A volte, con un sospiro, pensiamo che quindici anni li abbiamo avuti tutti e ricordiamo con rabbia impotente, sgomento e purtroppo inutile nostalgia quella lontana nostra età che trasferita oggi ai nipoti sembra diventata per molti di loro il gratuito passaporto verso un tragico, inarrestabile battesimo alla violenza. Già allora qualcuno di noi, più audace, in tasca poteva custodire qualcosa ritenuto proibito, pronto ad accendersi. Erano le cinque sigarette “Nazionali” acquistate all’accessibile spesa di 40 lire che il discreto ed elegante tabaccaio Pezzana infilava in una sottilissima bustina pubblicitaria, pronte a esaltare in qualche giornata di festa la nostra immancabile tosse giovanile corredata di vergogna, seduti nella deserta prima fila del Cinema Italia pronti ad aspettare, fragorosamente, l’arrivo dei nostri. Qualche volta arrivava prima l’amico Beppe Martinetto a cui i maggiori mezzi consentivano di acquistare e distribuire le nuovissime “Esportazione con filtro”. Ed allora era tutto un altro… fumo.
Fra qualche giorno sarà Natale e sarà festa davvero se avremo imparato a desiderare ancora le cose che abbiamo. Non lontano da noi molta gente continuerà a desiderare soltanto quelle che aveva.
Circondati dalla violenza a cui sembriamo incapaci di porre rimedio, come antidoto proviamo, con quel coltello che con tragica puntualità fiorisce in troppe tasche, a tagliare in segno di pace e di ritrovata serenità sociale l’antico, misericordioso panettone un tempo vero simbolo di questa festa.
La sera della vigilia il suo profumo e la sua delicatezza, suggeriscano ancora alle famiglie riunite intorno alla tavola della festa, il vecchio adagio che vuole il Natale con i tuoi, anche se quest’anno qualcuno con i suoi non potrà festeggiarlo.
Eravamo ragazzini e la domenica mattina esaurito l’obbligo della messa festiva sorgeva in noi la necessità di stabilire se dedicare il pomeriggio al canto del vespro, all’ascolto svogliato della interminabile predica del parroco, arricchita di benedizione finale, oppure imparare a sognare ad occhi aperti sull’amichevole prato della fiera che Mario Parini ed Egidio Pavanati avevano già preparato per l’incontro di calcio del Celestino Busso. Non era necessario allora e non lo sarebbe oggi aggiungere qualcosa a quel nome, a quella squadra di giovanotti casellesi per creare in noi sentimenti di fiduciosa e sicura speranza da sempre senza confini.
Quasi tutti i giocatori scendevano i gradini del dirimpettaio “Gino ‘dle ca’ neuve” e si avviavano al campo affidando, d’inverno, nelle mani sicure di qualche parente il cappotto indossato sopra la divisa sportiva. Li aspettava Ezio Quaranta seguitissimo allenatore della squadra ed ex giocatore della Juventus, prima che la sorte gli riservasse, ancora giovane, un futuro da operaio alla Michelin. Lo accompagnava il padre Felice, per tutti noi semplicemente “barba Lici”.

L’inconfondibile rumore delle scarpe bullonate sul marciapiedi di Via Torino accompagnava invece l’incedere veloce e sicuro del giocatore più rappresentativo e prestigioso che puntualmente, arrivato al campo, esibiva sulla maglia colore del cielo il numero quattro, che l’avrebbe accompagnato per sempre in azzurro e successivamente in rossonero, insieme alla fascia di capitano. Perché Gigi Gemelli era nato capitano per signorile eleganza e classe sopraffina. Giocava mediano laterale o al centro della difesa che sapeva comandare con maestria in un gioco semplice ed appassionante non ancora ostaggio di schemi spesso incomprensibili. Un calcio che nel nome di Celestino Busso simboleggiava per Caselle libertà e coraggio e sapeva esaltarsi alle parate di Alberto Gemelli, fratello di Gigi, alle bordate del timido Cens Castelli e sorridere alla ingenua cattiveria di Abele Fiorio del quale è difficile ricordare una partita giocata interamente. Poi sulla scena avanzava la penombra e a noi ragazzi sembrava di essere tornati di nuovo malinconicamente soli.
Nelle settimane scorse anche per Gigi Gemelli le luci della scena si sono spente. È stato troppo forte il richiamo dei vecchi compagni di squadra. Continuerà a giocare insieme a loro con l’inseparabile quattro sulla schiena e la fascia da capitano sul braccio. Anche lassù. Per sempre.
E neanche Francesco festeggerà l’imminente Natale con Rita e con i nuovi amici che non aveva scelto ma da qualche tempo gli avevano assegnato. A loro aveva raccontato della sua gioventù, delle amicizie nate tra le nuove palazzine del primo piano Fanfani e il Prato della Fiera circondato da un fossato sul cui bordo sedevano la sorella Rita che, promessa sposa ad Emilio, ricamava le proprie iniziali su federe e lenzuola del corredo, e mamma Neta dalla cui borsa a rete usciva nel pomeriggio un pacchetto con la merenda. Era per due, Mario e Francesco, ma se ci incontravamo bastava per tre.
Nel freddo di novembre in silenzio, senza disturbare, Francesco Campasso ha scelto di andare. Lassù insieme ai suoi cari ha trovato l’ultimo numero del suo, del nostro giornale. Con silenziosa emozione piegherà anche questo, e per chi gli ha voluto bene non sarà certamente l’ultimo. Ciao Ceco.







