1.9 C
Comune di Caselle Torinese
venerdì, Gennaio 23, 2026

    La Principessa del Melograno d’Oro

    - Advertisement -

    Qualcuno forse si ricorda di lei: Romaneworq Selassiè, la principessa del Melograno d’Oro, la figlia primogenita del Negus d’Etiopia Hailé Selassié, il Re dei Re, il Ras Tafari, che dalla parte opposta del mondo, nell’isola di Giamaica, fu visto come un messia,  ispirando il movimento Rastafari.
    Quando, dopo l’invasione italiana in Etiopia, la famiglia reale sceglie la via dell’esilio in Inghilterra, Romaneworq, appena ventiquattrenne, decise di rimanere in Etiopia accanto al marito, Merid Bayané, generale del Negus che combatteva tra le fila della resistenza contro la feroce e spietata occupazione italiana. Nel febbraio del 1937 Merid Bayané venne catturato e fucilato, mentre la principessa, impegnata anche lei in combattimento, venne salvata,  ma  rapita per ordine di Mussolini e trasferita e imprigionata in Sardegna con i quattro figli e alcune dame del suo seguito, nel carcere dell’Asinara. Qui perderà il figlio minore Gideon, ucciso dal tifo. Ma nel maggio del 1937, monsignor Barlassina, che era stato per anni missionario in Etiopia, si trovò al carcere dell’Asinara e riconosciuta la principessa, scrisse al Ministero degli Esteri, chiedendo di poterla trasferire a Torino. La richiesta venne autorizzata e pochi mesi dopo la principessa e i figli sopravvissuti vennero ospitati dalle Suore Missionarie della Consolata, presso l’istituto per orfani della Casa di San Michele in Via Genova 8. Qui la Principessa del Melograno venne seguita dalle suore fino al 1940, quando si ammalò e morì il 14 ottobre ad appena 27 anni per tubercolosi. Le poche foto che la ritraggono a Torino dimostrano come, nonostante le difficili condizioni di vita, Romaneworq abbia sempre conservato una straordinaria eleganza e regalità.
    Venne sepolta in forma anonima e nel massimo riserbo in un loculo in un’area poco visibile del Cimitero Monumentale di Torino, nel sotterraneo della sesta ampliazione. La lapide portava semplicemente la scritta “A una mamma”. Successivamente, a pochi anni di distanza, nel 1944 morì anche il figlio Chetacceu, che venne sepolto accanto alla madre. E soltanto anni più tardi le lapidi vennero sostituite con quelle attuali, che recano i nomi in italiano ed etiope.
    La sua storia è stata confinata nel dimenticatoio fino all’ottobre del 2020, quando, in occasione dell’ottantesimo anniversario della morte, insieme all’amico musicista Massimo Fantinati e ad altri artisti piemontesi, abbiamo organizzato il Romane Worq Day, un evento che voleva ricordare attraverso la musica e l’arte questo straordinario e totalmente dimenticato personaggio. Vennero scritte e registrate alcune canzoni a lei dedicate. Inoltre, grazie al Polo del ‘900 e all’Istoreto, le è stata dedicata una scultura, realizzata dall’artista Franco Brunetta e intitolata “La principessa etiope”: scolpita in legno africano e con colori tipici dell’Etiopia, l’opera riproduce, stilizzandola, la caratteristica capigliatura della principessa africana.
    Inoltre l’importante pittrice torinese Titti Garelli, ispirandosi al significato del nome in lingua etiope,  le ha dedicato un quadro dal titolo “La principessa del Melograno d’Oro”. Proprio in queste settimane, tra l’altro, il Comune di Ciriè sta dedicando a Titti Garelli la mostra personale Regine, nella suggestiva cornice di Palazzo D’Oria.
    Il giornale Cose Nostre era stato uno dei principali promotori e divulgatori del Romane Worq Day nel 2020. Ma il progetto, bisogna ammetterlo, riuscì solo in parte. In primo luogo si era in piena emergenza Covid, che rendeva complicato e talvolta impossibile realizzare eventi in presenza. Inoltre ci rendemmo presto conto che organizzare e promuovere iniziative al di fuori dei circuiti ufficiali della cultura, non è sempre facile. Alcuni giorni prima del 14 ottobre, il giorno dell’anniversario, venimmo contattati dal giornalista di un’importante rete televisiva nazionale, che era molto interessato alla storia della principessa, di cui non conosceva nulla. Gli fornimmo tutte le informazioni richieste, gli illustrammo il nostro lavoro e in effetti, due giorni dopo, il canale televisivo realizzò un servizio dedicato a Romaneworq Selassiè. Peccato che il nostro progetto non venisse neppure nominato dal telecronista. Ma questo è assolutamente secondario. L’importante era – anzi sarebbe stato –  che finalmente la storia della “principessa triste” portata dall’Etiopia nella grigia Torino, fosse fatta conoscere. Ma neppure questo accadde, perché il suo nome, in brevissimo tempo, tornò nuovamente nell’ombra, come se questo dovesse essere il suo destino immutabile. Spesso, quando penso a Romaneworq Selassiè, torno con la mente all’estate del 1980, fine giugno, quando il grande Bob Marley atterrò a Torino per la seconda delle due date italiane: il concerto allo Stadio Comunale, un  giorno dopo quello di San Siro a Milano. Non so che idea l’artista giamaicano potesse essersi fatto del capoluogo subalpino,  ma non mi riesce troppo difficile immaginarlo: una delle tante espressioni del Babylon System, il sistema politico, sociale ed economico corrotto e opprimente, spesso identificato con i governi occidentali e con l’orrore coloniale. Ma come avrebbe reagito, se avesse saputo che proprio in questa grigia metropoli industriale del Nord Italia era sepolta la principessa figlia primogenita del Ras Tafari?
    Ma ora qualcosa si sta muovendo: la comunità etiope di Torino, venuta a conoscenza di questa illustre concittadina, ha cominciato ad interessarsi alla sua storia e domenica 7 dicembre, presso il Cottolengo di Torino, è stata organizzato un bellissimo evento dedicato a Romaneworq: un piacevole incontro tra filmati, conferenze, musica e cibo tradizionale dell’Etiopia; è anche stata letta una lettera del principe ereditario, sua altezza Aklile Berhan Makonnen Haile Selassiè, il quale si dichiarava felicissimo che finalmente venisse riconosciuto il valore della principessa.
    La storia di Romanworq può essere un’importante occasione di collaborazione fra la comunità etiope e quella italiana e inoltre può offrire uno spunto per riflettere su uno dei capitoli più bui della storia del nostro paese: la terribile e feroce occupazione dell’Italia fascista in Etiopia fra il 1936 e il 1941, che ha causato decine di migliaia di morti nel corso delle terribili rappresaglie attuate dall’esercito italiano, che non hanno risparmiato donne e bambini. Un argomento che resta tabù e che anche i libri di storia solitamente rimuovono, liquidandolo in poche righe. L’Etiopia invece – ma pochissimi in Italia lo sanno – ogni 19 febbraio commemora il Giorno dei Martiri, dedicato alle oltre 30 000 persone uccise dagli italiani ad Addis Abeba nel 1937.
    Speriamo che questa volta si stia muovendo davvero qualcosa. Nel frattempo, nel nostro piccolo, con la band Harp4, abbiamo composto il brano “Romaneworq in a foggy day”, dedicato agli anni torinesi della principessa. Abbiamo iniziato a suonarlo dal vivo e speriamo di riuscire presto a registrarlo.

    LASCIA UN COMMENTO

    Per favore inserisci il tuo commento!
    Per favore inserisci il tuo nome qui
    Captcha verification failed!
    Punteggio utente captcha non riuscito. Ci contatti per favore!

    Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

    Luigi Bairo
    Luigi Bairo
    Autore, giornalista e musicista. Ha pubblicato libri dedicati alla “cultura della bicicletta”, resoconti di viaggio, testi di argomento pedagogico, di narrativa per ragazzi e di storia locale. Ha scritto di musica per il settimanale Il Risveglio ed è autore per la rivista Canavèis.

    - Advertisment -

    Iscriviti alla Newsletter

    Ricevi ogni giorno, sulla tua casella di posta, le ultime notizie pubblicate

    METEO

    Comune di Caselle Torinese
    nubi sparse
    1.9 ° C
    3 °
    0.3 °
    87 %
    0.5kmh
    82 %
    Ven
    4 °
    Sab
    3 °
    Dom
    3 °
    Lun
    5 °
    Mar
    4 °

    ULTIMI ARTICOLI

    L’energia condivisa passa anche dai campanili

    0
    Dall’ispirazione dell’enciclica Laudato Si di Papa Francesco a un progetto concreto capace di incidere sul territorio: la Diocesi di Torino ha dato vita a...