Diversamente da altri compositori d’opera, come Rossini o Donizetti, Verdi non riuscì mai a reggere il ritmo richiesto dal pubblico, che pretendeva un’opera dopo l’altra, magari anche tre o quattro per anno. Nella prima parte della sua carriera dovette però farlo, per “battere il ferro mentre era caldo”, ma ne riportò serie conseguenze: crisi nervose, forti mali di testa, attacchi di mal di gola e allo stomaco. Non per nulla in una lettera all’amica Clarina Maffei definirà poi quegli anni (in tutto un decina o poco più) gli “anni di galera”.
L’episodio forse più grave avvenne a Venezia nel 1846 in occasione della rappresentazione di “Attila”. Alle strette e sotto pressione per le date incombenti, giunse in città con la partitura ancora da finire e stette male tutto il tempo, al punto da dire che “aveva completato l’Attila a letto, quasi morente”. Una botta che fece seriamente temere per la sua vita. I medici diagnosticarono una forma grave di anoressia e dispnea, e ordinarono sei mesi di assoluto riposo. Verdi cancellò ogni impegno, compreso quello già pendente per Londra (il suo primo all’estero) ed accettò di passare il tempo nella villa della Maffei, a Clusone, peraltro in un momento difficile perché proprio allora l’amica stava separandosi dal marito Andrea Maffei, e Verdi finì col dover consolare un po’ l’una e un po’ l’altro. Per aiutare Maffei a riprendersi accettò di accompagnarlo a passare le acque a San Pellegrino, e fu proprio lì, forse per il fatto di avere sottomano il poeta che aveva tradotto in italiano tutto Shakespeare, che nella sua mente nacque l’idea di mettere in musica un testo amato fin da ragazzo, “Macbeth”. Una decisione tutta sua, che riuscì a prendere anche perché, avendo destinato l’opera al Teatro La Pergola di Firenze, si fidava della fama intellettuale di quella città. Fino ad allora erano stati pochissimi i drammi shakespeariani messi in musica, in Italia o altrove. In particolare per il “Macbeth” non esistevano precedenti.
Riservando a sé la sceneggiatura, per il testo coinvolse Francesco Maria Piave e gli diede istruzioni esigenti e implacabili. Il risultato furono quattro atti di forte presa drammatica che includevano, con citazioni letterali, tutti i gangli vitali della tragedia. E dopo tre mesi passati in apnea a comporre, il 14 marzo 1847, a Firenze, concertò e diresse l’opera con determinazione e caparbietà quasi feroci. È noto l’episodio narrato dalla Barbieri Nini, la prima Lady Macbeth: la sera del debutto, già vestiti di tutto punto, Verdi trascinò lei e Felice Varesi, il primo Macbeth, in un salottino, costringendoli a provare ancora una volta il duetto dei due regicidi: Varesi si impuntò “Ma l’abbiamo già provato centocinquanta volte, perdio!” a cui Verdi rispose “Non dirai più così fra mezz’ora, perché saranno centocinquantuno!”.
L’esito fu buono e si parlò di “immenso fanatismo”, ma il pubblico, pur applaudendo, non assimilò di colpo un soggetto così crudele, una storia barbarica così truce, senza nemmeno un filo di trama amorosa, quasi una contro-opera. Anche molti letterati di spicco ebbero difficoltà a digerirla e un melomane reazionario giunse addirittura a scrivere che “era una vera porcheria”. Al contrario, il “Macbeth” poteva ritenersi la più importante opera di Verdi fino a quel momento. E noi, in prospettiva, possiamo senz’altro considerarlo il suo capolavoro della gioventù. Anche se la revisione realizzata nel 1864 per Parigi avrebbe dato un tocco più sapiente e rifinito, la struttura portante rimase quella del 1847: dal Preludio, dove il tema inquietante delle streghe si intreccia a quello del Sonnambulismo, proseguendo con l’impressionante monologo del pugnale, col duetto dei regicidi e la “gigantesca voragine” (Paolo Gallarati) del concertato a fine atto; e poi le forti scene del banchetto, col brindisi falsamente lieto, la raggelante ricomparsa di Banco, il quadro nell’antro delle streghe, la processione dei Re (con quell’impasto “a cornamusa” di oboi, clarinetti e fagotti, qualcosa di inaudito fino ad allora, “una sonorità strana e misteriosa” la definì lo stesso Verdi). Nella prima versione Macbeth moriva teatralmente in scena con una breve aria satura di sprezzo verso le ambizioni umane, ma nella versione finale di Parigi la sua morte, più opportunamente, avviene fuori scena, mentre tutt’attorno esplode il coro esultante del popolo che si riprende le libertà perdute. Una fusione perfetta dei temi etico-morali con quelli vocali-strumentali. Infatti nel “Macbeth” il coro, pressoché onnipresente, è una reale voce collettiva, il commento alle vicende quasi in senso greco.
Bisogna dire che nel 1847, in Italia, i drammi del Bardo non solo non venivano mai rappresentati nei teatri di prosa, ma, pur pubblicati e tradotti, continuavano ad essere considerati una lettura poco accessibile, una stravaganza da esterofili. Ma dopo la comparsa sulle scene liriche del “Macbeth” di Verdi, entrarono in ogni casa che volesse stare al passo coi tempi, un grande “affare” editoriale rimarcato fin dall’indomani della prima. E adesso tocca a noi: che sotto la dotta e non certo esitante direzione di Riccardo Muti vedremo ancora una volta l’efferata hybris calare e accecare l’anima umana.
Verdi e Shakespeare, indissolubili
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