
Si parla poco del fatto che la guerra e la lotta per il clima sono incompatibili. I report sulle emissioni di gas serra solitamente si concentrano sul consumo di energia e carburante da parte dei civili. Alcuni studi recenti, però, dimostrano che, a esempio l’esercito statunitense, è tra i maggiori responsabili dell’inquinamento nella storia. Da solo consuma più idrocarburi ed emette più gas nocivi per l’ecosistema della maggior parte dei Paesi di medie dimensioni. L’impatto ambientale dell’esercito statunitense è enorme. La Difesa di Washington fa affidamento su un’estesa rete globale di navi portacontainer, camion e aerei cargo per rifornire le proprie truppe di tutto ciò che serve. Non è un caso che le emissioni dell’apparato militare statunitense vengano spesso ignorate dagli studi sul cambiamento climatico. L’accettazione del rischio, ovvero le conseguenze distruttive per il pianeta, trova la sua giustificazione nella supremazia militare. La guerra è un incubatore di tecnologie della violenza, rivolte contro la vita umana che comportano danni fisici e psicologici inimmaginabili per chi sopravvive. Le guerre odierne provocano una serie pesante di conseguenze violente; distruggono non solo vite umane, ma anche edifici e manufatti di prima necessità. Inquinano anche le acque dei fiumi e avvelenano la vita animale e vegetale. Per spostare uomini e mezzi, per far funzionare e produrre sempre nuove armi, la guerra aumenta il consumo di combustibili e le relative emissioni. Ogni esplosione è un fuoco che inquina pesantemente, brucia ossigeno e produce CO2. La guerra porta alla militarizzazione non solo delle istituzioni, ma anche della vita quotidiana e rapidamente invade tutti gli spazi: informazione, cultura, ricerca, scuola, lavoro, e, ovviamente, “ordine pubblico”: cioè spazi di libertà. La guerra produce profughi, milioni di “migranti”: sia direttamente, sia attraverso la distruzione dell’ambiente e la crisi climatica che alimenta. Mentre, la lotta per l’ambiente e per il clima produce inventiva, spirito di collaborazione e di iniziativa dal basso; quello che occorre per affrontare il difficilissimo futuro che ci aspetta, e cerca di restituire a chi è investito da quei processi la possibilità e i mezzi per restare nei luoghi d’origine. Purtroppo coloro che lottano per la salvaguardia dell’ambiente, sono spesso insultati, perseguitati, addirittura soppressi fisicamente, affinché multinazionali produttrici di mezzi di guerra e interessate a sfruttare le risorse, possano agire indisturbate. Infine, la guerra rende possibile accumulare potere e ricchezza alle spalle di chi viene mandato a morire al fronte. I costi delle armi sono segreti di stato non controllabili, chi ci guadagna sta da sempre nelle retrovie mentre a morire, o restare invalidi finché campano, sono sempre altri. Conclusa la guerra tutte le cose che andranno ricostruite comporteranno altro dispendio di risorse e altre emissioni; ma anche questo aspetto sembra non turbare alcuno dei “potenti”, anzi, non hanno scrupoli a preventivare la costruzione di alberghi di lusso in sostituzione di misere residenze umane (vedi Gaza). Mentre scrivo si sta concludendo la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, conosciuta anche come COP30, organizzata dal Brasile, nella città di Belém, dal 10 al 21 novembre 2025. Sono trascorsi dieci anni dall’Accordo di Parigi, il trattato stipulato tra gli Stati membri della Convenzione quadro delle Nazioni Unite, sui cambiamenti climatici. Da allora, abbiamo attraversato una pandemia mondiale, siamo nel mezzo di conflitti che generano crescenti tensioni geopolitiche e, per di più crescono il negazionismo climatico e lo scetticismo, anche grazie al ritorno di Trump alla Casa Bianca. La COP 30 deve fare i conti con un contesto tutt’altro che favorevole a qualsiasi accordo, poco più che ambizioso. Tanto per essere chiari: chi inquina di più non è presente al vertice; gli Stati Uniti, India e Cina hanno disertato, mentre questi tre paesi, insieme, producono grossomodo la metà delle emissioni globali. Ritrovarsi a parlare di clima nel cuore dell’Amazzonia a quanto pare non basta. Sembrano non bastare nemmeno i numeri allarmanti che raccontano dell’aumento delle temperature, dello scioglimento dei ghiacciai, della siccità, degli eventi meteorologici estremi, della perdita di biodiversità. E, non si dà alcun peso alle conseguenze sociali ed economiche che aumentano il livello di povertà globale, investendo come al solito le popolazioni più fragili e costringendole a migrazioni forzate. Per le grandi potenze il problema climatico ha pochissima importanza; debbono giocare alla guerra. Nel frattempo molti di noi stanno reagendo facendo finta di niente, scoprendo che a tutto ci si abitua, invece, dovremmo riflettere sulle responsabilità dei modelli politici, culturali ed economici dominanti, da noi stessi alimentati.
Guerre e clima Incalcolabili danni (ma non solo)
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