Le esperienze vissute durante l’infanzia sono molto importanti per formare la nostra personalità da adulti. Però, il nostro modo di comportarci, di pensare, anche se in gran parte viene influenzato da cosa ci è accaduto nei primi anni di vita, è in continua evoluzione ed è così possibile, modellare, affinare, migliorare il nostro carattere durante il corso della nostra esistenza.
“Sono fatto così, dovete capirmi!”, “Sono sempre stato così, non posso cambiare” sono perciò delle esclamazioni poco accettabili, perché è responsabilità di ogni adulto modificare alcuni suoi aspetti che possono far soffrire gli altri, oppure gli impediscono di vivere nel migliore dei modi.
Le esperienze vissute con i genitori, o qualunque figura che si sia occupata di educarci, hanno avuto grande influenza su come una volta cresciuti ci rapportiamo con gli altri. Ad esempio, chi ha avuto dei genitori poco affettuosi, potrebbe avere difficoltà nelle relazioni di coppia, oppure, chi ha avuto degli insegnanti troppo critici potrebbe avere dei problemi di autostima sul lavoro.
I primi anni di vita sono la base di come impareremo a stare al mondo: se facciamo esperienze troppo dure, oppure inadeguate, interpreteremo le situazioni future che la vita ci fornirà come troppo difficili, pericolose, insoddisfacenti…
Dopo anni di studi e ricerche gli psicologi hanno deciso di utilizzare il termine “attaccamento” per indicare la modalità in cui le principali figure di riferimento di un bambino, in particolare la madre, si comportano con lui quando mostra dei bisogni. Hanno così capito che ci sono quattro principali “stili di attaccamento”: uno definito attaccamento “sicuro”, perché tende a far crescere un bambino con una sufficiente fiducia in sé stesso, mentre ne sono stata individuati tre stili “insicuri”, perché tendono a generare degli adulti che affronteranno il mondo con maggiore fatica. Di seguito cercherò di spiegare come gli psicologi distinguono queste modalità.
Nell’attaccamento sicuro, l’adulto di solito capisce e si occupa in modo adeguato del proprio bambino, ad esempio, se lo sente piangere va a consolarlo, se il bambino lo chiama va verso di lui, se capisce che è stanco lo fa addormentare… questo è il modo più comune di trattare un bambino, e per fortuna, anche il più diffuso. Ovviamente, non implica il viziare o soffocare un bambino, ma semplicemente comprenderne le principali necessità.
Purtroppo ci sono dei genitori che per delle loro difficoltà tengono a distanza i figli, ad esempio se li sentono piangere li sgridano anziché consolarli, li allontanano se chiedono le coccole perché sono troppo indaffarati.. con questo attaccamento distanziante non si può che imparare che è meglio sbrogliarsela da sé anziché chiedere aiuto a qualcuno e, anche da adulti, si evitano dei rapporti profondi con altri adulti, anche con il proprio partner.
Altre volte invece, il genitore ha un attaccamento ansioso, perché è iperpreoccupato per il figlio, va in allarme appena piange, lo fa stare raramente con altre persone perché non si fida: in questi casi è possibile che questo bambino, diventato adulto, reagisca con un eccesso di preoccupazione ed insicurezza perché tutto appare troppo complicato e sia alla ricerca di continue rassicurazioni.
Altre volte ancora, si possono avere dei genitori con attaccamento disorganizzato che, per via dei propri traumi, rispondono in modo casuale ed inadeguato allo richieste del figlio: reagiscono urlando o allontanandosi se il figlio piange tanto perché non riescono a consolarlo, oppure possono punirlo eccessivamente per una piccolezza per poi sminuire un comportamento inaccettabile, insomma, raramente riescono a reagire come il buon senso suggerirebbe. Questo bambino, crescendo, potrebbe diventare un adulto molto confuso, con un grande senso di vuoto che lo opprime perché sono venute a mancare delle cure piuttosto basilari.
Per fortuna il nostro cervello è molto plastico, questo vuol dire che, con un opportuno lavoro, si possono cambiare, o, per lo meno, modificare un po’, i nostri atteggiamenti nei confronti degli altri e della vita. Questo è ciò che principalmente avviene durante un percorso di psicoterapia, dove, con l’aiuto di un esperto, si scoprono modi di rapportarsi agli altri più adeguati e delle nuove interpretazioni di alcune situazioni. Però, e per fortuna, le sedute di terapia, anche se molto efficaci, non sono l’unico modo di “cambiare” la propria modalità di stare al mondo. Anche delle esperienze di vita nuove hanno una grande influenza sulla psiche, ma solo se una persona è motivata e non teme di sperimentare novità. Sicuramente, la relazione con un partner che valorizza e incoraggia può alimentare la propria autostima e il sentirsi una persona amabile, ma anche un lavoro appagante, un percorso di studi stimolante, il trasferimento in una località interessante, amicizie arricchenti… sono tutte possibilità che favoriscono il cambiamento del propria personalità.







