
La storia di Carlo Rolle è un lungo filo che si dipana dalla Thainlandia, sua terra d’origine, arriva a Caselle e raggiunge New York, percorrendo mille strade, incrociando infinite altre storie per tessere, con caparbia tenacia e intraprendenza, il proprio futuro senza dimenticare le proprie radici. Oggi Carlo è proprietario della rinomata “San Carlo Osteria Piemonte”, che festeggia i 10 anni di vita e si annovera tra i primi e migliori venti ristoranti di New York.
“Voglio dedicare questo articolo – racconta Carlo – ai miei genitori, Maria Grazia Locci e Carlo Rolle, storici farmacisti casellesi, che con grande coraggio e amore, decisero nel 1978, di adottare me e i miei fratelli, Maria Teresa, Giovanna e Giacomo, portandoci dalla Thainlandia a Caselle. Devo a loro quello che sono oggi: mi hanno permesso di studiare e hanno assicurato a me e ai miei fratelli, un futuro nel mondo.
Ho percorso molta strada da quel giorno e ora sto raccogliendo i frutti di un’attività che sento potrà rappresentare un’opportunità nel futuro anche per i miei due figli, che sono le mie nuove radici. La mia vita è fatta di continue svolte e cambiamenti a partire da quegli studi di farmacia, intrapresi più per volere di mio padre che per convinzione personale e mai conclusi.
Il mio primo lavoro, trovato in un annuncio sulla Stampa, fu presso un’azienda torinese che cercava un addetto alle vendite di macchine utensili. Non conoscevo nulla di quel mondo ma lo studio della meccanica si rivelò un’autentica passione tanto che decisi subito di approfondirlo: lavoravo e studiavo, imparando anche il disegno tecnico. Una volta migliorate le mie competenze fui pronto per essere assunto da una prestigiosa azienda tedesca dello stesso settore, dove ho lavorato per 11 anni, diventando responsabile commerciale.
La smania di migliorarmi e andare oltre mi portò in Corea per lavorare alla Doosan, leader nelle macchine utensili, dove, dopo 5 anni ottenni la mansione di direttore. Al mio rientro in Italia incontrai un amico di vecchia data, da tempo occupato nel mondo della ristorazione, che mi propose di seguirlo a New York dov’era manager di un ristorante a Soho. Si apriva una nuova opportunità, perché non coglierla?
Iniziai a fare dei viaggi” esplorativi” a New York, una o due volte l’anno, per capire cosa potesse offrirmi e vidi che la ristorazione rappresentava davvero un business e Soho, un quartiere in grande evoluzione, il punto di partenza.
Diedi le dimissioni da direttore e decisi, insieme al mio amico ristoratore, di gettarmi a capofitto in questa nuova impresa. Nel 2015 mi trasferii nel New Jersey, ai confini di NY, di fronte a Manhattan, così da poter cercare il locale per il nuovo ristorante. Impresa tutt’altro che facile sia per le garanzie richieste che per i costi elevatissimi.
Avevamo individuato il quartiere di Soho come il prescelto, dieci anni fa era meno conosciuto, ora è uno dei luoghi più amati e ricercati di NY. È il quartiere “trendy”, quello in cui un tempo passeggiava David Bowie e oggi è frequentato da attori e registi di fama. Dopo vari tentativi trovammo la location giusta: il ristorante era di proprietà di un magnate giapponese che voleva conoscere il background dell’acquirente e avere le dovute garanzie.
Capii che, anche questa volta, avrei dovuto rimettermi in gioco e costruirmi le giuste competenze per poter affrontare la nuova sfida. Avevo già avuto esperienza di ristorazione con un locale aperto a Torino, nella zona del Quadrilatero, ma non bastava, occorreva puntare più in alto.
Tornato in Italia, attraverso la mia rete di conoscenze, contattai Eataly nella persona di Sergio Capaldo, proprietario de “La Granda” e Alfio Ghezzi, al tempo chef stellato della cantina Ferrari di Trento della famiglia Lunelli, chiedendo di lavorare con loro per imparare l’arte della cucina: dal taglio della carne, a quello delle verdure, alla preparazione di piatti particolari.
Ebbi la fortuna di lavorare con il team di Alfio Ghezzi all’allestimento del Salone Nautico di Genova e presso “Casa Italia” agli Open di Tennis di Roma, esperienze altamente formative che mi permisero di migliorare anche le mie capacità manageriali e organizzative. Creata una società, di cui fanno parte mia sorella Maria Teresa e altri due soci, sono ritornato a New York e le mie credenziali hanno convinto il proprietario giapponese: era il 2016. Avevo le idee chiare su come avrebbe dovuto essere il nuovo ristorante: un locale autenticamente piemontese che offrisse una cucina fedele alla tradizione e non contaminata. Ho lavorato anche all’allestimento del locale, che ho immaginato come un salotto torinese, a partire dal nome “San Carlo” in onore della celebre piazza, rappresentata anche in un’acquaforte su una parete, al toro in ottone che ho voluto all’entrata da calpestare come buon auspicio, al design italiano degli interni con sedie e tavoli di Pedrali e i lampioncini della ditta Flos che ricordano la piazza. Anche la macchina per fare la pasta, marchiata Imperia, è piemontese!
Il passo successivo fu farci conoscere: dopo la settimana del “Friends and Family” in cui furono invitati amici e conoscenti a titolo gratuito, attraverso un’agenzia, creammo un evento con i “Food blogger” più in auge, con migliaia di followers. Il loro compito fu assaggiare i piatti, esprimendo giudizi e critiche, fotografarli e costruire storie da postare sui social. Da allora sono trascorsi 10 anni, abbiamo superato momenti difficili ma, grazie anche a un team affiatato e alla passione che abbiamo dedicato a questo progetto, siamo cresciuti e apprezzati.
Vengo a New York ogni tre mesi cercando di mantenere il contatto diretto col ristorante anche se il successo dell’attuale gestione è opera di due manager di alto livello, Mirko e Mauro; lo chef è un giovane molto promettente Davide Iacoboni; la maggioranza dei 25 dipendenti, è italiana e oggi il nostro ristorante può offrire fino a 50 coperti, che d’estate arrivano a 75 col dehors esterno. New York è, dopo San Paolo del Brasile, la seconda città al mondo per “food and beverage”, la gente ama mangiare fuori sempre, anche più volte al giorno. La nostra clientela che annovera spesso attori, calciatori e cantanti famosi, apprezza la scelta di una cucina autentica: tra i piatti più graditi ci sono il vitello tonnato,i tajarin fatti a mano col ragù di coniglio, il bollito di Carrù, il classico “bonet”. Oggi continuo a vivere a Caselle con la mia famiglia, sono stato direttore generale di una multinazionale svizzera e attualmente sono direttore commerciale Italia di un’altra multinazionale rossocrociata ma, nel mio futuro, vedo la ristorazione come sbocco definitivo. Non ho smesso di pormi altri obiettivi, di spostare lo sguardo oltre, di fare progetti, questa volta soprattutto per i miei figli, per cui stiamo valutando di aprire un nuovo “San Carlo” a Montecarlo, continuando a credere nella filosofia di una cucina piemontese che resti fedele a se stessa.”
“L’intraprendenza non si arrende mai, sa che c’è un limite ma che c’è anche un oltre.”







