Monumenti megalitici più grandi d’Europa, simboli della Sardegna, viva manifestazione di una civiltà tra le più enigmatiche nel panorama mediterraneo, queste misteriose torri dal nome di nuraghi disseminano i prati delle campagne, i rilievi collinari e le coste sarde. Il loro numero è incredibile: 8000, uno per ogni tre chilometri quadrati, tutti eretti con la tecnica dell’incastro a secco, ovvero sovrapponendo blocchi grezzi di granito, lava, basalto o calcare senza l’uso di malta o di cemento. Le pietre formano una camera interna cava, coperta da cupola, la cui staticità sorprende ancora oggi.
Queste strutture a forma di torri, che Aristotele definiva “edifici degli antichi”, risalgono a oltre tremila anni fa e furono realizzate nell’arco di tempo che va dal Bronzo antico alla primissima Età del ferro. Le torri si diversificano secondo il periodo e la foggia: protonuraghi, strutture ciclopiche arcaiche, caratterizzate dal tetto spiovente, comparsi già attorno al 1800 a.C.; nuraghi a tancato, con cortile aggiunto; nuraghi polilobati, in cui una torre a tholos, simile al mastio dei castelli medievali, è circondata da torri secondarie. All’interno, le strutture comprendono l’andito, o ingresso, nicchie “a oggetto” dedicate a rituali sacri, alcune camere e scalinate.
I nuraghi sono il segno identitario del popolo sardo, simboli di conoscenze scientifiche e tecniche evolute, come dimostrano gli allineamenti e le disposizioni geometriche triangolari o circolari che fanno pensare a un sistema cosmogonico. La civiltà nuragica ha inizio nella metà del II millennio a.C. e si può dividere in tre periodi: il Nuragico antico (1800-900 a.C.), legato alla cultura di Bonnanaro, pastorale e guerriera, che si diffuse in tutta la Sardegna soppiantando la precedente cultura di Ozieri, agricola e pacifica, che aveva eretto i protonuraghi; il Nuragico medio (900-500 a.C.), che segna il periodo di massima espansione grazie all’infittirsi di scambi commerciali, in cui si sviluppò l’industria metallurgica e si realizzarono diverse strutture proto-urbane costituite da villaggi e luoghi di culto; il Nuragico recente (500-200 a.C.), che segna la decadenza della civiltà autoctona, soppiantata prima da quella fenicia, poi da quella romana. La società nuragica si articolava in tribù divise in gruppi familiari guidati da un “re-pastore”, che gestiva il potere politico, militare e religioso. Nonostante fosse di tipo patriarcale, la società teneva la donna in grande considerazione: insieme ai sacerdoti, un ruolo significativo era svolto dalle sacerdotesse, come testimoniano molti bronzetti femminili. Completavano la struttura sociale la classe aristocratica e i “pastori-guerrieri”, mentre il popolo era costituito da soldati, servi-pastori, agricoltori, artigiani e schiavi. Vivevano di agricoltura (grano, orzo, legumi, vite e frutti), di pastorizia (suini, ovini e bovini) e di artigianato specializzato (lavori in metallo, cuoio, pelli, ma anche tessuti di lana, lino, feltro e fibre vegetali). L’assenza di fonti scritte non ha permesso una completa ricostruzione della civiltà. Gli oggetti sacri fanno riferimento all’adorazione del Sole e del Toro, simboli di forza virile della civiltà protonuragica di Ozieri, così come la Luna e la Madre mediterranea sono simboli di fertilità.
Il toponimo di nuraghi sembrerebbe derivare dal vocabolo nur (o nura), cioè cavità, cumulo o grotta, tutti termini che danno adito a diverse considerazioni e ipotesi sulla funzione originaria e sui suoi cambiamenti d’uso. Un’altra teoria afferma che il vocabolo nuraghe derivi dall’unione dei termini fenici nur (fuoco) e hag (casa), quindi casa di fuoco, molto simile al furraghe, il forno di cottura per le tegole e per i mattoni in uso in Sardegna, che trova assonanza anche con l’italiano “fornace”. Alcuni studiosi identificano nel nuraghe un’antica officina fusoria, nella quale si creavano leghe di stagno e di rame per realizzare armi e utensili all’avanguardia.
Teorie sulla funzione dei nuraghi si sono succedute fin dal Settecento. Le torri furono viste come rifugi contro i pirati, dimore di pastori nomadi o proprietari terrieri, depositi di cibo e merci, templi del culto solare, vedette per sorvegliare le coste e trasmettere l’allarme tramite fuochi (da ogni nuraghe se ne scorgevano altri due). Un’altra ipotesi fa riferimento alla funzione sepolcrale svolta dai nuraghi, confermata dalla vicinanza di tombe di antichi capotribù e idoli sacri. Alcuni hanno persino ipotizzato una funzione terapeutica delle torri, atte a curare particolari malattie di natura psichica. Una nuova teoria si rifà a passi di Aristotele e Tertulliano riferiti a una pratica sciamanica dei nuragici: l’eroe nuragico “liberava dalle visioni quanti andavano a dormire nel suo tempio”. Come si può ben vedere, il mistero dei nuraghi non è ancora stato sciolto e continua ad affascinare gli archeologi e gli appassionati del settore.
La civiltà misteriosa dei nuraghi
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