati in settori connessi alle tecnologie digitali. Ai 14 mila dei licenziati da Amazon, si sono uniti i14 mila amministrativi lasciati a casa da UPS in 22 mesi, mentre altri giganti del commercio US, come Target e Walmart, fabbriche come General Motors, banche come JP Morgan Chase e big della tecnologia come Meta-Facebook, per fare solo qualche esempio, stanno tagliando ruoli manageriali e non assumeranno più, visto che presto l’intelligenza artificiale potrà sostituire metà delle professioni di livello intermedio, tra programmatori di software, generici impiegati, addetti alla diagnostica medica, giornalisti e molto altro ancora.
    Se la politica non inizia ad avere contezza dello tsunami che ci sta investendo, andremo incontro, soprattutto nel cosiddetto mondo occidentale, a fortissime tensioni sociali.

    L’elezione del nuovo sindaco di New York, Zohran Mamdani , è da leggersi come un segnale di risveglio e controtendenza? Di sicuro è un segnale. Un segnale di voglia di ribellarsi al disagio, di ribellarsi a chi da dopo il Covid, ha fatto lievitare ogni costo diminuendo il potere d’acquisto.

    Ma non è così anche un po’ per noi? Quanti sentono di appartenere ormai a una spiacevole condizione di classe disagiata, capace di accumulare solo delusioni e risentimenti dettati da una crescente fragilità economica?

    L’ha condensato e bene  Raffaele Alberto Ventura in un saggio edito da Einaudi «La conquista dell’infelicità»  dove si comprende il senso di frustrazione che sempre più spesso ci avvinghia. Disagio e frustrazione paiono essere diventati i leitmotiv di quest’epoca, che stanno accompagnando una crisi strutturale, sistemica, pervasiva in tutto l’Occidente.
    La conquista dell’infelicità suona anche a dura sentenza nei nostri confronti che abbiamo creduto a un mondo “ da bere”, dove tutto sembrava realizzabile senza costi, senza che mai un nodo giungesse al pettine.

    L’era dell’egotismo, basata su un modello di sviluppo improntato sul più sfacciato neoliberismo e sull’ autorealizzazione, si sta schiantando, trasformandosi in una competizione senza esclusione di colpi.
    L’abbaglio dettato dall’infingarda promessa nella quale ognuno potesse avere sempre meno doveri e sempre più diritti sta generando pericolose tensioni ibride.

    La teoria del “win win” dove, nell’affrontare un problema, ciascuno degli attori trova soltanto concreti vantaggi, ha retto il tempo di una bolla: come sempre, i vincenti sono pochi, i perdenti molti. I più autorizzati a sentirsi defraudati sono quelli che si trovano nell’età di mezzo, quelli che hanno investito tempo e denaro per accrescere competenze necessarie per competere.
    Il liberismo senza regole ha contribuito e non poco a produrre un inganno collettivo, illudendo che la strada per la realizzazione personale, sociale ed economica potesse avvenire, per tutti, senza sforzo apparente. A volte, alla portata d’un semplice click. Ora, con l’elargizione sempre più facilitata di gradi studio e dequalificati titoli accademici, l’arrivo dell’IA – che potenzialmente annulla il vantaggio di chi le cose le sa per davvero – la competizione si fa ancora più dura. Si sta allargando una fascia sociale che fino a poco tempo fa manco esisteva: quella dei “disagiati sovraqualificati”, cioè di quelli che hanno un eccesso di conoscenze e capacità rispetto a ciò che ha loro da offrire il mercato. Da questo nascono il disagio e la frustrazione. Da questo nasce la voglia di allontanarsi dal diritto/dovere del voto e nel rifugiarsi nel populismo: un caso che alcuni movimenti abbiano preso di mira le competenze, elogiando quanto “uno valga uno”? La meritocrazia è diventata ancor più un’illusione.   C’è una generazione intera che langue vicina alla «miseria relativa», una generazione che campa di lavori spiccioli e precari, senza prospettive.

    L’artista, designer e scrittore  Silvio Lorusso  ha coniato un termine che ben si addice al mondo dell’adultescenza, quel mondo costituito da una generazione trasversale composta da chi non riesce a crescere: «l’imprendicariato», che si attaglia a chi ha creduto e crede nell’illusione di diventare imprenditore di sé stesso, sfuggendo così al circo infernale messo su dai burattinai.
    Quanti sono quelli a partita Iva semplificata che ogni giorno provano a inventarsi la vita scrivendo articoli per pochi spicci, aspiranti content creator, piccoli imprenditori, scrittori che pagano per veder pubblicati i loro libri, reduci da talent che fanno prosperare l’economia delle piattaforme?
    Tutti sperano. Tutti sperano che qualcosa cambi.

    La percezione è che, come dice qualcuno, si sia arrivati a un punto di non ritorno e che in un certo mondo occidentale l’uomo sia una tecnologia che non possiamo più permetterci.
    Arriveremo ad avere un nuovo spettro aggirarsi in Europa, recando come invito: “Precari di tutto il mondo unitevi”?
    Di definizione in definizione c’è una “classe eccedente di semi istruiti” che sta covando una rabbia che è pronta a esplodere, ma né le autocrazie, né il liberismo portato all’eccesso paiono avere sicure ricette consolatorie, men che meno programmatiche per sfuggire alla crisi sistemica.
    C’è una profonda crisi di idee e il globale abbassamento culturale non crea certo un terreno fertile perché germoglino.
    Prima che ci si rifugi in interpretazioni religiose sacrileghe ( il movimento statunitense MAGA ce ne ha già fornito un paio di inquietanti esempi), occorre far sì che si trovi uno straccio di indirizzo nella filosofia e nella politica: solo la forza del pensiero può arginare il pensiero della forza e permetterci di individuare delle traiettorie che ci possano garantire un futuro con meno tensioni.

    Da troppo stiamo viaggiando su un treno che non fa più fermate, come bagagli buttati là: diventare passeggeri consapevoli potrebbe aiutare almeno a smettere di essere complici di chi sta facendo tanto per annientarci.

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    Elis Calegari
    Elis Calegari
    Elis Calegari è nato a Caselle Torinese il 24 dicembre del 1952. Ha contribuito a fondare " Cose Nostre", firmandolo sin dal suo primo numero, nel marzo del '72, e, coronando un sogno, diventandone direttore responsabile nel novembre del 2004. Iscritto all' Ordine dei Giornalisti dal 1989, scrive di tennis e sport da sempre. Nel corso della sua carriera giornalistica, dopo essere stato collaboratore di prestigiose testate quali “Match Ball” e “Il Tennis Italiano”, ha creato e diretto “Nuovo Tennis” e “ 0/15 Tennis Magazine”, seguendo per più di un ventennio i più importanti appuntamenti del massimo circuito tennistico mondiale: Wimbledon, Roland Garros, il torneo di Montecarlo, le ATP Finals a Francoforte, svariati match di Coppa Davis, e gli Internazionali d'Italia per molte edizioni. “ Nuovo Tennis” e la collaborazione con altra testate gli hanno offerto la possibilità di intervistare e conoscere in modo esclusivo molti dei più grandi tennisti della storia e parecchi campioni olimpionici azzurri. È tra gli autori di due fortunati libri: “ Un marciapiede per Torino” e “Il Tennis”.

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