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domenica, Febbraio 8, 2026

    Accademia Albertina: ” Bagliori del Nord”

    Pittura fiamminga e olandese del '500 e '600 in mostra

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    Alla Pinacoteca Albertina di Torino (via Accademia Albertina, 8) si possono ammirare collezioni che abbracciano differenti periodi storici: dai rari cartoni gaudenziani, alle raffinate tele di Giacomo Grosso e della sua scuola, alla preziosa quadreria donata alla Regia Accademia nel 1828 dall’arcivescovo Vincenzo Maria Mossi di Morano. Questa raccolta comprende un corpus significativo di dipinti fiamminghi e olandesi databili tra il XVI e XVII secolo, pervenuto alla famiglia probabilmente a fine Seicento, come risulta nell’inventario di Palazzo Mossi a Casale Monferrato nel 1702. La dinastia sabauda ha sempre rivelato una costante passione per l’arte nordeuropea, favorita dagli stretti rapporti politici e di parentela che la casata intrattenne con l’area dei Paesi Bassi fin dal sec. XIII. Inoltre numerosi artisti furono direttamente attivi al servizio della corte tra XV e XVII secolo, influenzando profondamente il linguaggio figurativo piemontese. Questo intrecciarsi di correnti stilistiche e di espressioni pittoriche è ben illustrato nella mostra “Bagliori del Nord. Pittura fiamminga e olandese tra Cinque e Seicento e la sua fortuna in Piemonte” curata da Serena d’Italia e Alberto Cottino, allestita nelle sale della Pinacoteca Albertina sino al prossimo 3 maggio.
    La fortuna della pittura nordica in Piemonte ha radici molto antiche, grazie alla fitta rete di scambi economici e commerciali che legava vivaci centri mercantili come Chieri, Asti, Casale e Mondovì alle Fiandre, giunsero precocemente nelle chiese del nostro territorio alcuni capolavori dell’ars nova fiamminga. Ars Nova indicava uno stile pittorico caratterizzato da uno spiccato naturalismo e da una minuziosa attenzione al particolare. Gli artisti nordici, con grande padronanza dell’utilizzo dei colori ad olio, rappresentavano la luce e le superfici con straordinaria verosimiglianza: i riflessi del metallo, la trasparenza del vetro e la consistenza dei tessuti divennero protagonisti di un linguaggio che rivoluzionò la percezione del reale. Questo realismo minuzioso e la grande forza narrativa delle immagini favorì la diffusione della devotio moderna: movimento spirituale nato in Olanda a fine Trecento con l’intento di stimolare un rapporto più intimo e diretto con il divino; quasi una immedesimazione del fedele nella vita di Gesù. Nei dipinti spesso compaiono le figure di Cristo o della Vergine, raffigurati con volti intensi, con lacrime e gesti carichi di pathos, nei più importanti episodi della loro vita. Spesso queste opere venivano prodotte in ridotte dimensioni per essere portate in viaggio, come l’elegante Cristo benedicente della collezione Mossi di Morano, del Maestro di Bruxelles del 1520. In Piemonte e a Torino in particolare, dalla seconda metà del Seicento vi fu una marcata apertura nei confronti della bambocciata e della pittura di genere: vi soggiornarono importanti artisti fiamminghi quali Antoon va Dyck (dal 4 dicembre 1622 al febbraio 1623), Jan Miel, Pieter Bolckman e Karel Lanckfranck (noto per le sue nature morte) che contribuirono ad indirizzare le scelte dei pittori del secolo successivo, da Pietro Domenico Olivero (1679-1755) a una delle rare donne pittrici -molto apprezzata alla corte sabauda- Angela Maria Pitteti detta Palanca (1690-1763), al gustoso, a volte quasi dialettale, Giovanni Michele Graneri (1708-1755?), che illustrarono scene piene di vita e le vicende del popolo minuto. Le bambocciate di Jan Miel furono particolarmente apprezzate dalla corte di Carlo Emanuele II, tanto da essere chiamato alla decorazione del Salone di Diana alla Reggia di Venaria (episodi di caccia ben raccordati tra scene di genere e celebrative). L’artista orientò le proprie opere verso la resa oggettiva della quotidianità dei ceti meno abbienti e rurali, senza però escludere figure aristocratiche. Bolckman con le sue bambocciate ricche di dettagli di costume e di ambientazioni vedutistiche fu il maestro di Pietro Olivero, tra i quali il rapporto stilistico e concettuale è molto evidente nelle opere esposte. In mostra vi sono anche due belle nature morte con significato di “Vanitas” di Nicolaes Fick.
    Giannamaria Nanà Villata

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