
Proviamo a partire da una domanda scomoda, quasi fastidiosa: siamo davvero noi a usare il web, i social e l’intelligenza artificiale, o è il contrario? Perché guardandoci intorno, nelle sale d’attesa, sui treni, a tavola, persino mentre camminiamo, la sensazione è che qualcosa ci stia lentamente scivolando di mano. Non è panico tecnologico, non è nostalgia del passato, non è “una volta era meglio di oggi”. Ma semmai, è un disagio sottile, diffuso, difficile da nominare. Ed è proprio da qui che vale la pena cominciare.
Da pochi giorni è stato pubblicato il Rapporto Censis 2025. Per chi non lo conoscesse, il Censis è uno dei più autorevoli istituti di ricerca socio-economica del Paese e ogni anno restituisce una fotografia aggiornata dell’Italia che siamo diventati: come lavoriamo, come comunichiamo, di cosa ci fidiamo, cosa temiamo, cosa desideriamo. Non è un esercizio accademico. È uno specchio. E come spesso accade con gli specchi ben fatti, non sempre l’immagine è rassicurante, ma è quasi sempre utile.
Il quadro che emerge dall’ultimo rapporto è quello di un Paese attraversato da trasformazioni rapide e profonde, soprattutto sul piano culturale, tecnologico e relazionale. Un’Italia iperconnessa, informata in tempo reale, capace di adottare nuove tecnologie con grande velocità, ma allo stesso tempo stanca, disillusa, frammentata. Il Censis parla apertamente di una nuova “età selvaggia”: “Ci siamo inoltrati nell’età selvaggia, del ferro e del fuoco. Il 30% degli italiani adesso ha una convinzione inaudita: le autocrazie sono più adatte allo spirito dei tempi. Il Grande Debito inaugura il secolo delle società post-welfare. L’Italia spende più per interessi (85,6 miliardi) che per investimenti (78,3 miliardi): superano dieci volte le risorse destinate alla protezione dell’ambiente (7,8 miliardi). Il lungo autunno industriale rischia di scivolare nel gelido inverno della deindustrializzazione (non basta l’antidoto del riarmo). E sale la febbre del ceto medio, nonostante l’arte arrangiatoria degli italiani”. Così scrive il Censis sul suo sito.
Dentro questo scenario, il web e i social media non sono semplici strumenti. Sono diventati l’ambiente in cui viviamo una parte consistente delle nostre giornate. Internet è ormai usato da quasi tutta la popolazione, i social coinvolgono stabilmente oltre otto italiani su dieci, e una quota crescente di persone passa online diverse ore al giorno, spesso senza rendersene conto. Non è solo una questione di tempo. È una questione di attenzione, di qualità del pensiero, di profondità delle relazioni.
Colpisce un dato, più di altri: oltre tre italiani su quattro sono convinti che le piattaforme digitali siano progettate per catturare e trattenere la nostra attenzione il più a lungo possibile. Lo sappiamo. Ne siamo consapevoli. Eppure continuiamo a restare lì. È una relazione ambigua, fatta di dipendenza e rifiuto, attrazione e stanchezza. Non a caso, una larga maggioranza dichiara di sentire periodicamente il bisogno di “disconnettersi”, di prendere distanza da notifiche, feed infiniti e stimoli continui. Come se il digitale fosse diventato, allo stesso tempo, indispensabile e tossico.
Questo ha conseguenze anche sul modo in cui ci informiamo. La carta stampata arretra (inesorabilmente, da anni), i telegiornali restano centrali ma non più dominanti, mentre social, motori di ricerca e piattaforme video sono ormai fonti primarie di notizie, soprattutto per i più giovani. È un cambiamento epocale, che ha un costo: la fiducia. Il Censis registra un aumento marcato della diffidenza verso i contenuti online. I deepfake, i video e gli audio generati dall’intelligenza artificiale che simulano persone reali e che sono sempre più diffusi ovunque, non sono più un’ipotesi futuristica ma un’esperienza concreta per molti. Quasi la metà degli italiani ammette di fidarsi meno di ciò che vede e legge sul web rispetto al passato. Alcuni reagiscono smettendo di informarsi sui social. Altri si chiudono in bolle rassicuranti. In entrambi i casi, il rischio è lo stesso: una società più disorientata e più vulnerabile.
Interessante, in questo contesto, è anche il raffreddamento del mito dell’influencer. Dopo anni di esposizione continua, il fascino delle grandi celebrità digitali sembra perdere presa (certamente il “Caso Ferragni” avrà giocato un ruolo fondamentale nell’accelerare questo processo). Cresce invece l’attenzione verso voci più piccole, più competenti, più credibili. È come se, in mezzo al rumore, stessimo imparando a cercare segnali più autentici. Un segno di maturazione, forse. O di semplice sopravvivenza cognitiva.
Tutto questo si intreccia con un clima emotivo generale che il Censis descrive come segnato da sfiducia e disincanto. La politica convince sempre meno e il lavoro è vissuto da molti come una necessità priva di significato, soprattutto dai più giovani.
I segnali di questa frammentazione sono evidenti: il 72% degli italiani dichiara di non credere più nella politica, sintomo di una disillusione profonda verso partiti e leadership. L’astensione elettorale ha raggiunto livelli record (36% alle politiche 2022) e – dato ancor più clamoroso – quasi un italiano su tre oggi ritiene che “i regimi autoritari siano più adatti allo spirito del tempo. Non è un rigetto ideologico fine a se stesso, ma piuttosto il segnale di un’insofferenza verso una democrazia percepita come inefficace e lenta nell’affrontare le urgenze. Se il “sogno collettivo” di un tempo si è polverizzato, restano individui che cercano risposte nel breve termine – talvolta ripiegando su sfiducia e chiusura, talvolta sperimentando nuove strade autonome.
L’Italia invecchia, le opportunità sembrano concentrate su chi è già dentro il sistema, mentre chi dovrebbe costruire il futuro fatica a intravedere un orizzonte chiaro. In questo vuoto di senso, la tecnologia diventa spesso un rifugio, non uno strumento di emancipazione.
Un paese connesso ma intellettualmente meno nutrito, come sottolinea il Censis, dove si spende tre volte di più in smartphone e computer che in libri, giornali o cinema. Eppure, riconoscere questa realtà è il primo passo per reagire. La tecnologia, grande protagonista di questi mutamenti, è anche parte della soluzione se usata con consapevolezza. Non dimentichiamo che gli italiani, pur tra mille contraddizioni, mostrano capacità di adattamento sorprendenti. La diffusione lampo dell’IA generativa ne è un esempio: il 72% degli studenti delle scuole superiori utilizza già strumenti di Intelligenza Artificiale nelle attività di studio o nella vita quotidiana. E i ragazzi non lo fanno, nella maggior parte dei casi, in modo ingenuo: sanno che questa competenza sarà centrale nel loro futuro, chiedono che venga insegnata a scuola e, nel 71,7% dei casi, dichiarano di verificare sempre le risposte prodotte dall’IA. Hanno cioè compreso che questi sistemi non sono infallibili: possono commettere errori, semplificare troppo la realtà, riflettere punti di vista parziali o restituire informazioni che sembrano credibili ma non lo sono fino in fondo. Solo una minoranza (13,5%) li considera una scorciatoia per fare meno fatica; la maggioranza li vede come un supporto, un alleato per capire meglio e imparare in modo più efficace.
È un segnale importante: abbracciare il nuovo senza delegare completamente il pensiero. Perché il web e l’IA amplificano tutto: opportunità e fragilità, conoscenza e disorientamento. Sta a noi decidere se subirli o governarli. Prendere coscienza di questo quadro non significa cedere al pessimismo, ma assumersi una responsabilità collettiva. Ripensare il nostro rapporto con il digitale, con l’informazione, con il lavoro e con il tempo. Recuperare profondità in un mondo che spinge verso la superficie. Perché se è vero che viviamo in una “età selvaggia”, è altrettanto vero che ogni fase di disordine è anche un’occasione per riscrivere le regole. A patto di avere il coraggio di guardarci allo specchio, senza scorrere oltre.
Fonte immagine: Google Gemini







