
La medicina ha una passione inconfessabile: le sigle. Ne produce più di quanti caffè serva un barista alle otto del mattino. In teoria dovrebbero semplificare; in pratica spesso confondono. Il risultato? Pazienti disorientati e medici che parlano lingue diverse pur lavorando nella stessa stanza.
Prendiamo IRC. In Italia può significare insufficienza renale cronica oppure insufficienza respiratoria cronica. Due malattie profondamente diverse, una sola sigla. È come dire al paziente: “Lei ha l’IRC”. E lui: “Devo preoccuparmi dei polmoni o dei reni?”. Non proprio l’ideale della comunicazione efficace.
Il cervello non fa eccezione. In ambulatorio diciamo “ictus”, negli studi internazionali “stroke”, nei referti più formali spunta “infarto cerebrale”, e tra i nostalgici sopravvive “CVA” (incidente cerebro-vascolare). Sempre la stessa patologia, ma un paziente che legge “infarto cerebrale” pensa di averne avuti due: uno al cuore e uno alla testa.
Anche il cuore vive nel caos linguistico. Infarto, IMA (infarto miocardico acuto), ACS (acute coronary syndrome). Tutto corretto, ma provate a spiegare al paziente che “ACS” non è più grave dell’infarto: nella sua testa sembrano due diagnosi diverse, e nessuna delle due suona rassicurante.
Poi c’è la diatriba TAVI/TAVR: due sigle diverse per lo stesso intervento. Gli europei preferiscono “implantation”, gli americani “replacement”. L’unica certezza è che nessuno capisce perché i due continenti litighino pure sulle vocali.
Il delirio massimo arriva però con gli anticoagulanti: NOAC, DOAC, NAO… un alfabeto mobile che cambia a ogni congresso. Alcune società scientifiche hanno aggiornato le definizioni così tante volte che diversi pazienti non sanno più cosa stanno assumendo. E spesso tocca al medico tradurre gli acronimi come se lavorasse all’ONU.
Altro capitolo curioso: il fegato. Per anni abbiamo parlato di NAFLD, oggi la sigla ufficiale è MASLD. Una definizione più precisa, certo, ma impronunciabile. Nei referti però si parla di “steatosi” e nella comunicazione con i pazienti va ancora per la maggiore il più onesto dei termini: “fegato grasso”. E non è un caso.
Il punto non è la pignoleria linguistica. Il vero problema è che sigle ambigue generano confusione, errori e, soprattutto, distanza. La medicina è fatta di rapporti umani: se il paziente non capisce di cosa soffre, tutto il resto vacilla.
Studi internazionali lo dimostrano: fino all’8% delle prescrizioni contiene abbreviazioni pericolose; e meno di un terzo dei pazienti sa interpretare sigle comunissime come PS (Pronto Soccorso), per OS (per via orale), AB (al bisogno). In altre parole, per molti pazienti la cartella clinica è un rebus.
Come uscirne? Con buon senso. Non dobbiamo abolire tutte le sigle: alcune sono utili e precise. Ma possiamo evitare quelle ambigue, espandere ogni acronimo alla prima occorrenza, adottare le “Do Not Use List” come fanno diverse istituzioni internazionali, formare i giovani medici a una comunicazione chiara e — quando serve — affidarci alla tecnologia per decifrare automaticamente abbreviazioni potenzialmente rischiose.
Alla fine, il paziente non ricorderà mai se ha avuto un ACS, un IMA, uno stroke o un CVA. Ricorderà solo se qualcuno glielo ha spiegato con parole semplici, senza farlo sentire davanti a un codice segreto per specialisti.
Perché la medicina non è un acronimo: è un linguaggio di cura.
E ogni volta che togliamo una sigla, aggiungiamo un pezzo di fiducia.
Torniamo all’Italiano! B.A.S.T.A. – Basta Acronomi Strani
- Advertisment -
METEO
Comune di Caselle Torinese
nubi sparse
1.4
°
C
3
°
-0.2
°
86 %
1kmh
55 %
Ven
4
°
Sab
3
°
Dom
3
°
Lun
5
°
Mar
3
°
ULTIMI ARTICOLI
L’energia condivisa passa anche dai campanili
Dall’ispirazione dell’enciclica Laudato Si di Papa Francesco a un progetto concreto capace di incidere sul territorio: la Diocesi di Torino ha dato vita a...







