Questo mese riparliamo della lavorazione della seta che a Caselle, nella prima metà del XVIII secolo, divenne uno dei settori più importanti per l’economia del paese, tanto che, come risulta dai registri catastali, contava già 4 filatoi e 2 filature, tutti impiantati su precedenti salti d’acqua abbandonati.
Abbiamo già visto, in precedenti articoli, come nei decenni successivi gli stabilimenti si svilupparono ulteriormente fino alla metà del secolo successivo.
Naturalmente Caselle non fu tra i primi comuni del torinese a impiantare filatoi, che si svilupparono inizialmente soprattutto a sud di Torino, in particolare a Racconigi che all’inizio del ‘700 produceva da sola circa un terzo dei filati piemontesi, e alla fine del XVIII secolo vedeva l’attività di ben 33 filatoi.
In ogni caso il nostro paese diventò uno dei principali centri manifatturieri per la lavorazione della seta grezza del Torinese, grazie allo sfruttamento dei numerosi salti d’acqua che possedeva, già fin dal medioevo, lungo i suoi due canali principali, quello dei Mulini e quello denominato Sinibaldi.
Avevamo già visto la storia del primo e importante filatoio casellese, con annessa filatura, che venne impiantato intorno al 1708 dal banchiere Antonio Pignatta, recuperando il salto d’acqua di una vecchia cartiera ormai abbandonata, che purtroppo venne abbattuto per far posto all’attuale Piazza Falcone e che era conosciuto come filatoio “Motu”.
In questo articolo parliamo invece della storia di uno degli ultimi filatoi nati a Caselle alla fine del XVIII secolo sfruttando le acque della bealera dei Mulini per mettere in moto i suoi macchinari, e di cui poco o niente si parla nei testi di storia locale.
Nascita del filatoio Gianelli
Questo filatoio nacque praticamente dal nulla nel centro del paese, a ridosso della Chiesa dei Battuti e dell’antico mulino feudale, realizzando un nuovo salto d’acqua che non era mai esistito derivandolo dalla bealera dei Mulini.
Anticamente questa parte di isolato, composto da un importante palazzotto (oggi scomparso) con annesse porzioni rurali e posto lungo l’attuale via Cravero era, come risulta nel catasto della Comunità del 1746, di proprietà del Reverendo Don Giovanni Andrea Gianelli dove aveva la sua residenza; il reverendo all’inizio del 1700 ebbe anche un ruolo importante nella fondazione della chiesa della Confraternita dei Santi Pietro e Paolo detta dei “Battuti”.
Nella seconda metà del XVII secolo il suo erede, Domenico Gianelli, pensò di sfruttare il favorevole momento economico della lavorazione della seta, realizzando all’interno del complesso un nuovo filatoio, costruendo un apposito edificio a due piani atto ad ospitare due grandi macchinari per la filatura e la torcitura della seta, le cosiddette “piante”.
Per mettere in moto questi macchinari, Gianelli pensò di realizzare un nuovo canale derivandolo dalla “bealera dei molini” che scorreva adiacente alla sua proprietà.
Questa derivazione attraversava tutto il suo cortile in un canale sotterraneo (esistente ancora oggi), per poi reimmettersi nella bealera principale prima del mulino feudale e dopo aver fatto girare la grande ruote idrauliche che metteva in “giro” le due “piante” del filatoio.
Dopo diverse domande la realizzazione di questo canale venne approvata con una concessione del 2 settembre 1774 fatta dal Principe di Carignano a favore di Domenico Gianelli1, e in una relazione del 1830, in cui si parla anche di questo filatoio, si stabilisce l’origine di questo stabilimento nell’anno 1782.
Da un disegno del 1774, probabilmente annesso alla concessione del salto d’acqua, si può vedere la planimetria del filatoio, che era composto da un grande camerone a due piani in cui trovavano posto le due “piante” per la filatura e torcitura del filo di seta, con a fianco una scuderia.
Originariamente questa manica, ancora esistente, era occupata dalla ruota idraulica del filatoio e dal canale che, dopo aver fatto girare la ruota, si reimmetteva nella bealera del Mulino passando nella intercapedine aperta tra i due edifici, quello di proprietà Gianelli, e quello del vecchio mulino feudale, spazio che nel tempo è stato chiuso per ricavare dei locali e una scala per accedere al primo piano entrando da Via Carlo Cravero dove un tempo usciva il canale.
Sulla planimetria si vede anche una tettoia, prospiciente l’attuale Via Carlo Cravero, che nella mappa catastale del 1746 non esisteva ancora, ed era un semplice muro di recinzione che divideva la corte della proprietà Gianelli dalla via pubblica e dalla bealera dei Mulini che scorreva lungo il muro e oggi coperta; ancora oggi si vedono affiorare, dal marciapiede soprastante il canale, le “lose” di pietra che servivano da protezione del muro dall’acqua.
Nella seconda metà del XVIII secolo, con la realizzazione del filatoio, venne così realizzata questa tettoia sopraelevando il muro esistente, e nell’Ottocento, probabilmente dopo la dismissione del filatoio e la vendita a diversi proprietari, la tettoia venne chiusa e trasformata in bottega con camere d’abitazione sovrastanti.
Attualmente si presenta ancora per la maggior parte come risultava dopo le ultime modifiche, con al piano terreno una vecchia bottega coperta da delle volte a botte poggianti su arconi trasversali in muratura con delle camere d’abitazione poste superiormente.
Nella denuncia dello stato dei filatoi da seta che il Comune inviò all’Intendente nel 1780 quello di Domenico Gianelli era descritto come composto da una pianta da filato e una da torto; affittato da Pietro Bert, occupava 26 operai, di cui 5 uomini per il filato, 1 per la torcitura, 10 donne nel camerone e 10 garzoni per l’incannatoio.
Purtroppo la crisi della produzione dei bozzoli avvenuta negli anni successivi, come già detto in un articolo precedente, seguita dall’occupazione francese, mise in ambasce anche questo filatoio, che nel 1787 venne dichiarato inoperoso, lasciando “oziose” circa 20 persone.
All’inizio dell’Ottocento il filatoio passò di proprietà a Bartolomeo Rosso che lo riattivò tanto da essere oggetto di lodi nella visita del 17 agosto 1815, compiuta dal funzionario statale Trombetta che aveva il compito di controllare tutti i macchinari di tutti i filatoi della provincia, di verificare se erano costruiti secondo tutte le regole prescritte, se perfettamente funzionanti e se la qualità del prodotto finito corrispondesse alla normativa.
Relazione del Filatoio Rosso del 1815
“Essendomi quindi portato al filatojo del Sig. Bartolomeo Rosso, sito in questa Commune suo proprio, e da lui diretto, di cinque lavoranti, e due torgidori (torcitori), mi risultò esser il medesimo totalmente perfezionato nella sua construzione, che li lavoranti, oltre di aver tutti li giuochi in regola hanno la loro ferramenta ben a piombo, di modo che li fusi non ponno a meno che filar bene, e lo stesso è dei torgidori, ed ero ben persuaso che l’organzino doveva riuscir con un bel apret (sodi e lisci), ed eguale, ma ne fui convinto colla scrupolosa disamina che feci in seguito, all’organzino desgavato, e promettendo di così continuare in avvenire si sottoscrive. Caselle li 18 agosto 1815”.
In una successiva visita del 1819 il filatoio venne descritto in modo molto più conciso rilevando alcuni difetti prontamente corretti:
“Filatoio proprio del Sig. Bartolomeo Rosso composto di 6 lavoranti quale gira con il beneficio dell’acqua si è ritrovato quattro o cinque fusi al filato mancanti in giro come uno al torto, si sono subito fatti riparare e il restante in buon ordine sotto la direzione del medesimo padrone”.
Nel 1822 questo filatoio risulta sempre in buona attività, occupando 6 lavoranti maschi, 24 femmine e 3 “imprendizzi”, trasformando in organzino 2.132 libbre di seta pura.
La relazione del 1830
Durante la Restaurazione, nel corso delle indagini statistiche volute dal governo centrale, una ben più dettagliata relazione del 1830 descrisse il filatoio Rosso che in quegli anni era condotto in affitto da Giovanni Beccaria che consegnava la propria attività al Comune.
Nel documento si viene a conoscere che il fabbricato era composto di tre camere che servivano per l’alloggio dei proprietari, da un camerone che serviva per il doblaggio e da un altro camerone a uso di magazzino di larghezza trabucchi 2 per lunghezza 1,3 trabucchi (il trabucco era la misura del tempo che equivaleva a circa tre metri, ndr).
Vi era poi un altro camerone per l’incannatoio 6 x 2 trabucchi.
I fabbricati destinati per il filatoio erano in genere edifici, dai soffitti alti e con grandi finestre per avere una buona illuminazione, indispensabile per garantire un’ alta qualità nella lavorazione che dal filo grezzo portava al filato finale, di cui l’organzino era quello ottenuto con le sete grezze migliori.
Nello stabilimento si lavoravano 2.000 libbre di seta greggia proveniente dai magazzini di Torino esclusivamente su commissione di terzi.
Le materie accessorie impiegate nella lavorazione erano la legna, l’olio, il grasso, il carbone il tutto proveniente dal Piemonte.
Venivano anche descritte le seguenti operazioni che subiva la seta grezza impiegando varie macchine, oltre alle cosiddette “piante”, una da filato e una da torto:
– incannatoio: come prima lavorazione la matassa di seta grezza veniva passata su questa macchina che utilizzava 775 tavelle, e aveva lo scopo di avvolgere su rocchetti (incannare) il singolo filo.
– binatoio: in seguito i rocchetti passavano al binatoio che serviva per accoppiare due o più fili in un unico rocchetto. Nel binatoio questo controllo era particolarmente importante, perché se si rompeva un filo il rocchetto continuava ad avvolgersi con un solo filo, rendendo la bobina finale di scarto. Le macchine, sempre mosse dalla forza idraulica, giravano su un unico asse numerosi rocchetti in modo automatico, e la difficoltà dell’addetto era di controllare le rotture dei fili fermando tempestivamente il macchinario e riannodare.
– filatoio e torto: il macchinario principale e più importante della filatura era la cosiddetta “pianta”, vero e proprio cuore del filatoio.
In pratica erano delle torri di legno alte come una casa di due piani, con una sorta di gabbia girevole composta da un’innumerevole serie di rotismi, ingranaggi, leve e tiranti che, traendo il moto dalle due ruote idrauliche poste nei sotterranei detti “baratroni”, permettevano a centinaia di fusi e aspi di arrotolare e ritorcere il filo di seta, ottenendo un filato più robusto e pronto per la tessitura.
In questo filatoio la pianta da filato muoveva 840 fusi, mentre la pianta da torto utilizzava 480 fusi e 80 aspi.
La complessità del meccanismo era notevole, e anche qui la difficoltà degli addetti era far sì che i fili, nel caso si rompessero, venissero riannodati velocemente per non far fermare le macchine, inoltre i meccanismi erano soggetti a grande usura e rotture continue, tanto che uno degli addetti principali dei filatoi era il falegname che con la sua presenza costante permetteva di riparare velocemente le macchine.
Questo sofisticato macchinario nel Piemonte subì continue migliorie, tanto che la “pianta” piemontese diventò alla fine del ‘700 la migliore esistente, e rinomata in tutto il mondo.
Nel filatoio Rosso in quell’anno vi erano occupate 35 persone così suddivise:
2 mastri; 2 tavellari; 5 lavoranti; 12 doppieri; 1 torcitore; 12 garzoni; 1 mastro da bosco (falegname).
Ovviamente la forza motrice dei macchinari era l’acqua della bealera proveniente dalla Stura e le lavorazioni si interrompevano solo per mancanza di acqua in determinati periodi, principalmente invernali.
Venivano prodotte 1.800 libbre di organzino dal titolo di denari da 20 a 40, e 200 libbre di spezzoni prodotti dal consumo delle sete.
In questo periodo venne realizzato un piccolo fabbricato, come risulta dal catasto Rabbini, per coprire e proteggere la ruota idraulica e il salto d’acqua.
Cessazione dell’attività
Nei decenni successivi, probabilmente con la morte di Bartolomeo, l’edificio passò ai suoi eredi che nel Catasto Rabbini del 1860 risultava intestato a Rosso Giuseppe fu Gaspare per mezzo proprietario, Rosso Felicita fu Carlo per mezzo proprietaria, Cavallo Margherita Ved. Rosso Carlo per mezzo usufruttuaria, Bianco Carlo Giacinto fu Lorenzo per mezzo usufruttuario.
Probabilmente a seguito di questo passaggio gli eredi trasformarono il filatoio in semplice filatura per poi cessare l’attività.
Come già detto, gli edifici per la produzione dei filati serici, erano essenzialmente divisi in due principali attività, la filatura, che era l’edificio destinato alla prima lavorazione del filo da seta (detta trattura), che partendo dal bozzolo si ricavava la matassa del filo grezzo, e il filatoio che era destinato alla lavorazione successiva per ottenere, mediante torcitura e accoppiamento, il filato finale pronto per la tessitura.
In seguito il complesso venne frazionato e venduto a diversi proprietari che modificarono gli edifici e la loro originaria destinazione d’uso a secondo delle loro necessità; il fabbricato principale con il camerone a due piani, che ospitava le “piante” passò di proprietà a Pietro Borgarello che nel tempo lo trasformò in abitazione, e ormai più nulla rimane a testimonianza dell’antico filatoio, se non i documenti conservati negli archivi.
1 – Archivio di Stato di Torino – Sezione Riunite – fondo Savoia Carignano – Mazzo 10 – fascicolo 7







