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venerdì, Gennaio 23, 2026

    L’eredità di Roma

    La civiltà romana si dispiega in un labirinto di miti e di leggende. Molti episodi legati alle origini di Roma si collocano al confine tra invenzione e realtà, tanto che nei secoli sono state tramandate ben sessantadue diverse storie della sua fondazione, a partire da quella di Enea, fuggito da Troia in fiamme, o quella di Romolo e Remo. Secondo quest’ultima leggenda, le donne della popolazione italica dei Sabini furono rapite dai compagni di Romolo per garantire una discendenza al popolo romano.
    Anche dal punto di vista archeologico non vi è perfetta concordanza tra gli storici. Per esempio, non bisogna credere che il Tevere avesse un’importanza strategica per i traffici fluviali, che sarebbero fioriti solo più tardi. Intorno all’VIII secolo a.C. il fiume era un ostacolo naturale e solo presso l’isola Tiberina lo si poteva navigare con facilità, e testimonianze ci hanno informato che i mercanti etruschi lo frequentavano regolarmente. La zona era, però, insalubre: il Tevere esondava spesso e gli acquitrini che si creavano erano infestati dalla malaria. Lo storico Varrone narra che su uno dei colli circostanti, il Palatino, Romolo segnò i confini del sacro pomerium e costruì la sede reale. Era il 753 a.C., anno primo della storia romana e Romolo fu il primo di sette re di origine latina e sabina, poi etrusca. Nella fase monarchica Roma si dotò di una cinta muraria, prosciugò la palude tramite un grande condotto fognario, la Cloaca maxima, e nella piana bonificata si costruì il Foro per i commerci. A differenza dal pensiero comune che ci fa considerare Roma come una civiltà pragmatica, ogni aspetto della vita cittadina veniva dettato da una minuziosa conoscenza di ciò che era lecito o illecito, fas o nefas. Il valore sacrale della legge e del diritto (lo ius) è uno dei tratti più caratterizzanti l’intera civiltà romana.
    Nel 509 a.C., cacciato l’ultimo re, nella leggenda Tarquinio il Superbo, avvenne il primo grande cambio costituzionale della storia capitolina: la nascita della Repubblica. Questo passaggio di forma di governo non va interpretato come una ribellione nei confronti della monarchia, ma come il naturale evolversi del processo scaturito dall’espansione del nucleo urbano e della sua zona d’influenza sul territorio. C‘erano molte famiglie potenti che abitavano al di là delle mura e che esigevano di partecipare alla vita politica. La vita della Repubblica fu lunga, andò dal 509 a.C. al 27 a.C., anno in cui ebbe inizio il principato di Augusto. Con l’istituzione della Repubblica il governo passò in mano a due magistrati, i consoli, che venivano eletti nell’assemblea delle centurie. Il titolo di re venne mantenuto ma solo con la funzione di massimo esponente religioso: il sommo sacerdote veniva definito rex sacrorum. I collegi sacri e le norme rituali continuavano a dettare i ritmi della vita romana e i principi che la reggevano, ma il potere esecutivo e politico venne separato da quello religioso. In caso di gravi emergenze, come in un periodo di guerra, il potere supremo poteva passare nelle mani di un singolo dittatore, scelto per risolvere la situazione e veniva aiutato da un comandante della cavalleria.
    I magistrati erano eletti dal popolo, chiamato al voto all’interno di assemblee dette comizi. Agli inizi della Repubblica i candidati venivano scelti solo tra i patrizi, ovvero i discendenti delle famiglie più importanti ai tempi della fondazione e della monarchia, mentre ai plebei, la moltitudine degli altri, spettava il solo diritto di voto. Questa situazione di sudditanza portò dapprima alla creazione di assemblee popolari, i concilia plebis. Ciò avvenne in seguito a una rivolta, la secessione della plebe sull’Aventino, dopo la quale, a partire dal 494 a.C., i plebei ottennero il riconoscimento dei propri magistrati, i tribuni della plebe.
    Con le nuove leggi Liciniae-sestiae, oltre a ridurre la distanza tra le due categorie di romani, venne rinnovata anche la costituzione e le cariche magistratuali. Accanto ai due consoli, eletti annualmente con il compito di comandare l’esercito, convocare il Senato e i comizi centuriati e di proporre nuove leggi al popolo, troviamo anche la carica del pretore, il quale amministrava la giustizia e assolveva alle funzioni dei consoli quando questi erano assenti. Vi erano poi due edili curuli e due edili plebei che si occupavano della manutenzione degli edifici pubblici e delle strade, della vigilanza sul mercato e dell’organizzazione degli spettacoli. Quattro questori amministravano l’erario e i censori avevano il compito di censire i cittadini, distribuendoli in classi secondo il patrimonio. Nel frattempo Roma era diventata una grande potenza. Aveva integrato le altre popolazioni italiche e si era misurata con Cartagine (264-146 a.C.), sconfiggendola per mano degli Scipioni.
    Il passaggio dalla Repubblica all’Impero avvenne in modo tumultuoso e fu preceduto da una serie di torbidi e guerre civili, la più famosa delle quali vide opporsi l’innovatore Mario al difensore dell’ordine repubblicano tradizionale, Silla (91-88 a.C.). Roma era diventata ricchissima, dominando tutto il bacino del Mediterraneo. La lotta per il potere si inasprì sempre più e il Senato divenne una vera arena d’intrighi, congiure, demagogia. Apparve in questo periodo burrascoso la figura di Giulio Cesare. Varie alleanze lo portarono a costituire un triumvirato con Pompeo e Crasso (59-53 a.C.), che successivamente sfociò nella Guerra civile (49-44 a.C.) proprio contro il vecchio alleato, Pompeo. Il passaggio definitivo da Repubblica a Impero viene collocato tra il 27 a.C., anno in cui Ottaviano, beniamino di Cesare, fu nominato Augusto, e il 26 giugno del 23 a.C., quando Ottaviano lasciò il consolato per prendere l’imperium proconsolare anche nelle province che fino a quel momento erano state governate dai senatori. Assunse, in modo perpetuo, anche la carica tribunicia potestas, l’antica immunità di cui godevano i tribuni della plebe, che gli conferiva l’inviolabilità e un carattere sacro. Questa carica abbinata all’imperium, il comando militare, lo metteva al di sopra delle leggi. Si gettavano così le basi per quello che sarebbe stato il più grande impero dell’antichità.
    La vita dell’Impero rimase unitaria fino al 395 d.C., anno in cui, in seguito alla morte dell’imperatore Teodosio, il territorio venne diviso tra i due figli, Arcadio (a Oriente) e Onorio (a Occidente), e tale separazione rimase fino alla caduta dell’Impero d’Occidente nel 476 d.C., quando il barbaro Odoacre depose l’ultimo imperatore occidentale Romolo Augustolo.
    Con Augusto lo stato aveva avuto nuovo impulso e importanti riforme amministrative e politico-militari. Alla base della grandezza imperiale romana vi era la capacità di assorbire e integrare il meglio prodotto dalle popolazioni che via via venivano sottomesse. Fin dalle origini, Roma è stata una città accogliente ed etnicamente composita, come ricorda Plutarco.
    In politica estera, il concetto fondamentale era quello della fides, da non intendersi esclusivamente come fedeltà, ma in un modo più ampio, ovvero quando una città entrava nella sfera d’influenza imperiale, diventava una parte di Roma fuori di Roma, e i suoi abitanti cittadini romani. Gli antichi sottolineavano come alla base della grandezza di Roma risiedesse proprio la sua capacità di elargire, a vario grado, la cittadinanza. Nonostante gli episodi in controtendenza, il principio è rimasto vivo fino al 212 d.C., quando l’imperatore Caracalla emanò la Constitutio antoniniana che concedeva la cittadinanza a quasi tutti gli abitanti dell’Impero.
    Per questo motivo, l’eredità di Roma sull’intero Occidente è stata, se vogliamo, maggiore e più profonda di quella che ha avuto il mondo greco in quanto l’eco della sua grandezza, delle sue istituzioni, del suo originalissimo modo di farsi protagonista della Storia e del carattere eterogeneo dei suoi abitanti, posero l’Urbe al centro dell’attenzione anche in paesi lontanissimi.

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