Qualche tempo fa parlando del “Barbiere” rossiniano ho accennato al momento storico in cui Rossini, da Napoli, passò alla “piazza” di Roma. Giunto lì, in quell’anno 1816, fu preso d’assalto da tutti gli impresari teatrali, incluso Pietro Cartoni del Teatro Valle (prestigiosa istituzione che aveva ospitato la prima esecuzione romana del “Don Giovanni” di Mozart). Con lui il pesarese firmò un contratto-capestro dai tempi strettissimi, che però a premio delle sue “virtuose fatiche” (così nel testo contrattuale) lo ripagava sostanziosamente. Un tourbillon di impegni già lo legava a Venezia, Napoli, Milano, opere a gogò, per realizzare le quali necessitava di librettisti che fossero non solo di valore ma anche rapidi come saette.
A Roma fu coinvolto Jacopo Ferretti, un letterato particolarmente prolifico che non immaginava, nel far ciò, di scrivere il suo capolavoro. Una sera, due giorni prima di Natale, fu convocato d’urgenza dall’impresario per riaggiustare un’opera da darsi a Santo Stefano (una farsa bloccata dalla censura pontificia). Si preferì non correggere il testo incriminato e lo stesso Rossini lo pregò di scrivergli “a volo” un soggetto tutto nuovo. Ferretti, bevendo una tazza di tè dopo l’altra per star sveglio, gli presentò venti o trenta ipotesi di drammi e commedie, ma nessuna di esse passò al vaglio del compositore; trame troppo ansiogene, troppo complicate: si andava verso il carnevale e il pubblico voleva un testo che fosse gioioso e rilassato…
Stanco di proporre, sfinito, mezzo cascante dal sonno, nelle sue Memorie particolarmente gustose Ferretti riferisce che a un certo punto “in mezzo a uno sbadiglio sillabai: Cendrillon. Rossini, che, per essere meglio concentrato si era posto in letto, rizzandosi su come il Farinata dell’Alighieri: “Avresti tu cuore di scrivermi Cendrillon?”, mi disse, e io a lui di rimando: “E tu di metterla in musica?” Ed egli: “Quando il programma?” Ed io: “A dispetto del sonno, domani mattina”: e con un “Buonanotte!” Rossini si ravvolse nella coltre e cadde in un beatissimo sonno. Io (…) corsi a casa e là un buon caffè di moka rimpiazzò il tè. Misurai per largo e per lungo la mia camera e quando Dio volle mi vidi davanti il quadro della Cenerentola.” Il mattino seguente inviò il plot a Rossini, che se ne disse soddisfatto. Da quel momento, pressato e torchiato, Ferretti scrisse scena dopo scena il testo poetico, che, quasi senza rilettura, inviava al compositore, il quale poi d’acchito lo musicava. Una procedura che avrebbe potuto generare un mostro, mentre invece segnò la nascita di uno fra i migliori libretti d’opera buffa, quando si escluda Felice Romani.
La “Cendrillon” di Ferretti si allontana in parecchi punti dalla favola di Perrault. Esistono, sì, le due sorellastre, ma non la matrigna, che viene sostituita da un patrigno, Don Magnifico, decisamente caricaturale; anche la Fata Madrina viene sostituita da una specie di filosofo, Alidoro, messo lì per ricompensare la buona fanciulla sul piano morale (il sottotitolo cita infatti “La Bontà in Trionfo”); né vi troviamo la scarpetta di cristallo, ma al suo posto un braccialetto (detto “smaniglio”), sembrando alle autorità pontificie poco decorosa quella faccenda di piedi e di scarpe. Il principe Don Ramiro è modellato in modo amabile e con la sua dolcezza e semplicità di canto si avvicina, e forse supera Almaviva. Ma la grande invenzione di Ferretti fu il personaggio di Dandini, il valletto del principe, che con un sottilissimo gioco di travestimenti e equivoci crea la ragnatela in cui cadranno le due goffe e ridicole sorellastre, ma non certo la buona Angelina (tale è il nome della giovane che sta fra la cenere).
Escluso così il magico ed il soprannaturale della favola, e restando a metà strada tra farsa e commedia, comico e sentimentale, un flusso ininterrotto di musica accompagna e contrappassa la vicenda, e lo fa con così tanto stile che non saprei trovare un citazione che possa segnalarsi come più bella delle altre: Cenerentola è tutta quanta da ascoltare. Rappresentata al Teatro Valle il 25 gennaio 1817 (compositore e librettista erano riusciti a fare tutto in meno di venti giorni) ebbe come prima interprete Geltrude Righetti Giorgi, che era già stata la prima Rosina, e dopo un inizio che sembrò incerto venne dovunque salutata con gran favore. Il legame col “Barbiere” era ancora piuttosto stretto, visto che Rossini per il rondò finale di Angelina usò un’aria pensata per Almaviva; mentre per l’ouverture “imprestò a se stesso” una parte del materiale della sua precedente “La Gazzetta”. Le varie situazioni confluiscono nel gioco irresistibile dei concertati, mai statici, anzi dinamici, e soprattutto nel meraviglioso Sestetto del II Atto “Questo è un nodo avviluppato”. In occasione di una successiva ripresa romana al Teatro Apollo, Rossini aggiunse una grande aria per Alidoro, “Là del ciel nell’arcano profondo”, d’una bellezza stratosferica. Per inciso “La Cenerentola” fu l’ultimo saggio rossiniano nel campo dell’opera buffa italiana.
Angelina fra la cenere
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