Sinceramente avrei voluto intitolare questo mio pezzo con “Una spremuta di… idiozia”, ma il rispetto verso chi ha subito o sta ancora subendo la cruda legge della vita mi ha giustamente consigliato di optare per un’opzione più soft, ma comunque in linea con l’argomento trattato.
Mi spiego.
In queste mie poche righe intendo analizzare, accomunandoli, i due tragici eventi che in questi giorni hanno ferito profondamente la nostra povera Italia: il ciclone Harry, che con venti, piogge e mareggiate ha devastato il sud Italia e la frana di Niscemi in Sicilia.
Perché “coerenza” nel titolo?
Perché in entrambi i casi gli eventi naturali erano prevedibili e previsti, in ogni caso associabili “naturalmente” al territorio.
Per capirci: chi ha casa sotto le pendici del Vesuvio sa perfettamente che è alla mercé di un vulcano attivo, esplosivo. Dopo l’eruzione devastante del 79 dc di Pompei ed Ercolano se ne contarono almeno altre sei distruttive, sino all’ultima del 1944. Dovesse mai esserci la settima (Dio non voglia!) parlare di fatalità sarebbe il festival dell’incoerenza.
Così vale per gli spaventosi danni arrecati dal ciclone Harry, soprattutto sui litorali. In Italia, sino a metà Ottocento, le coste, escluse le città portuali, erano quasi del tutto deserte, prive di abitazioni e costruzioni. Per motivi di sicurezza (invasioni e pirati), di salubrità (paludi) e rischio mareggiate (!?!?) i borghi erano edificati all’interno e in altura. Grazie alle bonifiche e lo sviluppo turistico si antropomorfizzarono le coste… per scelta. Evidentemente consapevole.
Oggi, i tipici ristoranti sulla spiaggia, le villette a pochi metri dalla battigia, i lungomari ridondanti di locali e negozi, i porticcioli turistici sono la più banale delle normalità… sapendo, però, che il mare è ignaro di queste amenità.
Strapparsi i capelli perché lo stesso mare abbia deciso, oggi e non ieri o domani, di “mangiarsi” una fetta di costa non è coerente.
Solo dal 1900 ad oggi si contano almeno dieci di eventi simili a Harry, senza contare le innumerevoli mareggiate invernali con onde tra 7 e 10 m.
Ça va san dire…
Ancor peggio la situazione a Niscemi.
Sono almeno 236 anni che la gente del posto sapeva di come fosse stato un grave errore costruire la cittadina lassù, sui colli argillosi che dominano Gela.
Lo ricorda un libro del 1792 scovato da Giuseppe Caridi, direttore di meteoweb.eu, scritto dall’archeologo e naturalista Saverio Landolina Nava e intitolato “Relazione Della Rivoluzione Accaduta in Marzo 1790 Nelle Terre Vicine A S. Maria Di Niscemi Nel Val Di Noto”. Dove si narra appunto che il 19 marzo 1790 «il lato opposto al pendio della montagna si sollevò in un piano e unitosi al pendio abbassato coll’altro lato formò li due piani inclinati che ora si vedono». Una storia apocalittica di una frana durata otto giorni e miracolosamente finita, proprio perché lenta, senza un’ecatombe di morti.
Ma la vita continuò, “coerentemente”, su quell’altura.
Come non bastasse il 12 ottobre 1997 ci fu una spaventosa replica.
«Danni ingenti e mille persone evacuate per frana nel nisseno», titolò l’Ansa. Una cronaca indimenticabile: «Un agricoltore, Giosuè Allia, ha detto di aver visto verso le 13.30 “la terra alzarsi come se fosse sollevata da una forza immensa e gli alberi d’ulivo sradicarsi come fuscelli”».
Di nuovo, grazie al cielo, niente morti. Ma Tuccio D’Urso, allora responsabile della protezione civile siciliana subito accorso sul posto, ricorda: «Fu subito chiarissimo che il paese era stato costruito sul posto sbagliato e che c’erano cose da fare con assoluta urgenza…»
Non si fece nulla!
Oggi, la disperazione si abbatte, coerentemente, tra quella povera gente e forse in modo definitivo.
Coerenti tutti: tecnici, amministratori, politici, cittadini.
La fatalità non è più in vendita.
Forse è bene, per tutti, ricordare le parole che Leopardi mise in bocca alla Natura di fronte ad un disperato viaggiatore islandese che Le chiedeva perché mai trattasse così i figli suoi…
«Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra? Ora sappi che penso a ben altro che alla felicità degli uomini o all’infelicità. Quando io vi offendo in qualche modo non me ne accorgo e non ho fatto, come credete voi, quelle cose o azioni, per dilettarvi o giovarvi. E se dovesse capitare di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne accorgerei.»







