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venerdì, Gennaio 23, 2026

    Donizetti e Verdi, passaggi di testimone a metà Ottocento

     

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    Nel 1829, con “Guillaume Tell”, Gioachino Rossini (1792-1868) terminava, all’età di 37 anni, la sua carriera di operista. Sarebbe vissuto quasi altri quarant’anni, rispettato e venerato come un monumento vivente, e avrebbe ancora scritto decine di pagine di musica sacra e da camera, ma con il teatro non si sarebbe più cimentato. Nel 1835, pochi mesi dopo il debutto dei “Puritani”, morì Vincenzo Bellini (1801-1835); non aveva ancora compiuto 34 anni. A quel punto, Gaetano Donizetti (1797-1848), già operante da quasi vent’anni (quando Rossini era al’apice della sua carriera e Bellini ancora studiava), rimase il compositore d’opera italiano in attività più richiesto e acclamato. Non che fosse l’unico, beninteso: il melodramma, in quei decenni, era un’industria che impegnava migliaia di persone, in Italia erano attive centinaia di stagioni d’opera e tutti cercavano di proporre titoli nuovi nei propri cartelloni, per cui decine di compositori componevano partiture per il teatro, spesso destinate a vivere lo spazio di una produzione per poi essere dimenticate. Di questi compositori, almeno due meritano di essere ricordati per il loro rilievo, Saverio Mercadante (1795-1870) e Giovanni Pacini (1796-1867): del primo scrissi alcuni anni fa su queste pagine, del secondo magari scriverò prossimamente. Tuttavia, nessuno rivaleggiava davvero con Donizetti per notorietà e successo internazionale. Il compositore bergamasco non approfittò di questa condizione per sedersi sugli allori, e continuò a lavorare con il ritmo febbrile che aveva caratterizzato tutta la sua carriera, scrivendo, nell’ultimo decennio, più di venti partiture che toccavano tutti i generi allora in voga del teatro musicale italiano e francese. Nel 1838, deluso per la mancata nomina a direttore del Conservatorio e per le limitazioni impostegli dalla censura, che aveva proibito la rappresentazione di “Poliuto”, decise di lasciare Napoli e stabilire la sua residenza principale a Parigi, senza rinunciare a qualche puntata viennese. Scrisse gli ultimi capolavori (non gli ultimi titoli in assoluto, sia chiaro) di due generi che stavano passando di moda, come l’opera semiseria (“Linda di Chamounix”) e l’opera buffa italiana (“Don Pasquale”), e arricchì il teatro musicale francese di due dei titoli di maggiore successo del suo intero repertorio, l’opéra-comique “La fille du regiment” e il grand-opéra “La favorite”. Dal 1835 al 1842 nessun compositore italiano poté competere con Donizetti. Poi un giovane Giuseppe Verdi (1813-1901), che fino a quel momento era stato nelle retrovie, componendo due titoli dal successo mediocre o nullo, rappresentò alla Scala di Milano il suo “Nabucco”, che cambiò le prospettive; e, tanto per cominciare, surclassò la “Maria Padilla” di Donizetti che aveva inaugurato quella stessa stagione milanese. Donizetti, uomo acuto, gioviale e generoso, riconobbe immediatamente il talento del compositore di Busseto, e intuì che la sua carriera sarebbe stata assai brillante. Verdi provò per Donizetti l’ammirazione e il rispetto che compete ai grandi che ci precedono e che, direttamente o indirettamente, ci sono maestri, e fu lieto che fosse Donizetti a dirigere la prima rappresentazione viennese del suo “Ernani”. Del resto, nelle opere del primo periodo verdiano si trovano numerosi echi del Donizetti tardo, sia a livello di singole melodie, sia sul piano più generale della drammaturgia.

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    Nel 1842 Donizetti aveva 45 anni, e la sua attività sarebbe potuta proseguire a lungo, in parallelo all’affermazione di Verdi. Tuttavia, di lì a breve, la sifilide che lo aveva da tempo colpito si manifestò con sintomi psichiatrici sempre più gravi, che lo portarono all’internamento e alla morte precoce nel 1848. Così, l’involontario “passaggio di testimone” tra i due compositori si concluse di fatto nell’arco di un triennio. Proprio un’opera di quel triennio è stata quest’autunno al centro del festival Donizetti Opera (la rassegna che si svolge a Bergamo nella seconda metà di novembre di ogni anno): “Caterina Cornaro”, ultimo titolo donizettiano ad avere la sua prima assoluta con il compositore vivente (Napoli, 1844). L’edizione scelta dal festival si è distinta per la cura filologica, e ha ripristinato il testo del libretto depurandolo il più possibile dalle modifiche imposte dalla censura, nonché proposto alcuni passi inediti, tra cui un finale alternativo che con ogni probabilità è stato eseguito per la prima volta in questa sede. Purtroppo la rappresentazione che ho seguito, domenica 30 novembre, è stata funestata dall’assenza del direttore Riccardo Frizza, che ha preparato la produzione, e dall’indisposizione del baritono Vito Priante, entrambi rimpiazzati da sostituti intervenuti all’ultimo, per cui la resa artistica non può essere giudicata serenamente, ma è emersa la forza di una partitura molto moderna per la drammaturgia, le tematiche che intrecciano sentimenti e politica, la scrittura vocale e l’importanza del coro, nella quale si ravvisa appieno la temperie culturale che si ritrova nelle opere del giovane Verdi. Gli altri spettacoli del festival sono stati “Il furioso nell’isola di S. Domingo”, partitura semiseria del 1833, e un dittico composto da un atto unico italiano (“Il campanello”, versione 1837) e una breve opéra-comique francese (“Deux hommes et une femme”, 1841), affidato ai giovani interpreti della Bottega Donizetti. Poiché nel 1825 non era uscita nessuna opera dalla penna donizettiana, per quest’anno è stato sospeso il progetto Donizetti200, che prevede di mettere in scena, per ogni edizione del festival, un titolo che compie 200 anni.

    Anche a Verdi è dedicato ogni anno un festival, che si svolge a Parma tra settembre e ottobre. Quest’anno, però, ho preferito andare, all’inizio di novembre, a Piacenza, dove è stata allestita la cosiddetta “trilogia popolare” verdiana in forma di progetto unitario: “Rigoletto”, “Il trovatore” e “La traviata” sono andati in scena, rispettivamente, mercoledì, venerdì e domenica, affidati allo stesso direttore (Francesco Lanzillotta), allo stesso regista (Roberto Catalano) e agli stessi solisti principali (Maria Novella Malfatti, Francesco Meli, Ernesto Petti). Una maratona per tutti gli interpreti che, al di là di alcuni limiti (potete trovare la mia recensione, così come quella del festival donizettiano, sul sito web della rivista “Musica), ha permesso una salutare immersione nel teatro verdiano degli anni della sua svolta alla maturità artistica.

     

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