
Da pochi giorni Caselle ha un nuovo Palazzo Comunale.
La cerimonia d’inaugurazione è stata imponente e partecipata, com’era giusto che fosse. E la scelta d’effettuarla in concomitanza con la celebrazione dell’anniversario dell’eccidio perpetrato da mano fascista, eccidio avvenuto il 1° febbraio del 1945, è stata una scelta davvero felice.
All’interno del giornale troverete un’ampia cronaca di quanto è avvenuto durante le fasi che hanno preceduto il fatidico “taglio del nastro”, qui però ci preme sottolineare quale sia il recondito e profondo significato legato all’avere un nuovo municipio.
Etimo stretta vorrebbe lasciare alla parola municipio ciò che gli antichi Romani concedevano a certe comunità sottomesse: il municipium (da munus capere, prendere i tributi) era l’identificazione d’una collettività che aveva perduto la sua sovranità per essere annessa. Nel corso dei secoli la parola ha assunto un diverso significato ed è quello che maggiormente si attaglia alla nostra condizione: è la casa comune, quella in cui tutti i cittadini sono rappresentati e rappresentanti, quella in cui si ritrova il senso dello Stato, dove si deve trovare la consapevolezza del valore delle istituzioni, intese come bene condiviso che supera gli interessi privati, implicando il rispetto della cosa pubblica, la dedizione al servizio della collettività e la capacità di distinguere tra i propri interessi personali e il dovere istituzionale.
A suggellare quanto detto, il nostro nuovo Palazzo Comunale, oltre a far rilucere eleganti forme razionaliste nella loro sembianza più essenziale e pura, collega i Casellesi con un bel po’ di storia patria: qui abbiamo sempre trovato accoglienza, prima quando l’edificio era il nostro “ospidal” dove si nasceva e i malanni incrociavano cure, e poi quando il “ Baulino” recava conforto a chi si accingeva a trascorrere l’ultimo tratto della vita. Ma non solo.
L’ospedale il 1° febbraio del ’45 fu testimone della fucilazione, da parte d’un plotone di repubblichini, di cinque partigiani.
Chi ha già troppi anni sulle spalle, ricorda ancora, accanto al peso pubblico, i fori delle pallottole presenti nel muro. Quei fori sono scomparsi da tempo, così come un certo dovere della memoria. Sempre più spesso si tende a minimizzare, a sdoganare, anche a falsare la storia, come se non fosse esistita per nulla una parte giusta e una sbagliata.
Per cui c’è solo da applaudire la volontà dell’Amministrazione d’aver voluto inserire la lapide commemorativa sulla facciata del nuovo Palazzo Comunale, perché dev’essere monito affinché il buio della ragione non torni, perché si rifletta profondamente su come il bene della libertà e della democrazia ci sia stato regalato dalla lotta legata alla Resistenza.
Oggi, troppo spesso, passiamo per strade e piazze ignari del perché portino certi nomi: Via Cravero, Piazza Boschiassi, Piazza Mensa…
Quei nomi appartengono a martiri che si sono immolati, sino al supremo sacrificio, consci che la loro vita potesse essere il prezzo da pagare per restituire libertà e dignità alla nostra Patria.
Ora abbiamo una nuova, bellissima Casa Comune e quella lapide deve ricordarci ogni giorno che cosa è successo e perché non deve accadere più.
La democrazia sarà pure un sistema di governo imperfetto e complicato da gestire, ma coltivarla intensamente è l’unica medicina per sconfiggere un fascismo che torna prepotentemente a mostrare la sua faccia e i suoi intendimenti.
Primo Levi ci sia compagno: “Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare” .







