Se c’è una cosa che abbiamo imparato a conoscere bene frequentando i social network, è quella strana sensazione di fastidio misto a indignazione che ci assale scorrendo lo schermo del telefono. Vediamo un video, leggiamo un titolo, e subito sentiamo il sangue ribollire. Ci fermiamo, scriviamo un commento piccato, magari lo condividiamo con un amico dicendo: “Ma hai visto questo che idiozia ha detto?”.
Ecco, se vi è capitato, sappiate che siete appena caduti in una trappola che ha un nome preciso. L’Università di Oxford, la massima autorità mondiale in fatto di lingua inglese, ha appena decretato che la parola dell’anno per il 2025 è “Rage Bait”.
Perché Oxford “premia” una parola? Prima di addentrarci nel significato di questo termine, vale la pena capire perché questa notizia è importante. Ogni anno, i lessicografi (gli studiosi delle parole) della Oxford University Press analizzano miliardi di conversazioni, articoli e post online per capire come sta cambiando il nostro modo di parlare. Il loro obiettivo non è eleggere la parola più “bella” o elegante, ma individuare quella che meglio fotografa lo “spirito del tempo” (il zeitgeist, come direbbero i filosofi). La parola dell’anno è come un termometro: misura la temperatura della nostra società. Se nel 2025 ha vinto “Rage Bait”, significa che questa espressione cattura perfettamente l’atmosfera in cui viviamo, le nostre abitudini e, purtroppo, le nostre debolezze attuali. La lingua è lo specchio della società, e lo specchio quest’anno ci restituisce un’immagine particolarmente arrabbiata.
Ma veniamo al dunque: cosa significa Rage Bait? Tradotto letteralmente, vuol dire “esca per la rabbia”. Immaginate di essere dei pesci che nuotano tranquilli nel mare di internet. Chi crea contenuti online ha bisogno della vostra attenzione come un pescatore ha bisogno che il pesce abbocchi. In passato, per attirare la nostra curiosità, si usavano titoli sensazionalistici (il famoso clickbait). Oggi, però, la curiosità non basta più. I creatori di contenuti hanno scoperto che c’è un’emozione molto più potente e immediata per farci fermare a guardare: la rabbia.
Il Rage Bait, quindi, è un contenuto creato appositamente per farci arrabbiare. Non è un errore, non è un’opinione sfortunata: è una strategia studiata a tavolino per provocare indignazione.
Dalla Carbonara spezzata alla politica: ecco come funziona. Facciamo un esempio pratico che tutti possiamo capire, lontano dalle complesse dinamiche internazionali, ma molto vicino alle nostre tavole. Avete presente quei video che girano spesso su Facebook o TikTok dove un cuoco (o presunto tale) americano prepara la pasta alla carbonara? Magari iniziando con lo spezzare gli spaghetti a metà per farli entrare in pentola (un gesto che a noi fa già accapponare la pelle), per poi inondare tutto di panna, aggiungere i piselli o far cuocere l’uovo finché non diventa una frittata. La nostra reazione immediata, da italiani, è l’orrore. Ci precipitiamo nei commenti a scrivere: “Questa non è carbonara!”, “È uno scandalo!”, “Impara a cucinare!”.
Ecco, quel video è Rage Bait. Chi l’ha fatto sa benissimo che quella non è la ricetta giusta. Lo ha fatto sbagliato apposta. Perché? Perché ogni vostro commento di insulti, ogni condivisione indignata con la frase “Guarda che schifo”, dice al sistema informatico del social network (l’algoritmo) che quel video è “interessante” perché la gente interagisce. Risultato: il video viene mostrato a milioni di persone e l’autore guadagna visibilità (e spesso soldi) proprio grazie alla nostra rabbia.
Perché siamo così vulnerabili? Oxford ha scelto questa parola perché racconta perfettamente il momento storico che stiamo vivendo nel 2025. Siamo stanchi, spesso stressati, e i social media sono diventati una piazza dove sfogare le nostre frustrazioni. Il problema è che questo meccanismo non si limita alle ricette di cucina. Pensiamo a quante volte, anche nei gruppi locali o nelle discussioni di paese che si spostano online, vediamo post scritti in modo volutamente provocatorio, magari su temi sensibili come la gestione dei rifiuti, i parcheggi o le decisioni dell’amministrazione. Spesso, chi lancia la provocazione non cerca un confronto costruttivo, ma vuole solo “accendere la miccia”. E noi, puntualmente, abbocchiamo all’amo, iniziando litigi infiniti che non portano a nulla se non a rovinarci l’umore della giornata.
Come difendersi? La notizia che arriva da Oxford deve servirci da campanello d’allarme. Riconoscere il fenomeno è il primo passo per non esserne vittime. Quando vediamo qualcosa online che ci fa scattare una rabbia improvvisa e irrazionale, fermiamoci un secondo prima di commentare. Chiediamoci: “Mi stanno informando o mi stanno solo provocando?”.
Se la risposta è la seconda, la reazione migliore è quella che al “pescatore” fa più male: l’indifferenza. Non commentate, non condividete, passate oltre. Non regalate la vostra preziosa attenzione a chi vuole solo lucrare sul vostro malumore. In un mondo digitale che cerca di farci arrabbiare per profitto, rimanere calmi è diventato il vero atto rivoluzionario.
Fonte immagine: Google Gemini.







