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martedì, Marzo 17, 2026

    L’inferno in vita di Dante

    Dante Alighieri è considerato il padre della nostra lingua grazie soprattutto alla sua opera più famosa, la Commedia, che sarebbe diventata Divina solo molto tempo più tardi la sua stesura. Meno conosciuta è senza ombra di dubbio la sua vita da esiliato e il Dante altero effigiato su innumerevoli loghi di istituzioni e prodotti commerciali, immerso nella miglior moda della Firenze del suo tempo e con la fronte cinta degli allori di poeta, è in buona parte una finzione.

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    Dante fu, per quasi vent’anni della sua non lunghissima esistenza (1265 – 1321), un proscritto. Anzi: un vero e proprio condannato a morte, accusato di reati infamanti, costretto ad abbandonare, per mai più rivederla, la sua nativa Firenze, vagando per l’Italia, da Roma a Venezia, passando nel suo viaggio itinerante anche a Bologna, a Milano, a Verona e a Ravenna. Che cosa aveva fatto per meritarsi ciò? Debiti, molti, risultanti da prestiti concessi quando era un esponente di spicco del governo del Comune fiorentino.

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    Nel 1301 a Firenze prendono il sopravvento i “Neri”. Si trattava di una delle due fazioni scaturite dalla scissione del partito guelfo, sostenitore del Papa, la quale si contrapponeva ai “Bianchi” dell’altra fazione in maniera non meno accesa rispetto alla sanguinosa rivalità tra i Guelfi stessi e i Ghibellini favorevoli all’imperatore. I Neri venivano appoggiati dal pontefice Bonifacio VIII e dalle milizie del francese Carlo di Valois. Dante, personaggio di spicco dei Bianchi, venne condannato all’esilio perpetuo per baratteria e altri lucrosi illeciti. Si trattava di una condanna in contumacia, in quanto egli si era allontanato dalla Toscana a causa di una delicatissima e pericolosa ambasceria presso il Papa. Non essendosi presentato alle autorità fiorentine, la sua condanna si tramutò in pena capitale che, negli anni successivi, sarebbe stata non solo confermata, ma anche estesa ai suoi due figli maggiori, Pietro e Jacopo.

    Nonostante nel periodo dell’esilio si fossero verificate circostanze potenzialmente favorevoli a un ritorno di Dante a Firenze, la fortuna non gli avrebbe mai arriso. L’imperatore Enrico VII, nel quale aveva riposto le sue speranze, morì nel 1313 in modo del tutto inaspettato (e sospetto), durante una fase cruciale della sua campagna militare in Italia. Lo stesso Uguccione della Faggiuola, signore di Arezzo, Pisa e Lucca che avrebbe dovuto sferrare il colpo di grazia alla nemica Firenze, si trovò vulnerabile a causa di una rivolta scoppiata a Pisa.

    A un Alighieri perseguitato per ragioni politiche se ne affianca un altro che pare possedere divergenze dottrinali rispetto alla Chiesa Cattolica dell’epoca e per tale motivo anche assai pericolose. Un indizio di ciò potrebbe risiedere nel malcelato disappunto di Dante per le severe punizioni inflitte a numerosi dannati che incontra nel suo viaggio mistico tra le pagine della Divina Commedia. Per esempio, quelle che commiserano le innumerevoli moltitudini di pagani (tra i quali vi è la sua stessa guida, Virgilio) per cui è preclusa la salvezza indicata da Cristo, rei solo di essere vissuti prima della venuta del Messia. Oppure nella descrizione di Francesca da Rimini, colpevole di troppo amore.

    E’ stata avanzata l’ipotesi che Dante condividesse la cosiddetta dottrina dell’apocatastasi, ovvero del ritorno allo stato originario. A quei tempi essa veniva considerata alla stregua di un’eresia, propugnata da Origene e già condannata dal sinodo di Costantinopoli del 543. Si tratta della credenza nella reintegrazione dell’umanità intera, la redenzione per tutti, indipendentemente dall’entità dei peccati commessi. Due studiosi di Dante, Gabriele Rossetti e Luigi Valli giungono a ipotizzare l’esistenza di una vera e propria setta, i “Fedeli d’Amore” di cui lo stesso Alighieri avrebbe fatto parte.

    Che Dante fosse incline a visioni apocalittiche e rivoluzionarie è peraltro dimostrato dalla celebre “profezia del Veltro”, collocata nel canto I dell’Inferno. Nell’italiano medievale, il veltro è il cane da caccia. Dante ci descrive il trionfo di quest’ultimo sulla Lupa, simbolo di avarizia e cupidigia. Dietro il Veltro, i filologi hanno voluto riconoscere un’allusione ora a un papa, ora allo stesso Cristo, oppure a un imperatore o a un condottiero. Tuttavia pare plausibile anche l’interpretazione secondo cui il Veltro non sarebbe che una versione contratta e criptata delle parole “Vangelo eterno”. In tale formula si riassume la millenaristica dottrina di Gioacchino da Fiore, monaco calabrese famoso per aver predicato nella seconda metà dell’anno mille l’avvento di un “Terzo Regno”, il regno dello Spirito in Terra, della suprema libertà e della perfetta carità. In esso avrebbe anche visto la luce una nuova Chiesa, perfezionamento della Chiesa “temporale” tanto invisa allo stesso Alighieri.

    Da tali considerazioni emerge un sommo poeta ambiguo, oscuro e sconosciuto. La testimonianza di Giovanni Boccaccio, secondo cui Dante, ormai in fin di vita, avrebbe nascosto dietro a un muro, impaurito, gli ultimi tredici canti del suo Paradiso, ritrovati poi dal figlio Jacopo nell’ultima dimora ravennate dell’Alighieri all’indomani di un sogno in cui era apparso il padre, ci fa quantomeno riflettere su alcuni aspetti trascurati nello studio delle idee dantesche celate tra le righe della sua Commedia.

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