Ce lo ricordiamo tutti “Palla Avvelenata”? Di sicuro almeno quelli diversamente giovani. Di versioni ce ne sono tante, ma il senso del gioco è comune a tutte: chi viene colpito dalla palla lanciata dall’avversario è “morto”, quindi fuori gioco o passa all’altra squadra. Insomma, è un classico e semplice giochetto da bambini che oggi, purtroppo, rappresenta metaforicamente brutte, bruttissime abitudini degli adulti.
Eh sì, il gioco del passare la palla, di scaricare il barile, di incolpare altri di nostre mancanze o errori è uno sport nazionale. In tutti i campi.
Facciamo così sul posto di lavoro, trovando nel collega il capro espiatorio per nostre colpe, quando guidiamo per giustificare o non ammettere una nostra responsabilità, persino in casa o con un nostro amico, pur di non riconoscere un nostro errore: “Avessi potuto… se non si fosse spostato… guarda che per primo sei stato tu… te l’avevo detto…”
L’apoteosi la si raggiunge, guarda caso, in campo politico. Lì è la fiera dell’ “Hai stato tu!, noi non c’eravamo…, mica l’abbiamo deciso noi…, abbiamo ereditato questo disastro…”
Anzi, no, ultimamente ci si supera con il negare, sfacciatamente, ciò che si era affermato, con veemenza e convinzione solo qualche anno…ma no, persino mese prima.
Qui in Piemonte si direbbe che sono come quelli di San Damiano… che tirano la pietra e nascondono la mano. Sì, la solita palla che prima viene lanciata e che poi, passati nell’altro campo, cerchiamo disperatamente di evitare pur di non essere avvelenati.
È diventato talmente lo sport nazionale che persino dove per davvero si gioca con la palla, anzi, la palla è l’essenza stesso del gioco si avvelena lo spirito stesso di quella attività.
Anzi, non solo si avvelena la palla, ma si esalta il fatto stesso di averla avvelenata.
Da che mondo è mondo, nel corso di una partita di calcio si è quasi sempre dovuto fare i conti con i simulatori di fallo. Chi come me ha una certa di anni non può non ricordare Chiarugi, la funambolica ala della Fiorentina, poi Milan e Napoli ( per fare un esempio su tanti… ). Calciatore dalle doti innate per il dribbling e il fiuto del goal, aveva anche il dono di raccattare falli su falli con sceneggiate mirabolanti su interventi inesistenti del difensore. Era così bravo che “chiarugismo” divenne un modo di dire per parlare di simulazione. Un onore al merito? No, certamente, perché ingannare l’arbitro per ottenere un favore di gioco è scorretto, inaccettabile; ma ai tempi, in qualche modo era un agire intrinseco nella partita, perché tutto veniva valutato sull’attimo, sul momento e la furbata trovava persino una propria identità, seppur molto discutibile.
Oggi, in un calcio tecnologico dove il più intimo labiale viene tradotto e vivisezionato in eurovisione, diventa stucchevole e ostentato ogni tentativo di barare. Eppure… Eppure la palla è così avvelenata che grazie a regolamenti demenziali non solo è concesso fregare il prossimo ( e ritorniamo al “chiarugismo”…), ma si sdogana persino la possibilità di gioire di aver barato e di irridere l’avversario che così diventa, in mondovisione, cornuto e mazziato.
La tristezza di questa palla avvelenata è che gli addetti ai lavori, i commentatori, persino personaggi altolocati della politica si dilettano nel giustificare un agire così inqualificabile appellandosi al “così fan tutti… “, o peggio ancora al “senti da che pulpito…”
Insomma, un concentrato di etica amorale che legittima l’agire scorretto e irriverente.
Però c’era modo di evitare una simile squallida baraonda.
Non me ne voglia Alessandro Bastoni, giocatore interista e lupus in fabula, che nel derby d’Italia con la Juventus ha ingannato l’arbitro e deriso l’avversario: errare humanum est… perseverare autem diabolicum. Riconoscere la colpa e chiedere scusa in tempo zero avrebbe reso decisamente più semplice per tutti noi spiegare poi a milioni di bambini che a calcio si gioca ancora a palla. E non è avvelenata.
Una spremuta di…Palla Avvelenata
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