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Comune di Caselle Torinese
venerdì, Gennaio 23, 2026

    La notte in cui il teatro mi ha preso per mano 


    Scrivo da una piccola scrivania improvvisata nella hall dell’hotel, una di quelle con le gambe un po’ storte che ogni tanto vibrano quando ci appoggi troppo i gomiti. Fuori dalla finestra, il traffico serale ha quell’aria impaziente di chi vuole tornare a casa, mentre io invece ho deciso di restare ancora un po’ sospeso nella magia di stasera. Prima di aprire il computer ho fatto partire la mia playlist – è un rito, lo sapete – e nelle cuffie è entrata “Holocene” di Bon Iver. Non c’entra nulla con quello che sto per raccontarvi, ma è perfetta per tenermi il cuore morbido mentre rivivo tutto.
    Perché stasera, amici miei, ho vissuto la mia prima vera esperienza teatrale da fotografo, e non un teatro qualunque. Parliamo di “Lo Schiaccianoci”, messo in scena dall’International Classic Ballet of Ukraine. Un gigante della storia, un titolo che non ha bisogno di presentazioni. Eppure, anche conoscendolo solo di nome, non ero preparato a quello che avrei sentito dentro.
    Entrare in teatro è stato come varcare un confine. C’era quell’odore di velluto, legno e attesa che ti prende allo stomaco, e per un attimo ho avuto la sensazione di essere di nuovo bambino. Il brusio del pubblico, le voci che si rincorrevano, i passi affrettati dei ritardatari e poi… poi il sipario. Quel momento in cui le luci si abbassano e non sei più in Italia, non sei più William che insegue la luce sulle facce della gente, sei qualcos’altro: un testimone privilegiato. Un occhio che cattura la magia.
    E credetemi, magia è la parola giusta.

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    Quando i primi ballerini sono entrati, ho avuto un secondo di ritardo nello scattare. Mi sono ritrovato lì, immobile, come se stessi guardando una visione. I corpi si muovevano con una leggerezza che sfidava le regole del mondo. Fluttuavano. Letteralmente. Come se l’aria fosse diventata improvvisamente più densa, più morbida, più complice. Ogni passo era una promessa. Ogni salto, un atto di fiducia. Ogni gesto, una pennellata di un quadro che si muoveva proprio davanti ai miei occhi.
    La bellezza non era solo nella tecnica – impeccabile, per carità – ma nella naturalezza con cui trasformavano lo sforzo in poesia. Conosco la fatica dietro le quinte, l’allenamento, la disciplina feroce. Ma loro… loro sembravano nati per quel palcoscenico. Come se la gravità avesse deciso di lasciarli andare per un’ora e mezza, e loro ne approfittassero per insegnarci cosa vuol dire davvero essere liberi.
    La sala era rapita. Sentivo il pubblico trattenere il fiato nei momenti più sospesi, e poi esplodere negli applausi, interminabili, come onde che non trovano la riva. Una standing ovation che sembrava non voler finire. E mentre io scattavo e cercavo di catturare tutto – la linea di un braccio, un sorriso appena accennato, l’intesa perfetta tra due danzatori – ho realizzato quanto fosse speciale quel momento.
    Lo Schiaccianoci non è solo un balletto. È un rito, una storia che si rinnova ogni volta che qualcuno la mette in scena. E io, lì, con la mia macchina fotografica stretta tra le mani, mi sono sentito parte di qualcosa di molto più grande. Come se il teatro mi avesse adottato per una sera, invitandomi a sedermi accanto ai suoi spiriti antichi, a respirare con lui.
    Quando la neve finta ha iniziato a cadere sul palco, ho avuto un brivido. Sarà stata la musica, sarà stata la grazia dei ballerini o sarà stato che, per un attimo, ho dimenticato completamente il mondo fuori. Ho dimenticato i lampeggianti delle strade, le email che aspettano, le sveglie troppo presto. C’ero solo io e quella storia senza tempo. Un privilegio raro.
    Adesso, mentre vi scrivo, ho ancora negli occhi il passo leggero delle ballerine, la determinazione degli uomini, la precisione chirurgica dei movimenti, ma soprattutto la loro anima. Perché sì, l’anima l’ho vista. Si staccava dai loro corpi come luce e arrivava fino a me. Una di quelle cose che non puoi descrivere davvero, puoi solo provare a raccontarla sperando che chi legge la senta tra le righe.
    La fotografia a volte mi fa sentire un ladro di attimi. Ma stasera, invece, mi ha fatto sentire un custode. Custode di qualcosa di fragile, intenso, gigantesco.
    E mentre chiudo questa pagina, cambio brano per i saluti. È partito “River” di Leon Bridges. Perfetto per salutare voi che mi leggete sempre, come amici seduti dall’altra parte di un tavolo.
    Alla prossima emozione,
    William Bruto

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