Giovedì 19 febbraio, presso la sala Comunale, Paola Cereda ha presentato il suo ultimo romanzo:” L’unico finale possibile”. Il romanzo è inserito nella rassegna “Pensare con le storie “, una rassegna in onore di Sebastiano Vassalli che in uno dei suoi libri: “IL mestiere di Omero” afferma che raccontare storie e ascoltare storie è uno dei bisogni insopprimibili dell’uomo, e molta parte della nostra vita è fatta non solo di momenti di svago e di divertimento ma di momenti in cui leggiamo, studiamo, momenti in cui cerchiamo di conoscere qualcosa in più di noi stessi e del nostro rapporto con gli altri. Paola Cereda è psicologa, scrittrice e regista teatrale; si occupa di progetti artistici e culturali nell’ambito sociale. Per due volte finalista al Premio Calvino, ha pubblicato sei romanzi. Il suo ultimo romanzo è stato presentato dialogando con la bibliotecaria Maria Teresa Alessio. Con “L’unico finale possibile” Paola Cereda affronta un tema tanto attuale quanto poco raccontato sia dalla narrativa italiana, sia da chi ne è stato vittima: la tratta di minori legata al calcio internazionale, il cosiddetto football trafficking. Al centro della storia c’è Momogol, adolescente senegalese che lascia il proprio villaggio con il sogno di diventare un calciatore professionista in Europa. La promessa è quella che migliaia di famiglie hanno sentito almeno una volta: un procuratore, un’accademia, un viaggio, un contratto. In realtà dietro l’illusione del successo sportivo si nasconde un sistema di sfruttamento che abbandona i ragazzi di quindici, sedici anni una volta arrivati nel continente europeo, senza tutele né prospettive: completamente soli. Momogol arriva a Milano in aereo, poi, per una serie di circostanze, prende un bus ed arriva a Torino, a Pietra Alta. A Torino si imbatte in una coppia trentenne che vive nella periferia della città: Gioia e Leonardo. Gioia incontra per la prima volta Momogol nel dormitorio nel quale lavora. Il dormitorio diventa un luogo estremamente simbolico, uno spazio di transito, di marginalità e di umanità fragile. Un dettaglio tutt’altro che secondario, rispecchia perfettamente la condizione di Momo: anche lui sospeso tra un passato lontano e un futuro incerto. Leonardo, invece, da ragazzo voleva fare il portiere e sarà lui insieme con Gioia a proteggere Momo. Il cuore etico del romanzo è la denuncia di un fenomeno reale: la compravendita e l’inganno di minori africani attratti dal miraggio del calcio europeo. Famiglie che investono tutto ciò che possiedono. Falsi procuratori. Accademie improvvisate. Viaggi senza garanzie. E, una volta arrivati in Europa, l’abbandono. La narrazione di Paola Cereda è documentata e consapevole. Il calcio, normalmente simbolo di integrazione, qui diventa una macchina che produce scarti umani, clandestini. Il romanzo costringe il lettore a interrogarsi sul lato oscuro di uno sport mondiale che genera miliardi ma lascia ai margini chi “non ce la fa”.
Calcio e sfruttamento: l’altra faccia del talento
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