“Abbiamo visto nascere la televisione e sentito, sempre meno balbettante, il cinema parlare. Abbiamo abbracciato, in un lungo e gratuito intervallo di pace, la povertà del dopoguerra seguita dall’indimenticato miracolo economico, e assistito, nel bel mezzo di una lunga e forse irripetibile stagione politica e sociale, a parabole entusiasmanti e drammatiche di grandi imprese, capaci negli anni di crescere, illudere e morire” .
Sono soltanto alcuni dei ricordi e delle riflessioni del solito, abituale capannello di anziani sistemato quasi ogni giorno sulla piazza Boschiassi all’angolo dove un tempo la famiglia Giuliano vendeva frutta e verdura e, dal banco vicino, i genitori del piccolo Loris Pregnolato, garantivano a gran voce l’indiscussa qualità del pesce fresco in mostra nel ghiaccio.
Tra falso disinteresse, radicate convinzioni personali e qualche frase già sentita, i vecchi amici, sostengono fingendo, di non voler più saperne, nonostante gli inevitabili e appassionati connotati politici via via assunti dai loro confusi discorsi, provvisoriamente interrotti, a beneficio di qualche non meno confusa e accanita incursione di carattere sportivo sotto lo sguardo vigile e freddo di un inverno da cui si lasciano consapevolmente tormentare.
Alla fine, preoccupati, tanto dall’attuale situazione mondiale, che evolve ogni giorno verso nuovi conflitti, quanto o più ancora dalla grave e pericolosa condizione interna di un Paese come il nostro che ha smarrito le regole fondamentali del vivere insieme, sciolto il capannello, un’ansia sottile e forse anche una paura sconosciuta sembra impadronirsi di loro.
E allora, con una speranza nuova e altrettanto sconosciuta che sovrasta qualunque attuale certezza, sentendosi indifesi, si chiedono se l’insieme degli anni e delle esperienze fin qui vissute attraverso i sentieri impervi della vita, possano costituire una sorta di lasciapassare, di bonus capace di legittimare in questa triste stagione il sano desiderio di vivere ancora scampoli di serenità, prima di incamminarsi, accompagnati quasi sempre da una salute più capricciosa, sull’ultimo non meno faticoso tratto di strada.
Insieme a quel gruppo di vecchi amici, temendo tutti un peggio che non fatica a rivelarsi, ci chiediamo con un sospiro dove stiamo andando, dove stiamo lasciando che si dirigano i nostri giovani, figli e nipoti non ancora protagonisti ma già vittime di una politica a dir poco altalenante. Un ventaglio di governi senza distinzione di simboli o colori che ha distrutto negli ultimi decenni lavoro e famiglia, vecchi e rimpianti capisaldi di una società che fino all’altro ieri sapeva mettere nelle mani dei suoi ragazzi l’oro dei vent’anni e mette ora nelle loro tasche, neanche troppo furtivamente, soltanto tragici simboli di nuova violenza a cui per beffarda consolazione aggiunge lo schermo di un non sempre innocuo telefonino, peraltro diffusissimo e accattivante.
È vero, infatti, e fatichiamo ad ammetterlo. Spesso anche noi ci sorprendiamo, invocando pretestuose necessità di adeguamento ai tempi, a imparare messaggi orali e scritti oppure a ricevere e spedire fotografie, insieme ad altre opzioni disponibili. E del tutto casualmente alcune settimane fa sul piccolo schermo è apparsa l’immagine di un volto che non pensavo mai di incontrare. Superata la grande sorpresa e certo della sua identità, ho immaginato, dopo un attimo, di rivederlo così come lo ricordavo: calato nella allora tanto temuta uniforme comunale, testimone ormai sbiadito degli anni della mia gioventù. Per chi non lo ha conosciuto in servizio o non lo ricorda, la “guardia Prin”, ovvero Francesco Perino, non godeva di statura molto importante. Era però titolare di una massiccia e rotonda figura fisica a sostegno di una non sempre cordialissima faccia da luna piena capace di intimorire chiunque, specie i più giovani. Percorreva le nostre strade, comprese le frazioni, in bicicletta o a piedi, in compagnia del futuro messo comunale Mario Brachet, negli anni in cui una sola coppia di guardie, come allora erano chiamati i vigili urbani, era sufficiente a garantire l’ordine in un comune di circa settemila persone peraltro già provvisto di carabinieri.
A fare coppia con “Cecu Prin”, che d’estate verso sera dismesse divisa e “ faccia da lavoro”, provvisto dei necessari attrezzi percorreva interamente il vecchio vicolo Bugella per recarsi a curare l’orto, venne poi Mario Scovazzo, uno dei tanti figli maschi della omonima famiglia. Per molti anni, Scovazzo, senza scendere dalla bicicletta si accomodò anche sullo scuola bus comunale inaugurato a Caselle alla fine degli Anni Cinquanta come straordinaria innovazione al servizio di borgate e frazioni inizialmente affidata alle cure di “Batista” Castrale.
Cecu Prin. Una foto che compare all’improvviso, ovvero una nuova e insieme antica emozione. Un tuffo spericolato all’indietro dove non c’è l’acqua amica della Stura ma il mare aperto dei ricordi ad ammonire che forse anche oggi basterebbe un suo sguardo.
Quando bastava uno sguardo
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