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domenica, Febbraio 8, 2026

    La nobile vita di Tamagno, tenore e ragazzo padre

    Nel 1854 la città di Torino conobbe il dramma di una violenta epidemia di colera: furono oltre 2.500 i malati e di questi circa 1.400 morirono. I quartieri martoriati da questa infezione furono soprattutto Valdocco e Borgo Dora, che trovarono parziale conforto grazie all’opera di carità di Don Giovanni Bosco che, con i propri volontari, per lo più ragazzi molto giovani, diede manforte alle famiglie colpite da questa malattia. In questo contesto drammatico iniziò la vita di colui che diventerà uno dei cantati lirici più acclamati dell’ 800, ovvero Francesco (Innocenzo) Tamagno, nato a Torino il 28 dicembre 1850. I suoi genitori ebbero tredici figli, ma solo cinque (Domenico, Giovanna, Giovanni, Giuseppe e lo stesso Francesco) sopravvissero al colera del 1854.
    Il padre gestiva una trattoria di Porta Palazzo, allora quello era un mestiere che rendeva poco; si aggiunga che Francesco perse la madre ancora fanciullo. Quindi la sua fu un’infanzia caratterizzata da povertà e dolore; a tredici anni il futuro tenore iniziò ad aiutare il padre nella locanda, ma la passione per il canto fu proprio in quel periodo che lo “rapì”. Comunque anche il padre avrebbe voluto che i propri figli indirizzassero le rispettive vite verso quest’arte, visto che lui stesso, in gioventù, fu un cantante promettente, ma il destino non aveva voluto aiutarlo.
    Tra i fratelli, Francesco era il più dotato e, dopo un periodo di formazione canora da un maestro torinese, iniziò a esibirsi e fare prove sotto l’arcata del ponte Mosca, sulla Dora torinese.
    Durante il servizio militare Tamagno rallegrava i commilitoni intonando canti lirici.
    Terminata la leva venne a sapere che il Teatro Regio aveva bisogno di un tenore per la rappresentazione di “Poliuto”, opera di Gaetano Doninzetti scritta trentacinque anni prima. Si presentò e venne preso e fu subito un successo, tanto che venne chiamato per ricoprire la parte di Riccardo ne “Un ballo in maschera” di Giuseppe Verdi.
    La carriera del tenore torinese da allora non conobbe ostacoli; venne scritturato per la Fenice di Venezia, successivamente gli fu dato il ruolo di Pery nell’opera “Il Guarany” di Antonio Carlos Gomes, romanzo brasiliano che al tempo mandava in visibilio tutte le platee. Nel 1878 debuttò alla Scala di Milano ne “L’Africana” di Giacomo Meyerbeer.
    Nel 1887 Giuseppe Verdi scrisse “Otello” e nella prima assoluta, nell’ambito della stagione di Carnevale e Quaresima del Teatro alla Scala di Milano, il ruolo principale toccò proprio a Tamagno.
    Il nome di Francesco Tamagno ben presto fece il giro del mondo e così che nel 1894 approdò al Metropolitan di New York nel ruolo di Arnold in “Guglielmo Tell”.
    Nel 1880 Amicare Ponchielli, ispirandosi al Vangelo secondo Luca, scrisse “Il figliol prodigo” e, stendendo la traccia per questa grande opera pensò proprio al tenore torinese per il ruolo di Azaele. Viaggiò ancora in Messico, in Argentina e in Uruguay, tornato in Italia si esibì per l’ultima volta al Circolo degli artisti di Torino, appena prima di avere una grave patologia cardiovascolare che lo costrinse allo stop della carriera. Morì a Varese il 31 agosto 1905. Lui stesso aveva scelto la città lombarda per vivere gli ultimi periodi di vita, nella villa che acquistò e che dedicò all’amata figlia Margherita, avuta da una relazione clandestina con una misteriosa nobildonna: la signora volle tenere in segreto questa situazione, così Francesco Tamagno decise di prendersi totalmente carico della bambina, diventando a tutti gli effetti un ragazzo-padre, condizione certamente tanto virtuosa quanto insolita per l’epoca.
    “Tu sei la sola creatura che io amo con tutta l’anima mia: la sola per la quale darei mille volte la vita”, scrisse il tenore alla figlia, ancora ragazzina.

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