
Prendetevi una sedia, versatevi qualcosa di buono e restate qui un momento. Non serve molto spazio, basta un po’ di silenzio e la voglia di guardare oltre la superficie, proprio come cerco di fare io ogni volta che ho una macchina fotografica tra le mani.
Sono qui, nel mio studio. È una di quelle notti in cui la città fuori sembra un sussurro lontano, quasi timido. Dalla finestra entra un po’ di quel freddo che sa di asfalto bagnato e di sogni che aspettano il mattino. La luce della scrivania illumina solo un angolo del mio caos: hard disk che sembrano piccoli scrigni pieni di tesori, lenti che hanno visto più tramonti di quanti ne possa ricordare e centinaia di provini sparsi come foglie in autunno. C’è quel profumo di tecnologia e malinconia che mi accompagna sempre, un odore che sa di lavoro ma anche di una passione che non mi fa dormire mai del tutto.
Ho un rito, lo sapete. È quel gesto che serve a dire al mondo “adesso fermati, tocca a me”. Allungo la mano, cerco il tasto play e lascio che l’aria si riempia di qualcosa che sappia di buono.
Inizia “La Cura” di Franco Battiato.
Mentre Battiato canta di “sollevarti dai dolori e dai tuoi sbalzi d’umore”, io fisso una foto sfuocata e penso che, in fondo, il mio mestiere è proprio questo: cercare di prendermi cura dei vostri ricordi. Passo la vita a guardare voi, mentre voi guardate qualcun altro. Ma sapete cosa vi dico? La vera magia non è lì sopra, sotto quei riflettori accecanti. La magia è quella marea umana che ho visto cambiare, anno dopo anno, concerto dopo concerto. Sono centinaia, migliaia di live che mi porto dentro. Non sono schemi, non sono “stadi” o “club”, è un unico, immenso respiro collettivo che non ha mai la stessa faccia.
Ci pensate mai a quanto siamo incredibili quando ci lasciamo andare? In tutti questi anni ho visto di tutto. Ho visto la musica fare quello che la politica o la religione non riusciranno mai a fare: renderci tutti uguali, per un paio d’ore, nello stesso fango o sotto lo stesso cielo stellato. Sotto il palco non importa chi sei o quanto guadagni. Siamo solo anime che hanno bisogno di una melodia per ricordarsi di essere vive.
Mi ricordo di un collega, uno di quelli con cui ho diviso decine di pit, di quelli che hanno la pelle dura e l’occhio cinico di chi ne ha viste troppe. Eravamo lì sotto, con la schiena a pezzi e il sudore che ci colava negli occhi, a lottare per l’inquadratura perfetta. Poi sono partite le note di “Notte prima degli esami” di Venditti. Ho visto la sua macchina fotografica abbassarsi lentamente. Non stava cercando lo scatto, non gli importava più. Sono rimasto a guardarlo per un secondo: aveva gli occhi lucidi, persi nel vuoto, e muoveva le labbra in silenzio. In quel momento non era un professionista che portava a casa il lavoro, era un uomo che stava abbracciando il suo passato. È stato uno dei momenti più belli della mia carriera, un clic che non ho mai fatto ma che ho stampato nel cuore. Vedere un compagno di “battaglia” emozionarsi così ti fa capire che siamo tutti sulla stessa barca, anche noi che dovremmo solo documentare.
Mentre vi racconto queste cose, la playlist continua a girare, quasi leggendomi dentro, seguendo questo flusso di ricordi che non vuole fermarsi.
Ora sta suonando “Albachiara” di Vasco Rossi.
È una canzone che ormai è parte del nostro DNA, ma ogni volta è come se fosse la prima. Mentre Vasco canta, io rivedo i volti degli innamorati. Quante volte li ho visti? Coppie che si stringono così forte da farsi quasi male, come se quel momento dovesse durare per sempre. Si baciano fregandosene del mondo, con la musica che fa da scudo contro tutto quello che c’è fuori. Ho visto persone fare crowd surfing, affidando il proprio corpo a centinaia di mani sconosciute con una fiducia che commuove. È un atto di fede pazzesco: lasciarsi andare sapendo che gli altri ti sosterranno. È lì che capisci che, nonostante tutto, l’umanità è ancora capace di prendersi cura di un estraneo.
E i bambini? Ci avete mai fatto caso? Li vedi lì, sulle spalle dei genitori, con quegli occhioni sgranati che sembrano voler bere ogni singolo raggio di luce. Guardano il loro idolo come se fosse un supereroe sceso in terra per salvare proprio loro. Hanno una purezza che mi fa sentire piccolo. Ho visto padri piangere guardando la gioia dei propri figli, in un passaggio di consegne emozionale che è la cosa più vicina all’eternità che io conosca. La musica non invecchia mai perché c’è sempre un bambino pronto a scoprirla per la prima volta.
Non è questione di generi o di location. È quel brivido che corre sulla pelle di uno stadio intero quando sessantamila persone cantano la stessa strofa. È un’onda d’urto che ti sposta, che ti fa sentire minuscolo e gigante allo stesso tempo. Mi è capitato di fotografare signore eleganti che ballavano nei club più sudati di periferia e ragazzini punk che piangevano a un concerto pop. Perché la musica rompe le etichette, scardina le serrature che mettiamo ai nostri sentimenti.
Passiamo la vita a cercare di sembrare forti, di essere “professionisti”, di avere tutto sotto controllo. Ma poi arriva quel pezzo, quella vibrazione, e crolla tutto. E io sono lì, nell’ombra, a cercare di catturare quel crollo, quella verità nuda e cruda che vi rende così meravigliosamente umani. Ogni mia foto è una storia di qualcuno che non conosco, ma di cui in quel momento so tutto. So la sua rabbia, il suo amore, la sua voglia di scappare o di restare.
Ora il silenzio in studio si è fatto più pesante, di quella pesantezza buona che hanno le cose concluse. Ho gli occhi stanchi, ma sono felice. È un privilegio pazzesco poter essere il testimone silenzioso di tutta questa vita. Domani ci sarà un’altra transenna, un altro collega con cui scambiare un cenno d’intesa e un’altra marea umana pronta a trasformare un evento in qualcosa di sacro.
Vi lascio con l’ultima nota, quella che serve a chiudere la giornata e a farci sentire un po’ più leggeri.
Schiaccio play per l’ultima volta: “Wish You Were Here” dei Pink Floyd.
Perché in fondo, ogni volta che scatto, vorrei che foste tutti qui con me a sentire quanto è forte il battito di un cuore che si lascia andare alla musica.
Un abbraccio immenso. Ci vediamo sotto il palco, magari proprio mentre parte la vostra canzone preferita.
Il cuore oltre l’obiettivo: frammenti di vita tra le transenne
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