Optare per un giovane volontario, eleggerlo a Casellese dell’Anno 2025, lancia un messaggio chiaro, netto.
E non è quello “ do ut des” che qualcuno ha immediatamente voluto identificare nella scelta: essendo Filiberto Paganini nipote di cotanto nonno, nonno che chiamasi Filiberto Martinetto che ha appena donato il primo tassello museale a Caselle, l’elezione risulterebbe una sorta di elegante contropartita.
Pensando così, si fa solo danno. Al ragazzo. Ai giovani. Ai volontari. Tutti racchiusi nella frase che sta alla base della motivazione della scelta: un inno alla vita e per la vita. Questo sono i giovani e i volontari. La spina dorsale d’un Paese smarrito, che ha sempre più dubbi e meno certezze.
Ha ragione il nostro sindaco quando invita le associazioni del territorio a fare un ulteriore sforzo perché si facciano portatrici sane di idee inclusive. Il grido d’allarme di Giuseppe Marsaglia sta nella consapevolezza di veder presto sfiorire due generazioni che hanno dato alla socialità nostrana impulsi e sostanza, di temere che non ci sia una germinazione spontanea in grado di produrre elementi che sappiano dare nuova linfa al terreno casellese.
Ci sono due immagini che inevitabilmente devono portarci a riflettere. La prima è legata ancora alla cerimonia di conferimento del premio al nuovo “ Casellese dell’Anno”: bene per i tanti giovani e i tanti volontari in sala, male per le troppe poltrone vuote, segno da leggersi con molta, molta attenzione; la seconda, medesima sala ma altra celebrazione, per festeggiare i 30 anni di straordinario lavoro fatto dalla nostra Unitre: non un posto libero neanche a pagarlo. Il che ci dice che l’associazione presieduta ora dall’ottimo Enzo Carlone sta continuando a svolgere un’opera meritoria nel campo del cosiddetto “invecchiamento attivo”, ma è altresì vero che Sala Cervi stracolma è lì a dirci quanto stiamo rapidamente invecchiando.
Ecco perché dobbiamo esaltare lo slancio volontario giovanile e creare ponti perché questo slancio trovi appigli e sbocchi.
Non vi inquieta cogliere ciò che siamo dai messaggi pubblicitari che il mainstream ci invia?
Che dire del continuo sollecito al pensare a un precoce lascito testamentario…
Siamo una nazione vecchia, è un dato di fatto. Gridiamo al miracolo se in un posto perso come Monterosso Grana è nato un filotto di ben sei piccoli. Non ci accorgiamo che lo straordinario dato legato all’occupazione attuale ( del 62,7 %) è drogato dal fatto che il merito di questo numero è dovuto a come e quanto le fasce più mature, quelle abbondantemente over 50, rimangano occupate perché non riescono ad andare in pensione, mentre molto realisticamente il mondo giovanile fa registrare cali occupazionali e aumento dell’inattività?
I giovani, chiamati ad arrabattarsi per sopravvivere, vedono i loro sogni spegnersi ancora prima di chiudere le palpebre e ai nostri occhi risultano inerti e incapaci di reagire. Ma è davvero così? Non è che forse noi siamo diventati incapaci di vedere?
È vero che sono iperconnessi, ma è anche vero che i loro slanci eccome se ci sono. Vedere la storia delle associazioni prolungata grazie al loro apporto, ritornare a rivedere le piazze piene per protestare contro un mondo che non sta certo cambiando in meglio, regala gioia e speranza.
Spesso siamo noi a usare schemi vecchi, a non lasciare porti aperti perché provino ad approdare.
Ovunque guardino, cosa vedono? Una sete insensata e insaziabile di potere e spartizioni; guerre combattute per procura; massacri senza pari ridotti a dissertazioni linguistiche: giusto o meno connotarli come genocidi? Come se la morte di migliaia e migliaia di persone, così vicina a noi, fosse in realtà tremendamente lontana dalla nostre case calde e avvolgenti.
In un panorama così diventa persino stridente l’appello accorato del nostro Capo dello Stato, l’unico a ricordare come si stia su una china terribile, simile a quella che condusse nel 1914 il mondo, e soprattutto l’Europa, nell’abisso della prima guerra mondiale.
Perché definire stridente il messaggio di Sergio Mattarella? Intanto perché è incoerente con quanto il triste teatro globale della politica ci propone: con un pianeta che spesso vede cialtroni al posto degli statisti, servi e mediocri assurti in Parlamento, con la meritocrazia morta e sepolta, trovare uno che sappia fare un discorso, ad un tempo, chiaro e alto ti scombussola. Così chiaro, alto e profondo da farti capire che ciò che in questo momento manca maggiormente è “ il verbo”, quello capace di dare luce alle menti.
Si fa sempre più forte questo pensiero proprio mentre ci stiamo nuovamente avvicinando al Natale.
Dove sono gli uomini di buona volontà?
Tornare ad accorgersi di quali siano i messaggi insiti nella Buona Novella, capaci di indicare la via, può ridare speranza. Anche chi non è visitato dalla fede, chi non crede nel lato divino del Vangelo, può riconoscersi nel messaggio evangelico. L’aspetto terreno di Cristo, il senso delle sue parole penetrano ancora le nostre vite e indicano il cammino.
Se Gesù fosse qui ora sarebbe un perseguitato dai coloni israeliani, avrebbe un colore della pelle non troppo gradito a Vannacci e Salvini e molto probabilmente il suo sudario starebbe in qualche cratere in Palestina piuttosto che nella teca che conserviamo nel nostro duomo.
La forza del suo messaggio è ancora tale da poter essere leva affinché qualcuno trovi il coraggio di proporla in modo così ecumenico da ribaltare piani che ora paiono scivoli che lasciano presupporre solo esiti nefasti.
Sì, il Verbo ha in sé ancora il più rivoluzionario, assurdo credo che si possa immaginare: che l’uomo, il più feroce animale dell’orbe terracqueo, possa tornare a credere nella fratellanza, riconoscendosi nell’altro, cedendo all’amore, contrapponendolo all’odio che ora imperversa.
Certo, giusto obiettare che queste non sono null’altro che parole e che è intrinseca la loro debolezza: chi in questo momento ha le reali risorse per far esplodere la pace?
Questa però deve passare dalla volontà e la volontà la si crea dando luogo a movimenti, e i movimenti si creano lasciandosi ispirare dalla idee.
Se da domani, da oggi, da subito – ognuno nel suo piccolo, ognuno nel “ proprio particulare”, che per una volta non è né gretto, né meschino, ma in questo caso sta a significare come ci si debba guardare dentro – proveremo a irradiare capacità di comprensione e di accoglienza, qualcosa potrà cominciare a cambiare. Partendo proprio da quella che diciamo essere la nostra festa più sentita: possa davvero il prossimo Natale essere intriso di meno orpelli e lustrini ma più ricco di amore, donando senza chiedere nulla in cambio.
L’unica risposta possibile all’orrore che avanza è questa. Deve essere questa.
Dal più profondo del cuore giunga alle vostre famiglie, a tutti i vostri cari l’augurio più sentito perché possiate trascorrere in serenità il Natale e perché il 2026 inizi sotto l’auspicio di un rinnovato senso di fratellanza. Provare a partire col piede giusto sarebbe davvero una gran cosa.
Col piede giusto
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