Ci fosse da ridere – ancorché da piangere – sarebbe persino divertente stare alla finestra per vedere come va a finire.
Rinfodero ogni idea di sberleffo per sbertucciare i troppi deliri di onnipotenza che ci circondano (anche se l’idea di comprarmi o invadere Malanghero al grido di “ Malanghé, Malanghé, tome mole da salé”, continua a stuzzicarmi…), perché la situazione è davvero tragica.
Non ci fosse domani ad aspettarci con un peggio ancora peggiore, potremmo dire che il 2026 è iniziato male, davvero male. Ma di ventiquattr’ore in ventiquattr’ore la situazione si palesa sempre più drammatica e, se un dio c’è, solo lui può sapere che futuro ci si prospetta.
Qualche certezza: sullo sfondo, sempre la stessa musica suonata dall’avidità.
A Crans-Montana, nella Svizzera che da sempre vanta irreprensibilità e rigore, giovani vite sono state bruciate sull’altare dell’approssimazione e dell’aggiramento delle regole a vantaggio degli incassi: come in un Cinema Statuto qualsiasi, l’uscita di sicurezza era chiusa a doppia mandata, i materiali usati e la conformità non tutelavano, ma più gente entrava, più le tasche si gonfiavano.
E in questo mondaccio è la sola cosa che conta. A qualsiasi costo. Qualcuno giorni fa me li ha pure chiamati “danni collaterali nei rischi d’impresa”. Neppure quei poveri corpi accartocciati e distesi sulla neve sembrano poter risvegliare la morale.
Del resto se l’uomo del momento, quello che si stupisce del perché non gli abbiano ancora assegnato il “ Nobel per la pace”, quello che sta facendo strame di ogni diritto internazionale, viene a dirti che i suoi poteri sono limitati solo dalla sua morale personale, dalla sua mente, che è l’unica cosa che può fermarlo, ci può essere spazio solo per la disperazione.
Quale la sua morale, quella che potrebbe essere dettata da un bullo, dalla sceneggiatura d’un film western balordo dove a prevalere sono le scazzottate e la voce grossa del più forte?
Nella morale di Trump c’è spazio solo per la legge del marchese del Grillo: io sono io e voi siete meno di nulla, e faccio quello che mi pare: me ne frego d’uno stato sovrano e vado a rapirne il presidente perché l’ America Latina è da sempre un giardino U.S.A. e già che ci sono mi prendo pure la Groenlandia. Se mi gira, la compro o la invado. Non so, poi decido.
Premesso che Maduro era un dittatore farabutto, capace di costringere alla fame la più parte dei venezuelani, nessuno può avere la possibilità di calpestare i diritti dettati dalla sovranità d’un popolo. Solo che… chi glielo va a dire a Trump che non può?
Gli organismi internazionali – ONU in testa – balbettano e la triade (Trump-USA, Xi- Cina, Putin-Russia) ha già bell’e che creato una nuova Yalta, riscrivendo le aree di spadroneggiamento e di influenza.
Come se ne può uscire? Che pena rileggere le parole che dovrebbero pesare come macigni sulle coscienze dei potenti dettate da Leone XIV e dal presidente Mattarella, e invece lasciate cadere nel vuoto e irrimediabilmente perse.
Che pena il silenzio che proviene dalla società civile americana che arriva a dir nulla se la totale immunità protegge un ICE che spara in faccia a una donna in auto.
Che pena le giustificazioni di Vance. Che pena quest’immane avidità e ingordigia.
In questo momento le parole e le idee sembrano inutili, che non ci sia contrapposizione possibile, ma non bisogna abbassare la guardia, smettere di dire e di lottare: noi non lo vediamo ma il futuro c’è ed è lì che questa notte maledetta finirà.
Mai smettere di pensarlo.
Mai smettere di pensare
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