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martedì, Marzo 17, 2026

    Bicentenario per il creatore di Pinocchio: Carlo Lorenzini, in arte Collodi

    Quando nel 1881 Carlo Lorenzini (1826-1890): in arte Carlo Collodi, pubblicò la prima puntata del suo romanzo Storia di un burattino sul “Giornale per i bambini”, certo non immaginava che quell’esserino di legno, capace di vivere sorprendenti esperienze, fosse destinato a lasciare un segno profondo nella storia della letteratura. Dal fatato mondo dei libri per l’infanzia, Pinocchio ha raggiunto i livelli più significativi della narrativa per adulti, diventando spesso occasione di interventi critici, volti a penetrare l’universo simbolico di un burattino in cui bene e male cercano continuamente di prevalere l’uno sull’altro. Sono numerose le interpretazioni che hanno accompagnato la fortuna de Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino di Collodi: ipotesi, suggerimenti, tesi e chiavi di lettura per andare oltre il velo dell’apparenza e scorgere cosa c’è, o ci dovrebbe essere, o si crede ci sia, in quella fiaba straordinaria che ancora oggi continua a essere un punto di riferimento nella cosiddetta «letteratura per ragazzi».
    Chi scrive ha messo insieme una piccola biblioteca di testi su Pinocchio, coltivando una passione che non è mai sfociata in una studio organico, perché ho la sensazione di non riuscire ad andare fino in fondo al testo, e soprattutto temo di azzardare un’esegesi costruita con acrobazie epistemologiche che hanno ben poco di originale.
    Senza dubbio Pinocchio è un libro che sollecita approcci comparativistici, poiché costituisce un’officina del simbolo, all’interno del quale l’alchimia delle immagini evocate dall’autore produce un ventaglio di ipotesi interpretative, che si distendono verso tutta una serie di discipline destinate, in modo diverso, a portare qualche contributo all’arcano percorso narrativo di un burattino che si è fatto bambino.
    La trasmigrazione di figure e personaggi passa costantemente dal piano della narrazione e a quello dell’immaginazione, conducendo il lettore, che sappia andare oltre l’apparenza, nel magma dell’allegoria che, ricorrendo all’inconscio, ci trasforma in viandanti alla ricerca della radice dei significati.
    Per molti studiosi quel romanzo costituisce una vera e propria fiaba esoterica, contrassegnata da risvolti in cui è soprattutto evidente la matrice iniziatica.
    In effetti, se guardiamo con attenzione, scopriamo che Lorenzini, mazziniano convinto, massone dall’età di diciotto anni, non scrisse Le avventure di Pinocchio animato da un’intenzione satirica, infatti nel tracciato profondo della sua costruzione letteraria vi è un afflato orientato in direzione del simbolo, del linguaggio che si fa esoterico, in cui riverberano probabilmente le istanze ermetico-iniziatiche.
    Quando, nel 1881, Carlo Lorenzini, pubblicò la prima puntata del suo romanzo sul «Giornale per i bambini», certo non immaginava che quel burattino di legno, capace di vivere sorprendenti esperienze, fosse destinato a lasciare un segno profondo nella storia della letteratura. Dal fatato mondo dei libri per l’infanzia, Le avventure di Pinocchio hanno raggiunto i livelli più significativi della narrativa per adulti, diventando spesso occasione di interventi critici, volti a penetrare l’universo simbolico di un burattino in cui bene e male cercano continuamente di prevalere l’uno sull’altro.
    Il tema portante, quello che domina su ogni rimando, su ogni metafora adagiata sul moralismo collodiano, è l’iniziazione. La fabula diventa quindi una sorta di «rito di passaggio», un’avventura che conduce da uno status a un altro attraverso un intreccio contrassegnato da ostacoli e prove.
    L’evoluzione da burattino in «bambino normale», comporta una purificazione, che affranca dallo status «altro» emblematizzato dalla materialità del legno; questo percorso deve passare attraverso lo stadio dell’animalità per raggiungere la piena acquisizione dello stato umano: si tratta di un iter di trasmutazione che assegna alla materia informe la vita, ma nella quale la morale e la memoria sembrano infusi da una potenza superiore.
    Prima di diventare ragazzo come gli altri, Pinocchio sarà somaro, e quella sua condizione fa riaffiorare alla mente L’asino d’oro di Apuleio, in cui la trasformazione in asino è una metamorfosi per conseguire la conoscenza.
    La celebrazione dell’evoluzione è fisicamente visibile nell’epilogo della storia: all’interno del «pesce-cane», come un eroe classico in viaggio nell’Ade, incontra il padre. La visione è spettrale, ma il personaggio non è fantastico, bensì essere ancora vivo che il burattino strapperà dal mondo ctonio, così come lo sciamano strappa l’anima del malato al dominio degli spiriti, per portarla alla luce, alla vita.
    Pinocchio vive un’esperienza parallela a quella di Giona: entrambi saranno rigettati sulla terra per portare a termine gli incarichi affidatigli.
    Per Pinocchio il contatto con l’acqua diventa una sorta di battesimo: il burattino si getta nel liquido primigenio per la purificazione finale; sulle spalle ha Geppetto e come Enea con il padre Anchise, tenta di allontanarsi dal luogo della morte per cercare la salvezza.
    Pinocchio è fatto di materia vile e nel corso del suo itinerario dovrà mutarsi in materia nobile: il processo metamorfico, prima interiore che fisico, avviene a seguito dello scontro con la realtà. È in quel preciso momento che Pinocchio inizia a «crescere».

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