Riannodiamo i fili. Il mese scorso ci eravamo lasciati con un discorso in sospeso, perché avevo annunciato che il Teatro Regio di Torino avrebbe inaugurato la propria stagione d’opera con “Francesca da Rimini” (1914) di Riccardo Zandonai, ma, nel momento in cui scrivevo, non era ancora stato possibile assistere allo spettacolo. Appunto: nel momento in cui scrivevo; perché, quando voi tenevate in mano il giornale, in realtà le recite erano iniziate e io avevo assistito alla prima del 10 ottobre. Si è trattato di un’apertura di stagione degna di questo nome e di un teatro come il Regio. Alcune piccole perplessità sono state sollevate dalla regia di Andrea Bernard, non per la scelta di trasporre d’epoca la vicenda (dal Medioevo al secondo Ottocento), quanto per alcune scelte cromatiche, tinte un po’ spente che tendono ad appiattire il clima della vicenda, e ‒ a dispetto delle stesse intenzioni del regista ‒ finiscono per fare di Francesca più una figura oppressa dalla società che la circonda che una donna volitiva e artefice del proprio destino. Del tutto assente (se non per un paio di scarpette, che rimandano con forza all’attualità) è il rosso della passione, e l’unico vero sprazzo di colore è un prato fiorito, luogo di evasione onirica in cui si proietta la relazione della protagonista con Paolo. In ogni caso, la definizione scenica dei personaggi non è mai venuta meno, grazie a una recitazione molto curata. È sul fronte musicale, tuttavia, che la produzione si è distinta in maniera peculiare. Il nome più celebre in locandina era senza dubbio quello del tenore Roberto Alagna, il quale, pur con una varietà cromatica un po’ meno ampia di un tempo, ha saputo valorizzare il ruolo di Paolo con il suo squillo nitido e penetrante e la grande classe del fraseggio. Anche gli altri due Malatesta, Gianciotto e Malatestino, hanno trovato degli interpreti perspicui nel baritono George Gagnidze (dagli accenti marcatamente “veristi”) e nel tenore Matteo Mezzaro. Così come eccellenti sono state le seconde parti, ruoli brevi che presentano una scrittura vocale impegnativa, e sono stati affidati a solisti abituati a vestire panni da protagonisti in altre produzioni operistiche. Ma chi più ha impressionato è stata la Francesca del soprano Barno Ismatullaeva, non ancora molto nota nei circuiti internazionali ma dotata di uno strumento importante che le ha permesso di affrontare il ruolo con sicurezza e di essere credibile nel declamato come nell’involo lirico, nell’espansione emotiva come nel ripiegamento intimistico. E una nota di eccellenza è sicuramente venuta dalla direzione d’orchestra: Andrea Battistoni, da quest’anno Direttore Musicale del Regio, nel periodo “fin de siècle” ha il proprio repertorio d’elezione, e ha valorizzato ogni dettaglio sinfonico della partitura senza in alcun modo prevaricare sulle voci.
Lo stesso Battistoni è stato protagonista dell’altra inaugurazione del Regio, quella della stagione concertistica, avvenuta il 18 ottobre con una serata intitolata “Abissi”. Evidentemente pensato come gemello e completamento dell’inaugurazione operistica, il programma contemplava in apertura la fantasia sinfonica “Francesca da Rimini” (1876-77) di Cajkovskij, nella quale il compositore descrive l’incontro del V canto dantesco, dando una vivida raffigurazione del girone infernale in cui si apre un episodio nostalgico coincidente con la rievocazione del passato della protagonista. La seconda parte del concerto ha visto la partecipazione dell’ottimo Coro e (nel terzo pezzo) dei bravissimi ragazzi del Coro di voci bianche del Regio, diretti rispettivamente da Ulisse Trabacchin e da Claudio Fenoglio. Si sono succeduti il “Canto del destino” (1871) di Brahms, interpretato con grande espressività nel fraseggio (peccato per l’assenza dei sopratitoli, che sarebbe bene introdurre anche per i concerti, quando prevedano una parte cantata) e poi una pagina operistica, il “Prologo in Cielo” dal “Mefistofele” (1868-75) di Arrigo Boito, le cui note, ascoltate dopo Cajkovskij e Brahms, brillano immediatamente per la loro schietta italianità. Qui, accanto ai Cori, si è ascoltato Erwin Schrott, uno dei bassi più glamour nella scena internazionale, che ha interpretato con ironia ed espressività, ma senza caccole, la voce del demonio che sfida l’Eterno.
Accanto alle grandi fondazioni lirico-sinfoniche, in Italia ci sono diverse stagioni d’opera organizzate dai cosiddetti “teatri di tradizione”. Si tratta di realtà che dispongono di un budget più ridotto, per le quali l’ottimizzazione delle risorse e le coproduzioni sono fondamentali per ottenere risultati validi. Uno degli esempi più riusciti di rete teatrale è OperaLombardia, che organizza ogni anno una ricca stagione lirica, i cui cinque spettacoli ruotano sulle piazze di Brescia, Como, Cremona, Pavia, e sono talvolta esportati altrove. Proprio al Teatro Fraschini di Pavia ha debuttato a fine ottobre il titolo più inconsueto, “Don Quichotte” (1910) di Jules Massenet. Il compositore, con l’eclettismo tipico della Belle Époque, nel suo catalogo mise in musica i soggetti più diversi, e in questo caso affrontò il romanzo di Cervantes con un occhio tutto personale, che vena le avventure del cavaliere errante di una malinconia senile che è la cifra della partitura. Questa cifra ha suggerito al regista Kristian Frédric di operare una trasposizione forte, e di ambientare l’opera in una struttura sanitaria dei giorni nostri (una RSA, potremmo dire), dove l’anziano protagonista, vittima di una forma di decadenza mentale, vive sospeso tra coscienza e alienazione, tra illusioni e disillusioni, circondato dal personale sanitario che nei suoi confronti alterna compassione e derisione, sostegno e sopraffazione. Una scelta che può sicuramente far discutere, anche perché senza dubbio finisce per appiattire il lato più brillante della partitura, fondato sulla presenza del colore spagnolo, in specie nel I atto; ma non è fondamentalmente contraria alla drammaturgia di Massenet, e mette in luce come le opere del passato possano essere usate per parlare dei problemi di oggi. Insomma, se si accetta l’idea di una regia attualizzata, in questo caso la si è realizzata bene. Il fronte musicale non è stato parco di soddisfazioni, soprattutto grazie all’interpretazione di due basso-baritoni di vaglia come Nicola Ulivieri (Don Quichotte) e Giorgio Caoduro (Sancho) e di una giovane molto promettente come il mezzosoprano Chiara Tirotta (Dulcinée). Lo spettacolo andrà ancora in scena nel mese di gennaio a Como e a Cremona, e agli appassionati si suggerisce di mettere in programma un viaggetto.







