Anni fa mi ci volle un bel po’ di tempo prima di accorgermi di quel nuovo nome che, in campo musicale, girava per il mondo e recava fama a Torino sua città natale; ma purtroppo, subito dopo essermene accorta, già lo seppi entrato nel vortice irrevocabile della sua malattia. Sto parlando di Ezio Bosso. Di quel grande artista che spese tutte le ore e i minuti della sua vita per reclamizzare e diffondere la conoscenza della musica in ogni strato sociale, fino a diventare, lui stesso, una vera e propria icona dei nostri tempi.
Mio “vicino di casa” (il suo quartiere San Donato e il mio Borgo Campidoglio sono pressoché la stessa cosa), fin dall’inizio ho sentito per lui un legame forte, una vera consonanza: ancora ricordo il giorno in cui lessi alcune sue frasi in una lontana intervista, e pensai “bisognerebbe che il mondo fosse fatto tutto di persone come lui!”. Non conoscevo ancora le sue doti eccezionali di “propagandista della musica”, mi limitavo a leggere dei suoi successi. Ben presto il ritmo incalzante della professione lo avrebbe portato altrove, ma prima di allontanarsi ebbe modo di formarsi e crescere negli stessi luoghi che erano i miei luoghi. Mentre lo apprezzavo, lo sentivo “mio”.
Sono ormai passati cinque anni dalla sua uscita dal mondo (14 maggio 2020) ma non si è ancora spento l’eco di quella serie di programmi televisivi intitolati “Che storia è la musica” che inventarono un modo tutto nuovo e rivoluzionario di approcciare gli argomenti che sono oggetto di questa rubrica. Se chiudo gli occhi ancora lo vedo agitare appassionato la bacchetta per disegnare nell’aria magici contorni di mondi inesplorati e svelarli all’attenzione di un pubblico, quello televisivo, che di solito non bazzica simili territori. Il suo tempestoso entusiasmo sapeva raggiungere anche i più alieni. Ho parlato con persone che quasi nulla sapevano della Settima o della Quinta di Beethoven, rimaste stravolte dall’impatto.
Il termine che più lo ha rappresentato in questo mondo è “entusiasmo”. Compositore, esecutore, contrabbassista, pianista, direttore, ideatore, conduttore e intellettuale nel senso più alto del termine: ma soprattutto grande entusiasta che sapeva come e in che modo trasferire negli altri la meravigliosa confidenza che lui aveva coi classici.
Ritengo perciò molto interessante il lavoro di recupero di tutte le sue interviste effettuato da Alessia Cappelletti in un libro (Piemme, 2023) intitolato “Faccio musica”. Non una vera biografia, ma un modo per conoscerlo meglio attraverso i suoi pensieri sparsi, cioè i pensieri di un “amabile e dolcemente ritroso filosofo della musica” (come l’ha definito il musicologo Quirino Principe). Dall’infanzia torinese attraverso un percorso artistico spesso avventuroso nelle varie città europee, seguiamo le sue interviste come se fossero delle chiacchierate rivolte a noi adulti, sua scolaresca, dove nella forte componente emozionale non manca mai di insinuarsi il pepe di metafore, aforismi, paradossi, e un pizzico di piacevole polemismo.
È fatale che mettendo insieme così tante interviste fosse difficile evitare le ripetizioni nelle domande degli intervistatori, tipo “quando e come hai sentito in te la passione per la musica?”. Questo potrebbe rendere il testo un po’ ripetitivo. Invece è incredibile come Bosso riesca sempre, in base alla sua passione incrollabile, ad aggiungere nuovi particolari e nuovi dettagli alle cose già dette e ridette. Dice a un certo punto: “Quando scegli la musica, è lei che definisce una vita.” Da ciò consegue che l’intera narrazione si basa sul concetto di “fortuna”: “Mi chiamo Ezio. Nella vita faccio musica. E sono un uomo fortunato”, oppure: “Non mi percepisco come esempio. Credo nel sorriso più che negli esempi. Sono un uomo fortunato”. Oppure ancora: “La musica è una fortuna che va condivisa”. Particolarmente impressionanti i pochi accenni sul sopravvenire della grave malattia neurovegetativa che lo colpì nel 2011. Prima dell’operazione: “L’ultima cosa che dirigo è la Sesta di Shostakovich.” Subito dopo l’operazione: “Vengo operato e inizia il buio”. Sul decorso lungo e terribile: “Puf! Non c’è più. Ricordo tutto, ma non riesco a connettere. La musica è sparita.”
Al di là di questi tragici momenti, il lettore è soprattutto attratto dai ricordi che risalgono all’infanzia, quando suonava nei giardinetti di Piazza Statuto (oggi a lui dedicati), e si chiede come potesse, un ragazzino di famiglia modesta, anzi povera e non particolarmente versata nell’arte, scoprire in sé, coltivare e man mano affinare una così potente spinta verso quella musica che per stolta abitudine chiamiamo “classica” ma che classica non è; essa è, semplicemente, musica colta; oppure, come asserisce Bosso stesso: “Se volete, chiamatela Classica; io la chiamo Libera”.
Ritengo che Bosso sarebbe stato comunque un soggetto da studiare anche senza le vicende connesse con la terribile condizione che ne segnò destino. La sua dedizione incondizionata alla musica, in un mondo che per musica intende le suonerie dei telefoni o i fracassi dei rock-raduni, è davvero una cosa commovente.
Un uomo fortunato
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