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domenica, Febbraio 8, 2026

    Cambiare. Test di Bechdel


    Vorrei iniziare il 2026 cercando di cambiare in meglio. Un proposito che mi galvanizza, ma da dove cominciare, se tutto sembra cospirare per una visione pessimista del futuro?
    Per non restare nel retorico e nell’utopia parto da una cosa piccolissima di cui, prima che mio figlio me ne parlasse, non conoscevo l’esistenza: il test di Bechdel.
    “Questo test – mi racconta Davide – prende nome dalla fumettista americana Alison Bechdel che, in una sua vignetta del 1985 dal titolo The Rule, fa affermare a Mo, una donna di colore, che accetterà di accompagnare l’amica Ginger al cinema solo se il film rispetterà requisiti ben precisi:
    1) ci sono almeno due donne, definite anche da un nome;
    2) queste donne parlano anche tra loro e non solo con protagonisti maschili;
    3) l’argomento di conversazione non è un uomo o il suo comportamento.”
    Nasceva con la Bechdel un metodo per valutare la rappresentazione della donna nelle opere cinematografiche; in seguito il test è stato applicato anche ai libri e alla pubblicità.
    “Non mi sembra una cosa impossibile – provo a riflettere.
    “ Credimi mamma, spesso un film rispetta uno, due di questi criteri, ma non sempre tutti e tre. Pare che la Bechdel citasse il film “Alien” come una delle più importanti opere capaci di rispondere a tutti e tre i requisiti, allo stesso modo di “Thelma e Louise”,”Piccole donne”, “Tutto su mia madre”, film che hanno contribuito a spostare il baricentro da una visione tutta maschile verso una visione più equa e paritaria.”
    Sorprendentementei nvece  molti film famosi degli ultimi trent’anni non superano il test:  “Guerre stellari”, ”Harry ti presento Sally”, “Avatar”, “Avengers” e perfino “Ratatouille”, per esempio.”
    Mi sorprende che una indagine apparentemente così semplice possa rivelare se un’opera presenta donne con ruoli autonomi, che non temono di esprimere i loro pensieri o se l’opera continua ad avere, come da tradizione, un punto di vista maschile, anche quando le protagoniste sono donne.
    “Naturalmente superare il test di Bechdel non significa che l’opera sia un capolavoro, ma per lo meno va in una direzione che dovrebbe pian piano sensibilizzare noi tutti, a prescindere dal genere, alla vera parità degli esseri umani.”
    Progetto grandioso. Mi ricordo che da ragazzina avevo maturato l’idea che gli uomini arrivassero da un altro pianeta; avevo poi fatto pace con gli invasori… attraverso matrimonio e figli maschi, ma sorprendentemente con la nascita di una figlia ho sentito immediato e fortissimo il bisogno di consegnarle una visione di parità di genere e di libertà di scelte. Quando ultimamente le amiche, Giada e io abbiamo realizzato un libro d’artista dedicato a Virginia Woolf, ci siamo accorte dell’importanza di quel messaggio, scritto già nel 1929, nell’opera “Una stanza tutta per sé”, in cui la Woolf si lamentava del fatto che i libri fossero pieni di dialoghi tra donne che venivano sempre e solo messe in relazione con un uomo, come mogli, madri o sorelle.
    “ Mi rendo conto comunque che sono lontanissima  da una cultura che fa compiere pensieri corretti, soprattutto quando vedo star della canzone sculettare ammiccando o travestirsi.”
    “Perché questi atteggiamenti ti disturbano?”, mi chiede mio figlio.
    “Perché”…, ma poi mi fermo, perché non so dare una ragione valida, così come non vorrei che si usasse lo stesso vocabolo “matrimonio” per definire una unione tra due uomini o due donne .
    “Perché?”, mi fa riflettere di nuovo mio figlio.
    “Non so, mi disturba, la parola definisce un contenuto che non è più lo stesso.”
    “Come scienziato, direi che l’attitudine corretta è di riconsiderare le proprie posizioni e individuare opinioni e attitudini che non sono basate su ragione e empatia, ma abitudine, convenzione sociale e ignoranza. Quanto ti chiedo “Perché  ti disturba?” è una domanda onesta: cerco di aiutarti a individuare la sorgente del tuo rifiuto e valutare se sia giusta e giustificabile.
    L’identità di genere è intessuta in ogni aspetto della nostra società. Siamo addestrati dalla nascita a classificare le persone come maschi e femmine e ad attribuire o censurare disparati aspetti della nostra umanità sulla base di questa classificazione. Siamo anche addestrati a punire collettivamente chiunque tenti di violarle. Prova a considerare per un momento il coraggio necessario a opporsi a questa sovrastruttura e l’opportunità che questa testimonianza ci offre di riconsiderare le nostre posizioni.
    Citando Terenzio “Nulla di ciò che è umano mi è estraneo.”
    Mi ricorda un po’ l’effetto rampa di marciapiede: le rampe di accesso a edifici e marciapiedi introdotte originariamente per permettere l’accesso alle sedie a rotelle hanno finito per aiutare un po’ tutti. In maniera simile, abbracciare l’umanità  condivisa con persone che scelgono di infrangere arbitrarie norme sociali che ci stanno a cuore, aiuterà tutti a essere meno oppressi.”
    Mi sembra di capire. Riconosco che un vero cambiamento passa attraverso un cambiamento dei nostri pensieri e forse perfino attraverso quella fastidiosa schwa (ә) “e” rovesciata al fondo delle parole a cui non vogliamo attribuire un genere (consideriamo poi che non è un segno nuovo, ma è stato inventato da chi fa attivismo a sostegno dell’inclusività ed è una vocale presente dalla fine dell’800 nell’Alfabeto Fonetico Internazionale IPA).
    Il percorso è lungo proprio per questa difficoltà anche femminile di aprirsi a una visione che includa tutte le donne e tutti gli uomini.
    Allora tornando al test di Bechdel proponiamoci di applicare questo filtro agli spettacoli che vediamo, ai film e ai libri.
    “Una cosa interessante – aggiunge Davide – è che ad esempio Netflix ha cominciato a produrre film con registi giovani che sono molto attenti all’inclusione e film anche di animazione, come Frozen o Kpop, in grado di influenzare fortemente le generazioni più giovani, opere in cui il test di Bechdel viene tenuto in considerazione! Restano, è vero, scene di ragazzine adoranti della star maschile, ma nei dialoghi tra le protagoniste gli argomenti sono legati a scelte musicali, tecniche, di contenuti.”
    Un piccolo test sarà un modo per avviare un reale cambiamento di pensiero? Lo auguro a me, non voglio chiudermi, ma aprirmi. Spero che l’augurio possa far bene a tutti. Lascio Davide alle sue “stringhe” e alle “teorie di campo”, al calore dei quattro figli e al ghiaccio dell’Ontario.
    Naz

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    Nazarena Braidotti
    Nazarena Braidotti
    Braidotti M.Nazzarena in Gaiotto Nata a Ciriè(To), tre figli, ex insegnante a Caselle, vive a Torino. Laurea in Lettere con una tesi sul poeta P.Eluard, su cui ha pubblicato, per Mursia, un “Invito alla lettura”. Grandi passioni: la scrittura, tenuta viva nella redazione di “Cose Nostre” e altri giornali locali e l’acquerello.

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