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martedì, Marzo 17, 2026

    Il Carnevale sta arrivando Arlecchino è ancora tra noi

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    Con l’avvicinarsi del Carnevale, torna puntuale una figura che attraversa secoli, linguaggi e immaginari: Arlecchino. Maschera popolare, servo astuto, corpo affamato e instancabile, Arlecchino sembra appartenere a un mondo lontano, fatto di piazze, lazzi e commedia. Eppure, osservando Il Carnevale di Arlecchino dipinto da Joan Miró nel 1925, diventa chiaro che questa maschera non parla solo del passato. Parla, sorprendentemente, anche di noi.
    Il quadro non raffigura una scena di Carnevale nel senso tradizionale. Non c’è una folla, non c’è una piazza, non c’è una festa riconoscibile. Lo spazio è una stanza che sembra dissolversi: gli oggetti prendono vita, le creature si trasformano, le forme galleggiano come in assenza di gravità. È un mondo instabile, animato, quasi febbrile. Più che una festa, sembra uno stato del mondo.
    Ed è proprio qui che il Carnevale entra in gioco, non come evento folklorico, ma come idea profonda, nella sua forma più antica; non soltanto come travestimento e allegria: è il momento in cui l’ordine si sospende, le gerarchie si rovesciano, le identità si fanno mobili. Per qualche giorno, le regole smettono di valere. Tutto diventa possibile.
    Nel quadro di Miró, però, questa sospensione non sembra temporanea. Non c’è un “prima” ordinato né un “dopo” in cui tutto tornerà al suo posto. Il Carnevale non finisce: è diventato permanente. Ed è in questo spazio che appare Arlecchino.
    Il suo corpo a losanghe, spezzato e irregolare, non ha nulla dell’eroe classico né del soggetto compatto della tradizione moderna. Arlecchino non è al centro della scena, non domina, non guida. È presente, ma come una figura tra le altre. È una maschera che non rappresenta un’identità stabile, bensì una condizione: vivere in un mondo senza centro, senza fondamento sicuro.
    In questo senso, Arlecchino diventa una figura sorprendentemente attuale. Non cerca una verità nascosta, non tenta di ricostruire un ordine perduto. Si muove, si adatta, sopravvive. Il suo sapere non è teorico, ma pratico, è fatto di gioco, di ironia, di resistenza leggera. Non risolve il caos: ci vive dentro.
    Questa visione del Carnevale come forma di vita è stata colta con grande lucidità da Michail Bachtin (1895-1975), che vedeva nel carnevale medievale un mondo alla rovescia, capace di sospendere l’autorità e di liberare una vitalità collettiva altrimenti repressa. Nel Carnevale, scriveva Bachtin, nessuno è spettatore: tutti partecipano. Le distanze si annullano, le identità si mescolano, il riso diventa una forza che rigenera.
    Nel dipinto di Miró ogni figura sembra alludere a qualcosa, ma nulla si chiude in un significato definitivo. Arlecchino stesso non è un simbolo chiaro e distinto, ma una figura allegorica: un insieme di segni che raccontano la difficoltà di essere uno in un mondo che non lo è più.
    Eppure, ed è questo l’aspetto più affascinante, il quadro non è malinconico. Le rovine non pesano e i frammenti danzano. Il mondo spezzato non è muto, ma animato; qui il Carnevale incontra l’allegoria e la trasforma. Alla rovina si aggiunge il riso; alla perdita del fondamento, il gioco.
    Arlecchino diventa così una maschera senza volto nascosto. Non c’è un’identità autentica da recuperare dietro la maschera: questa è tutto ciò che resta, la maschera non significa disperazione. Significa accettare che l’identità non è una sostanza, bensì una pratica; non un’origine, ma un movimento.
    Forse è anche per questo che Arlecchino ritorna puntualmente, ogni anno, con il Carnevale. Non perché rappresenti una tradizione da conservare, ma perché incarna una possibilità sempre attuale: quella di abitare il disordine senza esserne schiacciati, di attraversare l’instabilità senza pretendere risposte definitive.
    Nel Carnevale di Arlecchino, Miró non ci offre una soluzione, né una consolazione. Ci offre qualcosa di più sottile: un’immagine in cui la perdita di certezze non coincide con la fine del mondo, ma con l’inizio di una danza. E forse, mentre il Carnevale si avvicina, è proprio questo che Arlecchino continua a suggerirci: che, anche senza fondamenti sicuri, si può ancora stare in scena.

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