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Comune di Caselle Torinese
martedì, Dicembre 9, 2025

    Quando la nostra carta si faceva con i nostri ” preziosissimi” stracci

    Appunti storici sulle cartiere casellesi

    A partire dalla fine del XIV Secolo Caselle vide la progressiva realizzazione di sempre più numerose cartiere, tanto da diventare alla metà del Millequattrocento un vero e proprio distretto cartario, tra i più importanti del Piemonte e non solo, tanto che la sua reale consistenza, alla luce delle attuali ricerche storiche, non è ancora del tutto conosciuta.
    La scrittura è sempre stata uno degli strumenti fondamentali nella storia della comunicazione umana, e prima dell’invenzione della carta, si scriveva su materiali costosi e difficili da produrre, come la pergamena o il papiro.
    Inventati in Cina, i primi fogli di carta venivano prodotti con fibre vegetali di vario tipo, come canapa, bambù e corteccia di salice. La tecnica poi si diffuse lentamente verso ovest, e attraverso il mondo arabo arrivò prima in Spagna, in Italia e poi nel resto d’Europa, dove le materie prime cinesi non erano disponibili.
    Proprio in Europa, a partire dal XIII Secolo, si scoprì che era possibile ottenere carta utilizzando stracci di lino, cotone e canapa, cioè tessuti vecchi e usurati che non potevano più essere utilizzati per l’abbigliamento.
    Da quel momento, e per circa sei secoli, la materia prima per la produzione della carta fu costituita, quasi esclusivamente, proprio dagli stracci di cotone, canapa e lino opportunamente miscelati.
    Le carte fabbricate con gli stracci hanno una durata decisamente superiore a quelle ottenute con la cellulosa o la pasta di legno, infatti è per questo che oggi possiamo avere documenti molto antichi ancora ben conservati dopo secoli, cosa che sicuramente non succederà con la carta dei giorni nostri che ha una durata decisamente inferiore.
    Di conseguenza, a partire dal medioevo, la produzione della carta divenne strettamente legata alla disponibilità di stracci, che iniziarono a prendere valore e a essere raccolti in modo sistematico.
    Tra i tanti problemi che assillavano le cartiere, durante la loro secolare esistenza, c’era l’incetta di stracci, che costituì motivo di continua preoccupazione, tanto che tutti gli Stati emanarono continue leggi per regolarne la raccolta,  vietando soprattutto l’esportazione degli stracci, capaci di sfavorire le cartiere locali.

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    Produzione della carta con gli stracci
    Inizialmente, nel periodo protoindustriale, gli stracci venivano suddivisi per tipologia, frantumati manualmente con una sorta di falcetto e poi messi a macerare in vasche con acqua e calce viva, che aveva la doppia funzione di sbiancare e disinfettare.
    Dopo la macerazione gli stracci erano posti in vasche, dette pile, dove un “ingegno” composto di pesanti magli a testa chiodata e azionato da una ruota idraulica, riduceva le fibre in poltiglia; la pasta, così ottenuta, veniva messa a decantare in un locale attiguo.
    Dopo qualche giorno la pasta, allungata con acqua, veniva versata in apposite “tine” di legno, dove il mastro cartaio vi immergeva una forma rettangolare costituita da un telaio in legno con un fitta rete metallica che determinava la forma del foglio.
    Il mastro cartaio faceva depositare in modo uniforme la pasta sulla maglia e poi, con delicatezza e maestria, il “ponitore” la staccava e la metteva tra due fogli di feltro.
    È proprio su questa rete che era possibile “cucire” la filigrana, realizzata con un filo di ferro, che in genere rappresentava il simbolo o le iniziali della cartiera e che diventava un vero e proprio marchio di fabbrica del foglio di carta.
    In seguito i fogli venivano pressati mediante torchiatura, che eliminava il liquido in eccesso, prima di essere stesi ad asciugare, come panni, in una stanza ventilata.
    Quindi si procedeva all’immersione degli stessi nella colla animale, ottenuta con scarti messi a bollire in una “caldara”, procedimento che serviva a dare maggiore consistenza al foglio e a ridurne la porosità ed evitare che l’inchiostro sbavasse durante la scrittura.
    Alla fine tutti i fogli erano lisciati manualmente, in genere da bambini, o con l’utilizzo di un maglio a testa piatta.

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    La raccolta degli stracci in Piemonte
    Nell’Europa preindustriale, per la produzione della carta, gli stracci avevano quindi un’importanza tale da aver dato vita a un sistema collaudato e regolamentato di raccolta, riciclo e lavorazione, anche per far fronte alla loro perenne carenza.
    Si trattava di un oggetto di tale valore che gli Stati di antico regime imposero quasi ovunque dei dazi dai quali ricavavano importanti gettiti fiscali.
    Nel XVI Secolo, in Piemonte, il consumo della carta aveva superato ogni previsione, e le numerose tipografie avevano fatto della carta una materia essenziale e insostituibile che ne aumentava fortemente il consumo.
    Le cartiere, che inizialmente dovevano solo provvedere alle richieste delle cancellerie e dei conventi, dovettero soddisfare le crescenti richieste per la stampa dei sempre più numerosi libri, ma anche quelle di altre industrie, come quella del tessuto e del tabacco, che fra le prime richiedevano al cartaio carte per il loro speciale fabbisogno, mettendo in difficoltà le numerose cartiere che esportavano il loro prodotto dal Piemonte nel XVI secolo e che non trovavano abbastanza stracci per la loro produzione.
    La carta da scrivere era comunque la più richiesta, anche grazie alle leggi ducali del Piemonte che, imponendo l’uso della carta bollata, eliminava totalmente la pergamena per la scrittura degli atti.
    Inoltre la carta piemontese era diventata molto ricercata nel resto dell’Europa, ma il conseguente aumento di produzione veniva spesso ostacolato dalla carenza di stracci che spesso venivano esportati di contrabbando verso mercati che offrivano prezzi più vantaggiosi.
    L’esportazione dal Piemonte dei migliori cenci di lino e cotone ne aumentava di conseguenza la richiesta e il prezzo, tanto che la carta prodotta dalle cartiere locali finiva per costare più cara di quella prodotta dalle cartiere straniere che guadagnava con l’importazione nel nostro paese.
    Vari editti sabaudi del secolo XVI cercarono di mettere un freno a questa situazione, impedendo l’esportazione dei “cenci”( anche se già prima gli stessi cartai avevano monopolizzato certe zone del ducato con privilegi o con accorte misure commerciali), per assicurarsi il fabbisogno delle loro cartiere.
    Il memoriale ai “Capi della Compagnia della Stampa di Torino” del 6 marzo 1573, e 28 giugno 1581, e in seguito le relative Patenti di Confermazione del Duca Carlo Emanuele, concedevano vari privilegi ed esenzioni alla Compagnia, e proibivano l’esportazione dei cenci dal Piemonte per servire esclusivamente alle cartiere locali.
    Il memoriale precisava: “che si serrino le strazze e se ne proibisca l’estrazione dal paese sotto pena della confiscatione d’esse acciocché per difetto d’esse non s’habbi disagio di carta che è il più importante del negozio”.
    Inoltre, nella maggior parte dei casi, un primitivo commercio recuperava per un raggio abbastanza grande delle piccole quantità di cenci, nei cascinali e nei paesi, i quali riuniti formavano dei discreti quantitativi, che altrimenti sarebbero andati dispersi.
    Il vero commercio degli stracci era trattato da cenciaioli, che fornivano alle cartiere un prodotto già selezionato, per un impiego quasi immediato, sovente già lavato e grossolanamente suddiviso.
    Naturalmente, il prezzo era determinato da diversi fattori, tra cui anche la zona di raccolta, infatti i cartai sapevano che cenci di certe zone erano da considerarsi di ottima qualità, e perciò pagati a prezzi maggiori, mentre quelli di altre zone erano classificate di qualità inferiore, qualunque fosse il tipo di straccio raccolto in quella località.
    A ostacolare la raccolta si mettevano di mezzo anche le varie epidemie, che provocavano dei periodi di forte scarsità di raccolta degli stracci, in quanto le leggi sanitarie prevedevano che insieme ai corpi si bruciassero anche i vestiti.
    I luoghi di stoccaggio degli stracci erano comunque dei…veri magazzini di microbi, e nonostante le norme sanitarie del tempo, spesso venivano raccolti anche stracci contaminati provenienti da ospedali e lazzaretti.
    All’inizio del secolo XVII, nuove disposizioni completavano le norme per il recupero e il divieto di esportazione dei cenci.
    Il Pubblico Istrumento del 7 giugno 1601, conferiva l’autorizzazione alla raccolta in appalto dei cenci in tutte le provincie, a M. Giovanni Domenico Tarino, libraio in Torino e possidente a Caselle “per titolo d’accensamento, per quattro anni prossimi, mediante la censa de’ scudi mille di tre liure di venti soldi Ducali l’una, per caduno ogn’anno” “affinchè le fabbriche delle carte e stampe de’ libri ne possino essere meglio, et più honesta conditione prouiste”.
    Dopo il Tarino, altri gabellieri ebbero negli anni seguenti in appalto il ricupero dei cenci, ma le difficoltà di provvedersi delle materie essenziali non erano diminuite negli anni successivi, e con il proibire l’esportazione degli stracci, il Governo piemontese cercava di assicurare il fabbisogno dei suoi battitori da carta, ma senza ancora aver provveduto alla giusta ripartizione, “affinché non avvenisse, che cartai maggiormente favoriti, raccogliessero a scapito degli altri”, creando numerose disparità e malumori.
    Le prime disposizioni di ripartizione furono dell’11 aprile 1622, ma non avevano dato quell’esito sperato, e mentre la richiesta interna aumentava, le cartiere piemontesi dovevano ridurre la loro produzione per mancanza di stracci che, clandestinamente, venivano ancora esportati, con la conseguenza che la mancanza di produzione favoriva l’importazione di carta straniera.
    Le lettere Patenti del 4 dicembre 1625 annullavano i sistemi in corso, e assegnavano nuovamente le zone di ricupero per ogni cartiera, stabilendo alcuni nuovi “ripartimenti”, abrogando quelli stabiliti il 14 maggio 1618 “Acciochè le fabbriche della carta da scrivere et altre non solo non diminuischino, come sin qui hanno fatto, con accrescimento et vantaggio, per quanto siamo informati, di simili edifici et fabbriche forastiere, ma si conservino e vadino aumentando a beneficio universale dei nostri sudditi. Assigniamo alli edificii battitori, fabbriche et tine infrascritte le terre come infra a caduna d’esse repartite per goderne li patroni presenti, e loro successori hora e all’avvenire intieramente e pacificamente senza opposizione a raccoglier in quelle e far raccoglier tutte le strazze che si potranno ricavare a beneficio di caduno d’essi edifici”.
    Questo sistema, più corretto, si protrasse anche per il secolo successivo, come vediamo anche nei Capitoli del 1706 in cui è: “stata data in Accensamento & Gaspar Francesco Tarino, Fondichiere in questa Città la racolta, e Gabella delle strazze e Dritti de Battitori & Ingegni della Fabrica della Carta de stati nostri a Noi dovuti dalli Possessori d’essi, compresi quelli del Contado di Nizza e della Città, e Mandamento di Pinarolo”.
    Nel documento venivano regolate tutte le disposizioni per la raccolta e anche il prezzo che si doveva pagare per il diritto della raccolta degli stracci nonché il prezzo che le cartiere dovevano pagare all’accensatore.
    Dovranno li Padroni de Battitori da Carta, compresi quelli del Contado di Nizza, e della Città e mandamento di Pinarolo, pagare ogn’anno, & a quartieri al sudetto Accensatore scudi vinticinque d’oro effettivi d’Italia per ogni Tina, per qual pagamento s’intenderanno particolarmente obligati & hipotechati li Battitori…” “…in difetto del pagamento a tempo debito, e precedentemente ingiontione di giorni cinque e non seguito detto pagamento si darà l’immissione in possesso di detti Battitori a favore d’esso Accensatore, per tenerli a titolo di pegno, fino all’intiera sodisfatione del debito, e spese, e con facoltà di venderli a resigo (rischio), e pericolo de Padroni, per cavarne la somma, che sarà rimasta in debito..”
    Non mancavano anche tutta una serie di sanzioni in caso di inosservanza delle regole.
    “Tutti quelli, che contraverranno alli sudetti Capitoli incorreranno la pena di scudi venticinque d’oro per caduno, e per ogni volta, che si contraverrà…” “…oltre la perdita delle Strazze, quali si trovassero caricate…”.
    Nel documento vengono poi elencati tutti i proprietari di cartiere che avevano il diritto di raccogliere gli stracci e le zone a loro assegnate, come ad esempio quella delle cartiere casellesi del nobile Cervetto: “Al sergente Maggiore, Bernardino Servetto come havente ragione dal fu Stampatore nostro Sinibaldo, per una Tina e mezza, & per altra Tina al Libraro Giorgis. – Torino, escluso Grugliasco, Carmagnola, Ceresole, Carignano, Piobes, Vinovo, None, tutte con loro finaggio, Castagnole, Ayrasca.”
    Ma nonostante queste leggi, che prevedevano anche pesanti sanzioni, il commercio illegale degli stracci continuava, anche ad opera degli stessi proprietari delle cartiere, forse pensando che solo i compratori fossero sanzionabili, come riporta lo stesso documento nel tentativo di ridurre questo pratica illegale: “… ciò non ostante si è saputo che dette Strazze si vendono liberamente, tanto da Patroni de Battitori, che altri senza participatione del supplicante (il suplicante è Tarino che aveva il controllo della raccolta), & senza che li venghino offerte, fidandosi, o per dir meglio abusandosi che detti Capitoli non prescrivino alcuna pena, massime alli accompratori, se ben la medema vi sia virtualmente, come pure si rapresenta…”.

    Il declino degli stracci nella produzione cartaria
    All’inizio del XIX secolo la domanda di carta aumentò enormemente, anche grazie all’invenzione della stampa industriale e alla diffusione dell’alfabetizzazione, e così gli stracci non furono più sufficienti a soddisfare l’enorme domanda delle cartiere che andavano sempre più ad industrializzarsi.
    Inizialmente, nella prima metà del secolo, tutte le cartiere provarono le materie prime più disparate per produrre la carta, come la paglia, la segatura, le fibre vegetali più varie e anche la seta, ma nessuna di queste soluzioni fu risolutiva e spesso questi prodotti si rivelarono decisamente più costosi.
    La soluzione arrivò alla metà del secolo, con la scoperta della cellulosa di legno, una materia prima molto più abbondante che, affiancata da nuove tecnologie, permetteva di produrre carta in grandi quantità a basso costo, segnando il declino dell’uso degli stracci.
    Oggi la carta è prodotta quasi esclusivamente da cellulosa ricavata dal legno o da carta riciclata, tuttavia, alcune cartiere artigianali utilizzano ancora cotone o lino, mantenendo viva la tradizione della carta fatta a mano.

     

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