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Comune di Caselle Torinese
domenica, Febbraio 8, 2026

    Dopo due secoli e mezzo, da “ospidal” a nuovo Palazzo Comunale

    La trasformazione del vecchio Baulino

    Non manca molto alla fine degli importanti lavori di restauro e riqualificazione dell’antico ospedale casellese, che ridaranno nuova vita alla struttura trasformandolo nel nuovo Palazzo Comunale, in cui troveranno la sede tutti gli uffici dei servizi casellesi, oggi sparsi nelle tre sedi decentrate.
    L’edificio in oggetto, un tempo destinato a ospedale, e poi a casa di riposo, si presenta oggi come un’evoluzione dell’originario fabbricato, dalle origini tardo settecentesche, che risente in modo significativo dell’architettura razionalista degli Anni ‘30 del secolo scorso a seguito degli importanti lavori di ampliamento eseguiti all’epoca e dalle aggiunte realizzate negli ultimi decenni del XX secolo dovute all’adeguamento alle norme per l’uso di ricovero per anziani.

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    L’ANTICO ISTITUTO OSPEDALIERO
    I libri di storia locale attribuiscono al capitano Aquilante Demonte, allora governatore del Comune, la fondazione all’inizio del XVII secolo dell’istituto ospedaliero.
    Con il suo testamento del 1° marzo del 1600, rogato dal notaio Quadro, dispose la realizzazione di un ospedale, sotto il titolo di Santo Spirito, che avesse lo scopo di provvedere al ricovero, alla cura e al mantenimento gratuito degli infermi poveri del paese, affidando all’amministrazione comunale la sua gestione.
    Recenti documenti ritrovati però sembrano far risalire l’esistenza di un ospedale già al tardo medioevo, annesso alla antica cappella di San Vittore, e affiliato all’Ospedale di Santo Spirito in Saxia di Roma, retto dagli Ospedalieri di Santo Spirito che all’epoca fondava ospedali in tutta Europa.
    L’edificio originario, distrutto probabilmente durante le guerre del XVI Secolo, venne sostituito da un nuovo fabbricato, donato dal Capitano nel suo testamento, che faceva parte dell’antico complesso del castello e posto all’angolo delle attuali via Guibert e via del Teatro.
    Il fabbricato comprendeva anche la cappella del castello, trasformata in teatro dopo il trasferimento dell’ospedale, venne poi demolita nel secolo scorso per ampliare la scuola elementare.

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    IL NUOVO OSPEDALE
    Alla fine del XVIII secolo l’edificio donato dal capitano Aquilante Demonte non rispondeva più alle esigenze del paese, sia per il degrado in cui versava, sia per le piccole dimensioni, tanto che l’arcivescovo Mons. Rorengo di Rorà nella sua visita pastorale del maggio 1769, fece appello affinché si provvedesse a dare una sede più conveniente all’ospedale.
    L’arcivescovo indicò anche l’area dove costruirlo posta fuori le mura in regione Porta Nuova, lungo la nuova via per Torino che proprio in quegli anni si stava rettificando e ampliando, e dove vi era la cappella dedicata a san Barnaba.
    A quell’epoca l’area era completamente libera ed era il luogo ideale in cui si poteva realizzare sia il nuovo edificio che il nuovo cimitero, in sostituzione di quelli allora ancora esistenti vicino alle due chiese parrocchiali e che le nuove norme prevedevano che fossero spostati fuori di recinti dei paesi.
    Così la Comunità il 25 maggio dello stesso anno incaricò l’Ing. Morari di redigere un progetto per il nuovo edificio (una copia dell’originale è conservata nell’archivio di Stato di Torino, Fondo Savoia Carignano), progetto che, come si può vedere nella foto, prevedeva un lungo fabbricato prospiciente la Via Torino da cui partivano tre maniche, una ortogonale al centro e due oblique alle estremità, che convergevano simmetricamente nella cappella centrale posta verso est, all’estremità opposta dell’ingresso.
    Questa tipologia progettuale, tipica degli ospedali del tempo, si fondava su un’articolazione simmetrica degli spazi rispetto ad un asse longitudinale (est-ovest) che permetteva una rigida separazione fra i sessi, il tutto nel rispetto dell’editto Sabaudo del 1717.
    L’elemento centrale ed emergente, su cui convergevano le maniche dell’edificio, era sempre la chiesa, situata in posizione nodale che rappresentava le finalità morali e religiose dell’istituzione.
    Il progetto, per quanto interessante, aveva però dimensioni decisamente esuberanti rispetto alle reali necessità della comunità casellese, che allora ospitava solo dodici infermi, e i fondi a disposizione della Comunità non erano sicuramente sufficienti.
    Così la Comunità decise di realizzare solo in parte il progetto, realizzando solo metà della manica sulla Via Torino nel disegno corrispondente all’atrio d’ingresso e la parte a sinistra, modificandolo opportunamente con la realizzazione di un ingresso con scala nell’estremità nord, e adattando l’atrio d’ingresso a cappella.
    Curiosamente il tratto finale di questa manica, verso sud e corrispondente alla cappella, ancora alla fine del XX secolo presentava le pareti verso est grezze, con muratura a vista e con un grande arcone tamponato senza alcuna rifinitura, mentre la parete rivolta a sud era segnata da sporgenti speroni, come se i lavori fossero stati interrotti.
    Probabilmente la mancata finitura, e la presenza degli speroni di ripresa delle murature, restarono a memoria dell’intenzione della Comunità di continuare nel futuro il progetto originario dell’ing. Morari, che prevedeva, in corrispondenza dell’arcone, l’inizio di un’ampia galleria centrale che terminava, ad est, in una grande cappella, mentre verso sud la prosecuzione della manica fino a raddoppiarsi.
    I lavori iniziarono già nell’estate del 1769 con la costruzione dei muri perimetrali sia dell’ospedale che del nuovo cimitero, e un Ordinato del dell’anno successivo attesta la costruzione di una fornace nella campagna verso la Cascina Gioia per produrre i mattoni per la costruzione dell’ospedale.
    Il 26 febbraio 1773 venne benedetto il nuovo cimitero e gradualmente negli anni successivi si trasferirono le tombe dai cimiteri vecchi.
    Il 12 giugno 1783 venne inaugurato il primo nucleo del nuovo ospedale, ma i lavori non erano terminati e la sua completa realizzazione durò diversi decenni e si sviluppò in più fasi, probabilmente interrompendola durante il periodo dell’occupazione napoleonica.
    L’edificio, che si affacciava su via Torino, ha ancora oggi la sua facciata semplice e austera tardo settecentesca, probabilmente sopraelevata nel secolo successivo, che si presenta suddivisa in due parti: la prima verso nord, che si sviluppa dall’ingresso, ha sei file di aperture poste su tre livelli, tutte allineate tra loro e prive di cornici, mentre la seconda parte, verso sud e contigua alla prima, è incorniciata da delle lesene che inquadrano lo spazio destinato alla cappella.
    Internamente la cappella, con un’altezza interna pari ai due piani dell’edificio, si presenta anomala e caratteristica al tempo stesso, divisa in nove parti da quattro pilastri centrali che sorreggono delle volte a vela.
    Come già detto questa sua caratteristica è dovuta al fatto che nel progetto originario l’ambiente corrispondeva all’atrio d’ingresso adattato probabilmente a cappella provvisoria in attesa di lavori di prosecuzione poi mai eseguiti.
    Superiormente al cornicione non è più presente l’antico campanile che si vede in alcune cartoline d’epoca, e che venne probabilmente abbattuto durante i lavori di rifacimento del tetto eseguito negli Anni ‘60 del secolo scorso.
    Alla fine del ‘900 tutte le aperture erano dotate di serramenti con gelosie in legno; sugli stipiti interni sono ancora presenti in più parti dei “pollici murati”, che testimoniano come originariamente le aperture fossero munite di scuri interni, facendo presumere che solo successivamente vennero dotate di gelosie.
    La facciata prospiciente il cortile è caratterizzata da una serie di aperture ad arco disposte su tre ordini sovrapposti, incorniciate da delle lesene con dei piccoli e semplici capitelli realizzati in graniglia.
    Le arcate, come rilevato dai documenti d’archivio, originariamente erano aperte per formare dei corridoi porticati che disimpegnavano le camere interne, e solo nella metà dell’Ottocento vennero chiuse per ricavare dei nuovi spazi per l’ospedale.
    Nel 1797, durante l’occupazione napoleonica, l’edificio venne utilizzato dalle truppe francesi che causarono numerosi danni, tra cui la distruzione di tutti gli infissi che vennero bruciati per scaldare i soldati che si erano accampati negli ambienti e che avevano costruito anche delle baracche per ospitare i militari e i cavalli.
    Una relazione dell’epoca sui danni causati ricordano che solo i vetri si salvarono, perché opportunamente l’Amministrazione li fece togliere prima dell’arrivo dei soldati.
    Successivamente, nel 1831, venne rifatta in muratura la scala interna che era ancora in legno.
    Nel 1838, dopo la Restaurazione, un documento dell’archivio comunale, in cui si discuteva sulla necessità di destinare ai militari una parte del fabbricato per insediarvi il loro ospedale, citava quella parte di edificio come “nuova fabbrica dell’ospedale”, parte che probabilmente corrispondeva al secondo piano realizzato proprio in quegli anni.
    La Comunità, sentendosi in dovere di ottemperare all’invito dell’Intendente Generale d’Armata per il servizio Regio, non trovò altra soluzione che destinare per l’uso militare un locale nella nuova fabbrica dell’ospedale.
    Il fabbricato venne considerato idoneo, ma per renderlo adatto occorreva eseguire alcune opere, e prima di tutto si sarebbe dovuto chiudere la galleria al piano superiore “formata in arcate mediante muro di mattoni, con lasciarvi in cadun spazio una finestra al fine di ridurre detta galleria in una lunga camera ad uso infermeria, come diffatti si è dal Sig. Sindaco, d’accordo di tutto il Consiglio, intrapresa e condotta al termine la costruzione di detto muro di chiusa della galleria, con provvista di cinque finestre a vetri colle rispettive gelosie per questi difendere dalle intemperie”.
    Per rendere il locale della nuova fabbrica dell’ospedale adatta all’uso per ricevere gli ammalati militari, fu anche necessario far formare dei nuovi infissi “…sia pure stato il caso di far formare stibbj in assi d’albera provvista, e mettitura in opera di vetri…”, il che comportò una spesa non indifferente che la Comunità dovette sostenere.
    Nel 1850 l’assistenza ai malati venne affidata alle suore della Congregazione di San Vincenzo, e per quasi un secolo l’edificio non subì ulteriori modifiche.
    Nel 1926 l’Ospedale di Santo Spirito cambiò denominazione in dipendenza del testamento del Comm. Giovanni Baulino (rogito Not.Valente del 23/11/1918), che lasciava all’ente un’eredità di 700.000 lire a condizione che l’istituto venisse intitolato a suo nome.

    L’AMPLIAMENTO DEGLI ANNI ‘30
    Importanti lavori vennero eseguiti negli Anni Trenta del Novecento, in cui l’intero edificio venne ristrutturato e ampliato con una nuova ala a due piani, prospiciente l’attuale Piazza A. Mensa, dotandolo anche di una moderna sala operatoria e di un gabinetto radiologico grazie a un generoso finanziamento della famiglia Bona, che possedeva un importante lanificio in Caselle e che con questi lavori si riservava anche una parte del fabbricato per le cure dei propri operai.
    L’ingresso d’angolo con la vecchia scala venne demolito e ricostruito e il 28 ottobre del 1936 venne inaugurata la nuova ala dell’ospedale con il nuovo moderno ingresso.
    Il nuovo ingresso, in tipica architettura razionalista, raccordò le due maniche del fabbricato, con un piacevole gioco di elementi curvi ad altezze diverse, suddivise simmetricamente dal portale di ingresso, incorniciato da elementi semicircolari in pietra diorite lucida.
    Originariamente questo ingresso non aveva il terrazzo al primo piano e la linea slanciata dell’unico finestrone, a sviluppo verticale, proseguiva idealmente il portoncino terminando con un piccolo campanile, che sostiene ancora oggi la campana originaria, dando alla facciata un aspetto austero, ma al tempo stesso slanciato a guisa di torre.
    La facciata dell’ampliamento, su Via Mensa, venne caratterizzato dalla semplicità di forme tipiche dell’edilizia di quel tempo, con due ordini di finestre con un parapetto, realizzato sopra il cornicione, che nascondeva la vista del tetto.
    Sulle superfici del nuovo ospedale venne realizzato un intonachino pigmentato giallo ocra con vetro polverizzato, applicato a spruzzo con il tipico “mulinello spruzzatore” manuale, ottenendo una finitura tipo “intonaco Terranova” dalla tessitura granulometrica ruvida e brillante, tipico dell’epoca.

    I LAVORI DEGLI ANNI ‘90
    Da allora l’ospedale non subì più radicali mutamenti, fatta eccezione di diverse varianti interne che si susseguirono negli anni per adeguare i locali alle nuove norme, ma soprattutto per le nuove necessità dovute al graduale cambio di destinazione, in quanto a partire dagli Anni ‘60 del secolo scorso si trasformò da ospedale in casa di riposo per anziani.
    Venne anche installato un ascensore all’ingresso che con la sua torretta modificò parzialmente l’estetica della facciata dell’ingresso, che perse in parte la sua caratteristica simmetria.
    Negli Anni ‘90 vennero eseguiti altri importanti lavori dettati soprattutto alla necessità di adeguare la struttura alle norme di sicurezza per la trasformazione del presidio in RSA, con la formazione di due nuove scale di sicurezza e di una nuova cucina seminterrata, ampliando l’edificio verso il cortile con delle strutture in cemento armato a vista.
    L’ingresso venne modificato eliminando la scalinata curvilinea d’ingresso centrata con il portoncino, realizzando un nuovo ampio terrazzino centrato con l’ingresso, arrotondato, che dal lato di Via Torino scendeva con una scala in continuazione con il marciapiede, mentre sul lato di Via Mensa permetteva l’accessibilità al marciapiede mediante una lunga rampa.
    Venne anche realizzato un terrazzo al primo piano con lo scopo di riparare dalla pioggia l’ingresso, che con la sua forma arrotondata in parte riprendeva lo stile razionalista.
    In seguito altri lavori minori si susseguirono, tra cui opere di tinteggiatura esterne, ma che sostanzialmente non modificarono più il fabbricato nel suo complesso, e nel 2011 la “casa di riposo” cessò definitivamente l’attività e l’immobile restò vuoto e privo di destinazione.
    Oggi, con il recupero dell’edificio per la nuova destinazione a Palazzo Comunale, l’intero edificio è stato restaurato mantenendo però la divisione percettiva delle tre fasi costruttive principali, ossia quella settecentesca, la seconda novecentesca in stile razionalista e l’ultima degli Anni ‘90 del secolo scorso, rendendoli nello stesso tempo unitari nel loro complesso.

     

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