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domenica, Febbraio 8, 2026

    Gli esclusi

     

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    “Non puoi giocare con noi!”. Questa frase fa molto male, e fa sperimentare ad un bambino in tenera età, cosa significa essere esclusi. Sentirsi esclusi è estremamente doloroso, tanto che le esperienze di emarginazione influenzano lo sviluppo della personalità.

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    Sentirsi parte di un gruppo è un bisogno fondamentale per una essere umano, tanto che la percezione di isolamento forzato provoca rabbia e frustrazione. Una possibile risposta per fronteggiare la situazione è diventare aggressivi. Pensate al bambino escluso al gioco, non è raro che si vendichi facendo dispetti, ad esempio rompendo il giocattolo del compagno. Potrebbe essere una reazione legata al senso di ingiustizia percepito, oppure un tentativo di forzare il gruppo a riprenderlo in considerazione, ad essere riconosciuto, anche se di solito il risultato non è quello sperato. A volte, nel gruppo classe, si può assistere ad una dinamica piuttosto preoccupante: un bambino viene escluso da un piccolo gruppo di coetanei: anziché cercare una soluzione alternativa per essere inserito, sviluppa molta rabbia, tanto da iniziare a fare dispetti, ad essere fastidioso, portando così, via via, anche tutti gli altri bambini ad escluderlo. Non è raro al giorno d’oggi che alcuni studenti chiedano di cambiare classe, oppure scuola, proprio per questo motivo: frequentare le lezioni diventa insostenibile, non per la severità degli insegnanti, ma per la sofferenza legata all’emarginazione. Si tratta di studenti che oltre a sentirsi frustrati, hanno ormai ceduto, si tirano indietro dal contatto con l’altro.

    Purtroppo, chi si è sentito messo da parte cresce con una certa dose di rancore, che in qualche modo poi riverserà, appena ne avrà la possibilità, sugli altri. Proprio come accade nel bullismo: chi è stato escluso e ha sofferto, sentirà il bisogno di fare provare la stessa pena agli altri, e se potrà, compirà atti per emarginare o prevaricare l’altro. Questa tendenza si manifesta in piccole azioni quotidiane, oppure in casi estremi, tanto da essere uno, non l’unico ovviamente, movente di atti terroristici. La cronaca è piena di resoconti di questo tipo: lo studente emarginato che fa strage dei compagni, l’immigrato non integrato che organizza un’azione terroristica… le persone emarginate, per sentirsi comunque integrate in qualche gruppo, possono rivolgersi a gruppi radicali. I tentativi di integrazione e il desiderio di essere riconosciuti può portare ad essere obbedienti, ci si schiera completamente da una parte, considerata “il bene”, che si contrappone al gruppo rifiutante, che diventa “il male”.

    L’esclusione sociale fa male, o può farci diventare aggressivi. Già dall’antichità si era capita la potenza di questo meccanismo, quanto fosse in grado di distruggere psicologicamente una persona, tanto che poteva essere usato come un metodo estremo di punizione. Nell’antica Grecia, ad Atene, una volta all’anno i cittadini si riunivano per decidere chi fosse un abitante sgradito da mandare in esilio. Il suo nome veniva scritto su un frammento di ceramica chiamato ostrakom, termine che si usa tutt’ora per descrivere quel complicato processo per mettere da parte qualcuno ed isolarlo: l’ostracismo.

    L’esclusione può essere esplicita come il classico “non puoi giocare” pronunciato dai bambini, ma può essere inconscia, subdola, come un mancato invito alla festa di compleanno, un messaggio ignorato. L’emarginazione è un comportamento che fa parte del genere umano, probabilmente è impossibile da estirpare, ma possiamo ridurlo se ne siamo consapevoli, se ci rendiamo conto che stiamo “dimenticando” di invitare il nostro amico ad una festa: fermiamoci a pensare se non lo abbiamo chiamato perché siamo di fretta e non ci abbiamo pensato, oppure non lo abbiamo cercato perché in fin dei conti proviamo fastidio e preferiamo che non ci sia. Avere un momento per riflettere può aiutare per correre ai ripari.

    L’esclusione sociale attiva le stesse aree cerebrali del dolore fisico: essere esclusi…fa male. Quando ci si sente esclusi ripetutamente, ogni volta fa male allo stesso modo, non è uno stato a cui con il tempo ci si abitua. Le persone ripetutamente escluse possono sentire addosso un carico di sofferenza tale da ammalarsi: in casi estremi tentano il suicidio perché il loro dolore è insostenibile.

    Il legame tra esclusione ed aggressività è chiaro, ma la reazione di ognuno dipende poi da quanto grave viene valutata l’esclusione, dalla possibilità di essere comunque integrati in un altro gruppo. Purtroppo o per fortuna, ce lo diranno gli anni a venire, le persone che si sentono escluse tendono sempre più spesso a rivolgersi ai social media. Si iscrivono a gruppi online con cui possono fare le cose più disparate, come giocare ad un videogioco, oppure approfondire argomenti di nicchia. Col tempo capiremo se questa modalità più moderna è appagante allo stesso modo dell’appartenenza a gruppi che si incontrano dal vivo, oppure porta ad avere delle carenze. Gli studi in corso sono molti.

    www.psicoborgaro.it

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