La scienza ci ricorda che sino d oggi si contano cinque grandi estinzioni delle specie viventi sulla Terra.
La più antica risale a circa 443 milioni di anni fa, la più terrificante (la Grande Morte, con lo sterminio del 90% delle specie marine e il 70% di quelle terrestri) esplose a 252 milioni di anni, mentre la più conosciuta, quella che sterminò i dinosauri con un enorme asteroide, è lontana “solo” 66 milioni di anni.
Poi… c’è la sesta, quella che da alcuni decenni l’uomo sta mettendo in atto con deforestazione, inquinamento, riscaldamento globale, perdita di habitat, pesca e caccia eccessive. Uno spietato annientamento accelerato di migliaia di specie animali e vegetali, con un tasso di scomparsa 100–1000 volte superiore a quello naturale.
Non so se gli scienziati saranno pienamente concordi con me, però sono quasi certo che questa nuova tragedia si interromperà molto presto. Sicuro.
Perché ?
Perché prima di distruggere la Terra ci auto estingueremo noi, con buona pace di Madre Natura.
Questa mia certezza scientifica deriva da precisi e inconfutabili riscontri nel grande laboratorio della vita quotidiana, che mi hanno confermato con estrema lucidità che in tempi brevissimi spariremo dalla faccia del pianeta. Tutti.
Prova di laboratorio n. 1
Stradale per Mathi, tarda serata di domenica. Traffico regolare, visibilità nei limiti. Oltre il parabrezza percepisco un leggero e minuscolo brillio rosso… è un catarifrangente! Una frazione di secondo e scanso, del classico pelo, due biciclette, senza la pur minima fonte di luce, nell’oscurità. Ai pedali due ragazzi, con zainetto e giacconi grigio-verde… per mimetizzarsi meglio nel buio, penso.
Al semaforo mi affiancano, abbasso il finestrino: “Ma siete stupidi? Di sera senza fari?”
Mi guardano quasi fossi un marziano, scuotono la testa e al verde riprendono a pedalare perdendosi nella notte… e nella stupidità.
Prova di laboratorio n. 2
È una bella mattinata di settembre. Appena alzato metto in moto le tapparelle per godermi il primo sole. Una stiracchiata e un vociare attira la mia attenzione. Non viene dalla strada, sembra quasi essere sospeso nel cielo azzurro.
Inforco gli occhiali e il parlottare orienta il mio sguardo in alto, sul tetto del condominio al di là dell’incrocio.
Due uomini camminano sul tetto: stanno lavorando. Sembrano tranquilli e rilassati… io non lo sono per nulla. È vero che soffro di vertigini salendo persino sullo sgabello per prendere i pantaloni nell’armadio, ma vedere quei due ballonzolare a 15 metri da terra senza nessuna imbracatura, un cavo di sostegno, un ombrello a mo’ di paracadute. Mi monta un groppo allo stomaco. Mi verrebbe da chiedere loro se per caso sono parenti stretti dei due ciclisti “suicidi”, se la stupidità è la nuova pandemia, ma evito di intavolare un dibattito perché il solo vederli lassù mi fa girare la testa. Spero che i loro Angeli Custodi siano attrezzati per “lavorare” in quota…
Prova di laboratorio n. 3
Finalmente una gita al lago! Mia moglie le adora e questa si presenta impegnativa. Tre ore buone di salita a quasi 3.000 metri. Non siamo scalatori, ma le basi per un buon trekking ci sono: zaino, scarponi, bastoncini, giacca a vento, acqua e viveri. Persino il kit di pronto soccorso e i ramponcini, servissero. Il percorso è impegnativo e l’arrivo al lago un bel premio. Ci cambiamo e scattiamo qualche foto. Tira un’aria fredda boia.
Dal sentiero sbuca un gruppo di escursionisti, sono giovani, belli robusti e… completamente fuori posto. Ai piedi portano sandali francescani e indossano pantaloncini corti hawaiani, leggeri leggeri e variopinti. Una borsa a tracolla e una giacchettina.
Sembrano i clienti dei bagni Pinocchio a Riccione.
Indossiamo il piumino e dal thermos sorseggiamo un té caldo: abbiamo le prove che il virus sopravvive anche in altitudine.
È il declino della specie, l’abbandono totale dell’istinto di conservazione, della capacità di adattamento, della volontà di sopravvivenza. Siamo in balia di superficialità e inadeguatezza, ormai congenite nella specie, la nostra, che si arroga pure il diritto di distruggere le altre.
Così disse la Natura , nelle Operette Morali di Leopardi, all’Islandese che lamentava il patire della vita, lui, che come tutti gli uomini non aveva chiesto di vivere sulla Terra:
“Figliuolo, tu non comprendi che l’Universo è un perpetuo ciclo di creazione e distruzione, collegate entrambe tra sé in modo tale che mancando una o l’altra cesserebbe lui stesso d’esistere. Sarebbe quindi un danno per l’Universo se al suo interno qualcuno potesse non patire la distruzione…”
Prepariamoci quindi a mantenere, con la nostra estinzione, questo ciclo creativo.
Ce la stiamo meritando.







