Si sa che all’inizio del ‘900, con un’arroganza e una presunzione storicamente mai viste prima, vennero rotti tutti gli schemi tradizionali delle Arti: fossero esse figurative, letterarie o musicali.
Di scassare Euterpe si occupò la cosiddetta “Seconda Scuola di Vienna”, cioè la triade Schoenberg-Berg-Webern, che stabilì cosa potesse o non potesse chiamarsi musica. Verdi era morto sì e no da dieci anni e già il “Pierrot Lunaire”, prodromo dell’imminente teoria dodecafonica, girava per il mondo. Puccini, che per curiosità si recò a Firenze ad ascoltarlo, fatte salve le parole di generica stima scambiate con Schoenberg, commentò che “fino a quando madre natura doterà gli uomini di un apparecchio uditivo come quello che abbiamo, questa, chiamiamola pur musica, la vomiteranno sempre.” Ed aggiunse: “Io non sono uno snob né un neofita”, intendendo dire che non voleva esibire una finta comprensione solo perché si trattava di cosa d’avanguardia (come fanno gli snob), ma nemmeno sminuire se stesso escludendo la complessità del problema.
Del resto non mancarono, per tutto il ‘900, scuole che respingevano il dettato dodecafonico, ad es. la nostra “Generazione dell’80”, i “Sei” di Parigi, i gruppi russi in genere. Ma alla fine, malgrado tanta tenace resistenza, fu la novità schoenberghiana ad avere la meglio. Dalla metà del secolo in poi se volevi diventare un compositore di qualche valore dovevi passare attraverso le dure leggi del sistema dei dodici suoni. Persino Strawinskji, per curiosità, si fece seriale. Ancora ricordo con quanta derisione autori del calibro di (cito a caso) Nino Rota o Ennio Morricone erano guardati dalla musicologia ufficiale e ridotti all’ambito di compositori da balera. Per decenni, chi non voleva sottostare al giogo che stabiliva il rifiuto del sistema tonale, faticava a trovare l’aria per respirare.
Anche perché all’estremismo artistico di cui sopra si era aggiunta la scuola di Darmstadt – vero e proprio cenacolo di tutti gli “snob” – che esaltò le regole dell’atonalità solo per poterle abbattere disgregando alla radice qualsiasi linguaggio musicale; al punto di considerare il silenzio la sola musica accettabile. Era l’epoca dei compositori che “della groviera amano solo i buchi” (come disse Boris Porena di John Cage); mentre Hans Werner Henze riferiva come tutto, allora, dovesse “essere stilizzato e astratto perché qualsiasi incontro con gli ascoltatori che non fosse catastrofico o scandaloso macchiava l’artista”. Un amore sfrenato per il brutto. Lo stesso Schoenberg asserì che di fronte a una “realtà brutta” si dovesse scrivere solo “musica brutta”!
Affetti dal virus dell’autoreferenzialità, ormai i compositori non sapevano più applicare la semplice regola di Alfred Schnittke secondo cui “non bisogna mai dimenticare che la musica non è scritta per i musicisti, ma per gli ascoltatori”. Dalla dodecafonia in poi l’ascoltatore fu escluso. La sua presenza non serviva più. A contare erano solo più l’autore e l’esecutore. In tal modo il comporre si trasformò in una faccenda di rigido egocentrismo condannandosi allo stato di apartheid.
Ma siccome all’essere umano non puoi impedirgli di amare la musica (è un istinto che possiede fin dal paleolitico inferiore, o forse anche da prima), vedendosi scacciato dalle sale da concerto, il pubblico si volse all’indietro per il recupero della melodia, o in avanti, per smussare le regole di ferro dove il suono veniva imprigionato. Ritengo che persino le esasperanti ripetizioni del “minimalismo” siano state generate come ripicca contro la ferrea condanna seriale a “mai ripetere”. Ed ecco nascere Steve Reich e Philip Glass.
Nella vana ricerca di ciò che non c’è più, i melomani, i melofili, o semplicemente gli “amateurs”, hanno coltivato tutti i generi suppletivi, cosmopolitismo, musica celtica, scale modali o pentatoniche, gospels, raghe indiane; oppure hanno ripiegato in fuga strategica verso il barocco e il prebarocco; oppure ancora (e questo è stato il lato più positivo della faccenda) si sono dedicati alla scoperta dell’ “altra metà del cielo” in musica… ed ecco che sono tornate legittimamente in vita Clara Schumann e Fanny Hensel insieme a tutte le loro consorelle che, in ogni secolo, erano state sprezzate e messe a tacere. Qualcuno lo direbbe “grattare il fondo del barile”, io dico che è una vera benedizione del cielo! Perché se è vero che oggi si corre ancora voluttuosamente ad ascoltare i grandi del passato (le “maratone Mozart” o gli “atelier Brahms” non hanno mai posti vuoti) per i contemporanei più nessuno, salvo gli addetti ai lavori, ha voglia di muovere un passo. Triste pregiudizio provocato dall’opera di distruzione effettuata all’inizio del ‘900. Chi mai vorrebbe rischiare di scassarsi le orecchie a far la prova? “La musica contemporanea non è più avanti, è solo altrove”: così Alessandro Baricco nel libro dove con gran lucidità ha spiegato il meccanismo negativo che ci ha portati fin qui.
E visto che poco sopra ho citato Clara e Fanny, magari nel prossimo articolo parlerò di loro. Non andate via.







