In genere, anche attraverso il condizionamento determinato da molti luoghi comuni, siamo spesso abituati a considerare l’inquisitore come colui che poteva disporre di un potere illimitato e compiere ogni genere di violenza senza alcun limite. In realtà quest’immagine è il retaggio di una tradizione romantica che, salvo forse pochissimi casi, ha scaris legami con la realtà. Anzi, ci sono noti episodi in cui gli inquisitori furono vittime della furia di eretici, se non addirittura della gente comune. Un caso emblematico è costituito dall’omicidio di Pietro da Ruffia, assassinato nella notte del 2 febbraio 1365 all’interno del complesso conventuale di San Francesco a Susa e sul quale sono state scritte molte pagine. Meno nota la vicenda analoga che ebbe come protagonista Antonio Pavonio, assassinato nel 1374 a Bricherasio, appena uscito dalla chiesa. Dell’omicidio vennero accusati una dozzina di valdesi e le informazioni in nostro possesso ci offrono un quadro abbastanza chiaro degli eventi. Questa la descrizione fornita da Ferdinando Gabotto: “Ecco pertanto accingersi alla conversione forzata degli eretici, ed alla condanna dei recalcitranti, il padre Antonio Pavonio, di Savigliano, che poi la Chiesa beatificò, e procedere con molta energia nel Pinerolese, agli sbocchi delle valli dove i dissidenti erano più numerosi. Ma perché forse operava con più zelo che moderazione, anche a lui tocca mala sorte. Si forma tra gli eretici una cospirazione: il 9 aprile 1374, mentr’egli esce di chiesa sulla piazza di Bricherasio, i congiurati gli si stringono attorno e l’uccidono” (F. Gabotto, Roghi e vendette. Contributo alla storia della dissidenza religiosa in Piemonte prima della riforma, Pinerolo 1898, pagg. 23-25).
Nell’impresa storiografica effettuata in seguito, si è provato a cercare i colpevoli non tra i valdesi ma tra esponenti del catarismo, che in Piemonte ebbe – soprattutto nel Chierese – una notevole sopravvivenza.
Ad ogni modo, si conoscono i nomi dei congiurati contro il Pavonio, che risultano da tre documenti posti in luce dal Gabotto nell’articolo citato: uno è posteriore di pochi giorni al delitto, il giudice generale del Piemonte, Michele Mantelli, o De Mantel, unitamente a Francesco Cacherano, signore di Bricherasio, e al fratello di lui, ordina al Comune di Moncalieri l’arresto di sette persone con l’accusa di essere gli assassini dell’inquisitore. Si tratta di persone tra le quali si trovano coloro contro i quali fu precedentemente emessa sentenza in contumacia: Giovanni Grandboeuf, Antonio, Giacomo e Francesco Tarditi, Giacomo e Giovanni Biliardo, Giovanni e Pietro Burisaco; ne sono nominati ancora cinque in un altro documento: Filippo Gerlerio, Pietro Cassarono, Giovanni Feruna, Giacomo Brocardo e Guglielmo Gaynon. Amedeo VI voleva colpire anche questi, ma non è chiaro se i signori di Bricherasio non furono nella condizione di farlo per incapacità, o per mancanza di mezzi fossero poco inchinevoli a consegnarli, o non li potessero prendere, è certo che fino al 20 dicembre non ottemperarono al precetto. A quel punto, Bartolomeo de Chignin, luogotenente generale del Conte Verde in Piemonte, delegò da Rivoli i commissari generali Michele Mantelli e Bastiano di Montjeu, che intimarono a Francesco Cacherano di attivarsi immediatamente per assicurare alla giustizia il Gerlerio e gli altri quattro coimputati, sotto pena di 200 fiorini d’oro. Anche stavolta fu lettera morta: visto che il 3 gennaio 1375 fu necessario rinnovare il comando in termini sempre più perentori, dai quali traspariva un malcelato risentimento.
Quest’impunità dei congiurati che assassinarono Antonio Pavonio provocò, il 20 marzo 1375, una severa ammonizione del papa al conte di Savoia, a cui fecero seguito, nel mese di maggio, nuove lettere al medesimo, a Carlo V re di Francia, agli arcivescovi di Vienna, di Embrun e di Arles, per stimolarli a mettere fine nei loro Stati e le loro diocesi all’eresia che, secondo il mittente, andava sempre più radicandosi a seguito dello scarso controllo e della trascuratezza da parte di chi avrebbe dovuto farsi carico della gestione delle giustizia e dell’osservanza dei precetti cattolici. Le conseguenza non si fecero attendere: le esortazioni pontificie condussero a una nuova campagna di repressione nel Delfinato, dove fu mandato un inquisitore particolarmente intransigente: Francesco Borrelli. Il 1 luglio 1380, nella cattedrale di Embrun, il Borrelli pronunciò ben 169 condanne, tutte in contumacia: in seguito però vi furono anche abiure e alcuni roghi. La dissidenza però non demorse, anche a Bricherasio dove, malgrado un evento così rilevante come l’uccisione di un inquisitore, la presenza degli eretici era molto diffusa. Lo attestavano le inchieste condotte da un altro inquisitore, Antonio di Settimo, che guardava preoccupato il dilagarsi dell’eresia.
Un “crime” del nostro medioevo: la tristissima fine di Antonio Pavonio
- Advertisment -
METEO
Comune di Caselle Torinese
poche nuvole
6.3
°
C
7.2
°
4.3
°
79 %
2.6kmh
20 %
Dom
10
°
Lun
11
°
Mar
8
°
Mer
11
°
Gio
7
°
ULTIMI ARTICOLI
Conoscere la lingua piemontese
Cari Amici lettori, dedicheremo quest’anno ad approfondire la conoscenza della lingua piemontese.
Parleremo di proverbi e modi di dire; parole da non dimenticare; italianismi da...







