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Comune di Caselle Torinese
domenica, Febbraio 8, 2026

    Bella e futura

    Il Natale che, bambini della scuola, aspettavamo con ansia perché significava la vacanza, qualche segreta incursione tra gli immancabili dolci della tradizione e soprattutto i doni, se ne era già andato. Con lui si era allontanata anche la figura di un Babbo Natale sempre meno credibile che secondo la favola più narrata depositava i doni ai piedi di un vero abete variamente addobbato nel salotto delle case dei bambini, quando non incaricava i genitori di accompagnare i propri figli direttamente a ritirare la sognata sorpresa nell’incanto di luci e suoni di uno speciale spazio cittadino dove i piccoli potevano ritrovare anche il piacere del giro in giostra smarrito dalla ormai lontana Festa di Caselle.
    Accostati con molta cautela e altrettanta scarsa convinzione ai prescritti compiti per quei giorni lontani da scuola, aspettavamo l’arrivo della Befana anch’essa carica di tradizioni che la rappresentavano, allora come oggi, seduta sul manico di una scopa in saggina intenta a spiccare il volo per raggiungere, attraverso passaggi segreti, il salotto delle nostre case per depositarvi carbone ( oggi quanto mai gradito) oppure calze piene di dolciumi: quasi un esame di riparazione per le dimenticanze di Babbo Natale.
    In mezzo, l’arrivo di un nuovo anno. Da sempre un anno nuovo è l’immagine di un fiammante calendario magari di colore giallo, antico patrimonio di un famoso oleificio, da appendere in cucina per leggervi ogni giorno la saggezza dei proverbi o le più comuni ricette, oppure, e molto più seriamente, è la necessità di incominciare a vivere la nuova dimensione del tempo che insieme sussurra e grida al cuore dei bambini l’esigenza di crescere, di scoprire, di conoscere.
    Fu così che noi tanti anni fa crescendo incontrammo le prime amicizie. Alcuni di noi, per i quali la possibilità di proseguire la scuola era diventata un lusso insostenibile, incontrarono invece i primi severi e sconosciuti impatti con il mondo del lavoro giovanile.
    Per tutti ci furono luoghi di svago o di formazione dove imparammo presto che sulla nostra strada anche con il buio non faceva mai notte perché ci bastava immaginare che qualcuno ci adottasse e raccogliesse la nostre prime ansie e le nostre prime delusioni.
    Al vicino Prato della Fiera, oltre a sacrificare le già consunte povere calzature per rincorrere pallone ed illusioni, affidavamo cosa restava del pomeriggio perché trasformasse quel tempo in un nuovo sogno. Approfittando poi di qualche sudata pausa, e guardandoci colpevolmente negli occhi, ci lasciavamo catturare dalla tosse della prima sigaretta, oppure aspettavamo fortunati e pazienti le complici ombre di una fresca sera di primavera per depositare sulla guancia di qualche emozionata ragazzina, che attendevamo tra le giostre del Primo Maggio, un innocente timido bacio.
    Sulla porta dell’oratorio il viceparroco Don Carlo Anglesio, dai capelli rossi a ornare una massiccia figura da Vecchio Testamento, aspettava fiducioso perché, conoscendoci, sapeva che l’emozione per quella giostra vecchia e cigolante in fondo al cortile , per quei giochi di società consunti o incompleti unitamente alla malcelata insofferenza per le funzioni in chiesa non solo ci avrebbe fatto saltuariamente tornare ma anche più tardi avrebbe avuto un posto speciale nel nostro cuore.
    E, ormai grandi, a vivere la vigilia di altri nuovi anni ci ritrovammo, senza l’obbligo di essere eleganti, presso coetanei provvisti di spazi adeguati che esaltavamo ulteriormente addossando al muro gli arredi fra la disperazione della padrona di casa che, obbedendo successivamente ad una sorta di non richiesta responsabilità materna, pretestuosamente si prodigava con vassoi di bevande e pasticcini da offrire agli improvvisati ballerini che, legati in quei momenti da una amicizia forse troppo stretta, cordialmente rifiutavano.
    Era questa la nostra Caselle che sapevamo correre a piedi da un confine all’altro per incontrare le benefiche acque della Stura, la salita della Montrucca o, verso la grande città, le ultime case della regione Accossato alla cui altezza in un caldo pomeriggio estivo di cinquant’anni fa ci lasciò per sempre, tragicamente, il giovane Enzo, figlio di Mario Brunitto e di Lella la fioraia che per anni in piazza Boschiassi o sotto i portici, accarezzando sapientemente colori e profumi di questa irripetibile ricchezza della natura, ha saputo trasformare in opere d’arte i nostri desideri.
    Da qualche giorno accolto dal boato fragoroso e sostanzialmente innocuo dei soliti improvvisati nostrani artificieri, non nuovi tuttavia a possibili, successive incursioni sanitarie, e segnato purtroppo dallo stesso tragico bagliore di guerre sempre meno remote, è iniziato un nuovo anno da aggiungere alla nostra già notevole, variegata collezione. E nonostante tutto, in questi freddi pomeriggi d’inverno quando pensi che ogni nuovo anno sia un traguardo raggiunto e che il venditore di almanacchi di leopardiana memoria non rivivrebbe, per quanto bella, la vita già vissuta, ti lasci nuovamente assalire dalla convinta speranza e dalla gradevole illusione di una vita futura ancora più bella.

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